Home » La tecnica come destino: Arnold Gehlen contro le illusioni del nostro tempo

La tecnica come destino: Arnold Gehlen contro le illusioni del nostro tempo

by Sergio Filacchioni
0 commento
Gehlen

Roma, 10 gen – Nel 1957 Arnold Gehlen pubblica L’uomo nell’era della tecnica (Die Seele im technischen Zeitalter), un libro che oggi andrebbe riletto con attenzione. Non è un saggio “sulla” tecnica in senso impressionistico, ma una vera e propria antropologia politica della modernità industriale. Gehlen non chiede se la tecnica sia “buona” o “cattiva”: chiede che cos’è l’uomo se la tecnica è ciò che egli produce per poter esistere. La risposta è spiazzante per chi continua a cercare salvezze simboliche o redenzioni etiche: la tecnica non è un incidente della storia, è il destino strutturale dell’uomo.

Gehlen e L’uomo nell’era della tecnica

Il cuore dell’opera è una tesi semplice e radicale. L’uomo è un essere biologicamente carente: privo di istinti specializzati, di armi naturali, di adattamenti stabili all’ambiente: «Povero di apparato sensoriale, privo di armi, nudo, embrionale in tutto il suo habitus, malsicuro nei suoi istinti, egli è l’essere che dipende esistenzialmente dall’azione». Questa mancanza non è una debolezza accidentale, ma la sua condizione originaria. Proprio perché non è “a casa” in nessun ambiente naturale, l’uomo è costretto ad agire, trasformare, costruire. La tecnica nasce qui, come risposta necessaria alla carenza organica: «Deve dunque [l’uomo] surrogare i mezzi di cui organicamente difetta, e lo fa trasformando attivamente il mondo in qualcosa di utile alla sua vita». Senza strumenti, senza istituzioni, senza un mondo artificiale che lo protegga e lo orienti, l’uomo non sopravvivrebbe. Questo assunto rovescia radicalmente l’intera tradizione illuminista che, da Rousseau in poi, ha immaginato un uomo naturalmente buono, armonico, autosufficiente, corrotto solo dalla società e dalle sue costruzioni artificiali. Per Gehlen la tecnica non è disumanizzante in sé: è l’umanizzazione stessa dell’uomo. È ciò che gli consente di sottrarsi al puro adattamento animale e di costruire una seconda natura. In questo senso l’homo faber non è una degenerazione moderna, ma la forma compiuta dell’umano. Ogni discorso che separa “uomo” e “tecnica” è, per Gehlen, una fuga nell’astrazione. Ciò che ne consegue è una frattura decisiva: se l’uomo non è naturalmente buono, ma strutturalmente mancante, allora non può essere “liberato” semplicemente smantellando istituzioni, tradizioni e forme di disciplina. Al contrario, ogni regressione verso un presunto stato originario non conduce alla libertà, ma all’esposizione nuda dell’uomo alla propria fragilità. Il mito illuminista del ritorno alla natura si rivela così per quello che è: una costruzione ideologica di chi vive già all’interno di un mondo tecnico e istituzionale che gli consente di fantasticare sulla sua abolizione.

La tecnica come grande organismo artificiale

Un concetto decisivo dell’opera è quello di Entlastung, l’esonero. Le tecniche servono a sollevare l’uomo dal carico eccessivo dell’esistenza: sostituiscono organi mancanti, potenziano capacità limitate, alleggeriscono la fatica fisica e mentale. Dal martello al microscopio, dal veicolo alla macchina industriale, fino ai sistemi complessi dell’età contemporanea, la tecnica è un grande organismo artificiale che amplifica l’uomo e lo libera dalla pressione immediata della necessità. Gehlen, infatti, distingue: «Accanto alle tecniche di “integrazione”, che rimpiazzano capacità negate ai nostri organi, compaiono le tecniche di “intensificazione”, che producono effetti superiori alle nostre capacità naturali… Infine vi sono le tecniche di “agevolazione”, volte ad alleggerire la fatica dell’organo». Ma qui sta il nodo politico: l’esonero non è neutro. Liberare l’uomo dalla fatica non significa automaticamente renderlo libero in senso esistenziale o storico. Se l’Entlastung non è compensata da forme stabili di disciplina, istituzioni e orientamento, produce il suo contrario: disgregazione, infantilizzazione, perdita di senso. È in questo punto che l’intuizione Gehleniana anticipa ciò che oggi viene descritto come società senza dolore. Una società che non elimina la sofferenza perché abbia raggiunto una più alta forma di equilibrio, ma perché la rimuove sistematicamente, la neutralizza, la anestetizza. L’odio contemporaneo per la fatica, per il sacrificio, per la disciplina, non è segno di progresso: è il sintomo di una umanità che non tollera più il confronto con i propri limiti e che, proprio per questo, diventa sempre meno capace di governarli.

La tecnica attraverso Heidegger e i marxisti

Il confronto implicito più forte è con Martin Heidegger, e con la sua celebre Questione della tecnica. Heidegger coglie un elemento reale quando descrive la tecnica moderna come imposizione, come “disvelamento provocante” che riduce il mondo a fondo disponibile. Per Heidegger la tecnica appare come una sorta di destino oscuro che si abbatte sull’uomo dall’esterno, come una deviazione storica che lo allontana dal suo rapporto autentico con l’essere. È proprio questa impostazione a rendere la sua critica affascinante sul piano simbolico, meno su quello storico. Inutile dire che Gehlen è un inquilino scomodo anche nella scuola marxista: se Marx aveva colto il nesso profondo tra tecnica e produzione, aveva ancora una fiducia storicistica nella possibilità di rovesciare i rapporti senza interrogarsi fino in fondo sulla struttura antropologica dell’agire tecnico. I francofortesi, da Adorno a Marcuse, fino a Jürgen Habermas, hanno invece denunciato la razionalità strumentale e il dominio tecnico come gabbia dell’uomo moderno. Gehlen accetta parte della diagnosi ma rifiuta la conclusione. La tecnica non è un semplice strumento di dominio capitalistico che potrebbe essere “superato” con un mutamento di coscienza o di rapporti sociali. È una dimensione strutturale dell’agire umano. Per questo la critica francofortese resta sospesa: individua i sintomi, ma non offre una soluzione praticabile. Sostituire la tecnica con un’etica comunicativa o con un’utopia emancipativa significa ignorare il dato di fondo: l’uomo non può non agire tecnicamente, non può emanciparsi da se stesso se non condannandosi ad essere nulla.

Gehlen e gli effetti della civiltà industriale

Uno degli aspetti senz’altro più attuali del libro è l’analisi della società di massa: «La società di oggi, razionalizzata al massimo e burocratizzata fino in fondo, pretende la trasformazione quasi completa della persona in un “titolare di funzioni”». Insomma, Gehlen non è cieco di fronte agli effetti della civiltà industriale: l’era della tecnica produce apparati funzionali, burocrazie, ruoli astratti e la persona rischia di ridursi a “titolare di funzioni”. Ma, contro ogni retorica catastrofista, Gehlen osserva un paradosso: mai come oggi esiste una soggettività così differenziata, introspettiva, ossessivamente consapevole di sé. La massa non cancella l’io: lo moltiplica, lo frammenta, lo rende instabile. Il problema non è dunque l’eccesso di tecnica, ma la crisi delle istituzioni. È questo il punto che separa radicalmente Gehlen tanto dall’ottimismo progressista quanto dal lamento antitecnologico. Per Gehlen, le istituzioni non sono sovrastrutture oppressive né cristallizzazioni arbitrarie del potere. Sono dispositivi antropologici di stabilizzazione: forme attraverso cui ciò che è fragile, instabile, emotivamente fluttuante nell’uomo viene reso duraturo, prevedibile, trasmissibile. Senza istituzioni, l’uomo è costretto a decidere tutto, sempre, da capo. E questa esposizione permanente non è libertà, ma sovraccarico. Ed è qui che la libertà moderna si rovescia nel suo contrario. Quando ogni norma è revocabile, ogni ruolo negoziabile, ogni legame reversibile, l’individuo non si emancipa: si isola. In questo quadro, l’attacco moderno alle istituzioni non appare più come un progresso morale, ma come un processo di auto-smantellamento. Smontando le strutture che contenevano l’agire umano, la società tecnica non libera l’individuo: lo consegna nudo alla propria debolezza psicologica e alla potenza impersonale degli apparati. Gehlen costringe così a una conclusione scomoda: la tecnica può essere governata solo da istituzioni forti, non da individui emancipati astrattamente. Dove le istituzioni cedono, la tecnica non arretra: occupa il vuoto. E lo fa non come strumento al servizio dell’uomo, ma come sistema che lo gestisce, lo protegge, lo amministra, proprio perché egli non è più in grado di reggersi da sé.

