Home » Toponomastica decoloniale: la giunta Gualtieri porta avanti la pulizia etica stradale di Roma

Toponomastica decoloniale: la giunta Gualtieri porta avanti la pulizia etica stradale di Roma

by Tony Fabrizio
0 commento

Roma, 24 feb – Piccoli Saverio Tommasi crescono. Della genialata della penna di Fanpage avevamo già fatto cenno da queste pagine. Il poliedrico artista fiorentino, dopo essersi chiesto come una Boldrini qualunque se era giusto abbattere definitivamente le statue fasciste – ma se lo era chiesto anche Geopop, il canale di divulgazione scientifica, che con Fanpage condivide lo stesso gruppo editoriale Ciaopeople – aveva pensato di reinterpretare le statue. Spiegarle in maniera diversa, oseremmo pure inventare, travisando, un nuovo significato che non è altro che un modo per riscrivere la storia: gratta gratta, alla fine il desiderio è sempre quello. Che qualcuno poi prenda in considerazione davvero l’idea è la vera notizia: e da dove iniziare, se non da Roma? Perché Roma non ha problemi, di alcun genere, fosse di circolazione e magari attinenti solo alle condizioni del manto stradale le cui buche sono considerate elementi paesaggistici alla pari del cielo rosso, del cannone del Gianicolo e delle due Quadrighe che dominano la città eterna. O problemi di convivenza, soprattutto con i gruppi africani le cui uniche attività sono la battaglia tra panna sì e panna no nella carbonara.

La proposta approvata del consigliere Smeriglio

Il programma lo sciorina quel progressista di Massimiliano Smeriglio, dal 28 ottobre assessore alla cultura di Roma Capitale nella giunta di del sindaco Roberto Gualtieri. Ha un nome che non lascia spazio a equivoci: toponomastica decoloniale. Scrive esattamente sulle sue pagine social che “la toponomastica decoloniale di Roma dà un nuovo significato ai luoghi della città e riconosce che il colonialismo è negazione delle identità coloniali”. Cambio delle didascalie del Quartiere Africano all’intitolazione di un giardino a Thomas Sankara. Per “fare i conti con una parte pessima della nostra storia ed è un avvertimento sul presente: capire e conoscere significa comprendere ciò che è stato”.

Quindi, non più un cambio della toponomastica. Ma un aggiornamento firmware, una postilla chiarificatrice, leggi ingannatrice, per piegare la storia al proprio uso e consumo ancora una volta. Insomma, una cancel culture impomatata con il politically correct.

Cosa ne è stato del colonialismo

Ha ragione, però, Smeriglio. Si dovrebbe davvero conoscere cosa è stata la politica coloniale e apprezzare Asmara quale capolavoro d’architettura italiana in una terra antichissima. Ma soprattutto è indicativo come l’hanno conservata gli indigeni. Allo stesso modo di come hanno conservato, letteralmente custodito, le innovazioni alle infrastrutture (acquedotti, strade, intere città). Non solo in Eritrea, ma anche in Somalia e in Etiopia. Al punto che quando nel 1941 il negus Hailé Selassié tornò in Patria dall’esilio stentò a riconoscere la sua Nazione, grazie alla modernizzazione apportata dal fascismo.

Roba che al cospetto del parco cittadino “in terra straniera” farebbe sbiancare persino il presidente rivoluzionario burkinabè Sankara. Quindi, la nuova guerra progressista al marmo muto potrebbe portare all’iscrizione di un post scriptum (è latino: mica offende?) stradale di via dell’Amba Aradam. Anziché essere vetta – concetto troppo evoliano – topica africana, potrebbe essere il monte del riscatto dei popoli oppressi (anche se non è vero niente!) e della fratellanza universale, luogo perfetto per mandare in pensione il Circo Massimo e da destinare ai pride della capitale di ogni genere. La targa di Via Tripoli potrebbe aggiungere la dicitura Via del pentimento storico. Sotto quello di Viale Libia si potrebbe inserire “Viale della restituzione dei reperti storici”.

E solo la mole di tutte le strade del Quartiere africano ci può fare sperare che la fantasia e la frenesia di questa giunta si esaurisca. Ma vuoi mettere la soddisfazione di rinominare l’Obelisco di Axum come il monumento all’autocritica e alla consapevolezza progressista? Poi, non fa nulla che il 60 non passi. E che pure il trasporto su gomma debba montare i cingoli per percorrere via dell’Amba Aradam a causa delle buche. Nulla sarà paragonabile alla soddisfazione di giungere davanti a una tabella che celebri un concetto astratto o addirittura una bugia colossale, ma moralmente inappuntabile!

L’immancabile paradosso culturale della sinistra

A questo punto, non si capisce perché in questa competizione all’antitalianità di casa nostra, sia rimasta fuori Piazza dei Cinquecento, intitolata ai cinquecentoquarantotto, in verità, soldati italiani caduti nella battaglia di Dogali, in Eritrea, nel 1887. Forse un “ben gli sta” in fondo alla tabella stradale non sarebbe stato troppo, se solo fossero stati soldati fascisti. O, forse, al Campidoglio ignorano totalmente chi siano stati i “Cinquecento”, altrimenti un qualcosa contro l’Italia e gli italiani se la sarebbero sicuramente inventata.

Se davvero studiassero senza pregiudizi ideologici l’italian style, per dirla come loro, di ciò che è stato il colonialismo italiano nell’Africa Orientale farebbero meno ironia sul famoso posto al sole. Capirebbero l’enorme portata di quella spedizione, i benefici dell’aiutarli a casa loro e il vantaggio apportato alla Patria. E, forse forse, sarebbero pure costretti a sostituire Bella Ciao, anacronistica e inventata, con Faccetta nera, vera e integrativa, quale inno degli inclusivisti di casa nostra.

Chi ha davvero saccheggiato l’Africa?

Chi ha davvero saccheggiato l’Africa non sono stati in alcun modo i fascisti che laggiù hanno lasciato le vestigia del loro passaggio tangibili, usufruibili ancora oggi e che ancora oggi apprezzano. Ma tutti coloro che, dopo il fascismo, hanno svuotato il continente nero (citando Edoardo Vianello) della loro gente. Anzi, dei soli appartenenti al genere (lo so, ma è la verità) maschile e in età riproduttiva, compiendo un trasbordo continentale di merce umano per il proprio utilitaristico fine.

Queste, però, sono cose di poco conto. L’importante è aggiungere al cartello stradale di Via Tripoli “capitale della Libia”. A chi vuoi che importi che il Quartiere Africano ufficialmente non esiste! È così per gli occupanti del Campidoglio che non sanno che è poco meno di un nome “tradizionale”. Visto che è parte integrante del quartiere Trieste e nella topografia ufficiale capitolina di questa denominazione non se ne ha traccia alcuna. Facessero davvero qualcosa di concreto per il Quartiere che hanno tanto a cuore. Uno dei più brutti di Roma, la cui urbanizzazione ha avuto il suo sviluppo selvaggio negli anni della massima speculazione del dopoguerra: condomini interi privi di luce, strade strette avantaggio delle costruzioni addossate l’una all’altra, tanto che è impossibile anche trovare un parcheggio.

Il fine e la fine

Se il loro unico fine è quello di eliminare i fasti coloniali, non devono prendersela certo con le targhe stradali. Ma è troppo difficile da capire da parte di chi storia non ne ha e sarà incapace di farla. Avanti con la “pulizia etica” dei marmi che riduce la storia a un semplice atto amministrativo di corretta politica, di censura retroattiva. Dopo la decolonizzazione stradale quale sarà la nuova tessera del domino? I poeti troppo patriarcali? I santi troppo confessionali? O fare dell’Eur una tabula rasa?

Tony Fabrizio

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati