Roma, 12 gen – La maggioranza di governo continua a parlare di sicurezza come se fosse un problema di ordine pubblico da gestire con interventi visibili, rapidi, comunicabili. Soldati nelle stazioni, divieti sulle armi da taglio, inasprimento delle pene per i minori violenti. Tutto questo serve a costruire una narrazione di fermezza, ma non costruisce capacità di Stato. Anzi, rivela una debolezza strutturale: l’incapacità di dotarsi degli strumenti necessari per governare davvero il territorio, i flussi e la composizione della popolazione.
Il governo continua a parlare di sicurezza come fosse uno spot
L’operazione “Strade Sicure”, attiva dal 2008, è il simbolo di questa deriva. Nata come misura eccezionale, è diventata una prassi permanente. Ma in tutti i sistemi statali maturi la distinzione tra sicurezza interna e difesa esterna non è un dettaglio formale: è il cuore dell’architettura del potere. Le forze armate sono costruite per la deterrenza, per la proiezione di forza, per la guerra e la difesa dei confini, non per il pattugliamento urbano. Studi e analisi indipendenti, come quelli pubblicati su Affari Internazionali, mostrano come l’uso prolungato dei militari per compiti di ordine pubblico non aumenti in modo strutturale la sicurezza e produca al contrario una perdita di prontezza, addestramento e coesione delle forze armate. La mimetica davanti alle stazioni produce un effetto scenico, non una capacità di controllo. Se dopo quindici anni lo Stato ha ancora bisogno dei soldati per presidiare marciapiedi e binari, il problema non è la criminalità in sé, ma l’assenza di un apparato statale adeguato a governarla.
Perchè l’Italia non ha nulla di simile a Frontex o ICE?
Nei Paesi che prendono sul serio la sicurezza, l’immigrazione irregolare, i rimpatri, il controllo delle frontiere e delle presenze sul territorio sono affidati a strutture dedicate. Negli Stati Uniti esiste l’ormai famigerata ICE, un’agenzia federale con poteri specifici di identificazione, detenzione amministrativa ed espulsione. In Europa, pur con tutte le sue ambiguità, esiste Frontex, che coordina operazioni di controllo dei confini esterni e gestione dei flussi irregolari. Persino l’Unione Europea ha capito che questi compiti non possono essere lasciati né alla polizia ordinaria né tantomeno all’esercito. L’Italia invece non ha nulla di simile, anche se contestualmente siamo uno dei Paesi europei con più corpi di sicurezza. E questa assenza non è casuale: è il frutto di decenni di rinvii, compromessi, timori di conflitto con magistratura, burocrazia, trattati internazionali e sistema umanitario. Così si sceglie la scorciatoia: usare l’Esercito per coprire un vuoto politico. È più facile mandare un reparto in stazione che costruire un corpo di frontiera e rimpatrio con poteri reali e mandato politico esplicito. Ma uno Stato che fa questo non è più forte: è più debole, perché rinuncia a governare le cause e si limita a presidiare gli effetti.
La Lega tra pacifismo esterno e pugno duro interno
Dentro questo quadro si colloca perfettamente la contraddizione della Lega. Da un lato invoca soldati nelle città, remigrazione e mano dura. Dall’altro ostacola gli aiuti militari all’Ucraina, parla di “non voler combattere” e di “pace”. È una linea che ribalta la funzione delle forze armate: i militari non devono fare i militari dove si decide l’equilibrio strategico europeo, ma devono fare i poliziotti nelle periferie italiane. È un rovesciamento che non ha nulla di sovranista. Trasforma l’Esercito in una polizia ausiliaria, lo consuma nel presidio statico e intanto lascia irrisolti i nodi veri della sicurezza. Fratelli d’Italia, invece, prova a gestire il problema con misure simboliche. La proposta annunciata dalla Meloni su “divieto di armi da taglio” è solo l’ultima sparata a effetto. Ma questo – come le sanzioni ai genitori e la retorica sulle baby gang – più che un provvedimento è uno spot buono per titoli, non per il controllo reale del territorio. Le baby gang non esistono perché esistono i coltelli. Esistono perché esistono quartieri sottratti allo Stato, flussi migratori senza governo, comunità parallele che non riconoscono l’autorità pubblica. Colpire l’oggetto senza intervenire sulla struttura è una forma di politica sostitutiva: dà l’illusione dell’azione mentre tutto resta com’era.
Il governo deve capire che la sicurezza è una questione di potere
Una destra che si definisce sovranista dovrebbe partire da una constatazione semplice: la sicurezza non è una questione morale né un problema di gadget legislativi. È una questione di potere. Chi controlla il territorio, chi decide chi entra e chi resta, chi ha la capacità concreta di allontanare chi è pericoloso. Finché queste funzioni non sono affidate a strutture dedicate, dotate di legittimità politica e strumenti giuridici coerenti, ogni decreto sarà solo una toppa, ogni pattuglia militare solo una scenografia. La maggioranza oggi non sembra voler affrontare questo nodo, perché farlo significherebbe entrare in conflitto con vincoli esterni e con inerzie interne. Ma continuare a coprire un vuoto strutturale con misure spot non rafforza lo Stato: lo espone. E uno Stato che ha bisogno dell’Esercito per mascherare la propria incapacità amministrativa non sta vincendo la battaglia per la sicurezza. La sta perdendo in silenzio.
Vincenzo Monti