Smascherare le illusioni umanitarie

Per chi oggi fa politica, L’uomo nell’era della tecnica non è semplicemente un saggio da riscoprire: è un criterio di smascheramento. Smonta innanzitutto l’ideologia progressista che demonizza la tecnica sul piano retorico mentre ne vive parassitariamente sul piano materiale. Una cultura che parla incessantemente di “limiti”, “sostenibilità”, “cura”, ma che esiste solo grazie a un apparato tecnico ipertrofico, capace di assorbire ogni conflitto, ogni disfunzione, ogni fallimento umano. L’odio morale per la tecnica convive, senza contraddizione avvertita, con una dipendenza totale da essa. Allo stesso tempo, Gehlen smonta il tecnicismo liberale, che riduce la tecnica a pura gestione efficiente. Qui la tecnica viene assolutizzata: diventa il criterio ultimo di razionalità, ciò che funziona vale, indipendentemente dalle conseguenze antropologiche. In entrambi i casi, ciò che scompare è la domanda decisiva: che tipo di uomo produce questo assetto tecnico? Gehlen risponde senza ambiguità: la tecnica non può essere né idolatrata né moralizzata. Deve essere governata. Ma governata non nel senso amministrativo o procedurale che oggi si intende per “governance”. Governata significa incardinata dentro forme di ordine, disciplina e durata, cioè dentro istituzioni capaci di reggere la potenza che la tecnica libera. Dove queste istituzioni mancano, la tecnica non diventa più “umana”: diventa totalizzante. È qui che crolla l’intero impianto ideologico fondato su “diritti”, “inclusione”, “emancipazione” intesi come abolizione di ogni vincolo. Un progetto politico che parla solo di diritti e mai di disciplina, solo di libertà e mai di forma, è strutturalmente destinato alla disgregazione. Non perché sia “immorale”, ma perché è antropologicamente falso. Presuppone un uomo già formato, stabile, capace di reggersi da sé, quando invece l’uomo moderno è sempre più esonerato, fragile e dipendente.

Gehlen e la sua attualità politica

L’uomo tecnico non ha bisogno di slogan che lo rassicurino, né di compassione che lo deresponsabilizzi. Ha bisogno di strutture che lo costringano a misurarsi con ciò che fa, con il potere che esercita, con le conseguenze delle sue azioni. Senza questa costrizione formativa, la tecnica invece di emancipare produce individui che godono dei benefici dell’Entlastung senza essere in grado di sostenere il peso della decisione. In questo senso, la retorica dell’inclusione universale e della protezione illimitata non è un progresso civile, ma un segno di regressione antropologica. Proteggendo l’uomo da ogni attrito, lo si priva proprio di ciò che lo rende capace di agire storicamente. L’ordine non è il contrario della libertà: è la sua condizione di realtà. Senza ordine, la libertà si dissolve in opzione astratta, in desiderio senza forma, in pretesa senza responsabilità. Gehlen è attuale proprio perché è impolitico rispetto alle narrazioni dominanti e radicalmente politico rispetto alla realtà. Dice la cosa più dura e più vera: l’uomo sopravvive solo se accetta la propria condizione di essere carente e costruisce istituzioni adeguate alla potenza che ha liberato. Quando questo non avviene, non si produce più libertà, ma amministrazione; non più soggetti, ma casi; non più politica, ma gestione dell’umano ridotto a problema. Tutto il resto – moralismi, indignazioni, miti emancipativi – è ideologia nel senso più distorto del termine: un racconto che serve a nascondere il vuoto lasciato dalla rinuncia alla forma.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati