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«Passare alla storia»: Trump, Putin e la guerra per il senso del mondo

by Sergio Filacchioni
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Trump Putin

Roma, 13 gen – L’unica vera novità che Donald Trump ha portato nella politica di potenza americana non è l’aggressività, né l’unilateralismo, né l’uso spregiudicato della forza. Tutto questo Washington lo pratica da decenni. La novità, come abbiamo ripetuto spesso, è la sincerità. Trump ha tolto il velo. Ha strappato quei “fiori” — diritti umani, esportazione della democrazia, ordine liberale — che per anni hanno coperto la catena dei rapporti di forza. Non per spezzarla, ma per mostrarla nuda, rivendicandola come unica legge del mondo.

Trump strappa i fiori e mostra la catena

Il blitz su Caracas e l’uso della leva giudiziaria contro il vertice venezuelano non sono un’anomalia nella storia americana; sono la versione non ipocrita di una prassi antica. La differenza è che oggi non c’è più alcun tentativo di raccontarla come missione morale. E lo stesso vale per l’Ucraina: nel mondo di Trump non esistono crociate, solo interessi. Per ora questo funziona perché dietro c’è una potenza di fuoco, finanziaria e militare, che nessuno può eguagliare. Ma una superpotenza non vive solo di acciaio e dollari. Vive di senso. E qui sta il punto che molti analisti ignorano. L’America non è diventata grande soltanto con le portaerei, ma con un’idea: il sogno americano, imperfetto e propagandistico quanto si vuole, ma capace di attrarre, integrare, colonizzare culturalmente. Più forte del sogno sovietico, più flessibile di quello cinese, più universale di quello iraniano o cubano. Quel sogno dava legittimità all’egemonia. Oggi Trump dice che non c’è più nulla da sognare, se non la greatness.

Passare alla storia

In questo vuoto lasciato dal mito entra un impulso molto più pericoloso, anche se per certi versi affascinante, quello che Giuliano Ferrara in un articolo su Il Foglio ha chiamato il desiderio di “passare alla storia”: Trump, Putin e Xi, pur diversissimi per ideologia e struttura di potere, sono accomunati dall’ossessione di imprimere il proprio nome nell’ideogramma del tempo, di trasformare la politica in un atto di auto-incisione monumentale, dove territori, popoli e risorse diventano materia prima per la propria posterità. Non è più la costruzione di un ordine a guidarli, ma la volontà di lasciare una traccia irreversibile, una firma incisa nel bronzo e nel ghiaccio, dalle steppe ucraine alle acque artiche, dai giacimenti venezuelani alle rotte del Pacifico. In questo schema il mondo non è più un sistema da governare, ma una superficie da marchiare, e la grandezza non si misura in stabilità o prosperità, bensì nella quantità di spazio e di storia che si riesce a occupare prima che qualcun altro lo faccia. Ferrara può anche indulgere nella caricatura, ma intercetta un punto reale: il motore di questa fase non è riducibile soltanto al PIL, ai flussi commerciali o agli indici di crescita. In gioco c’è una miscela di volontà di potenza, narcisismo politico e bisogno di trascendenza laica.

La forza bruta genera resistenza simmetrica

Nel breve periodo questa potrebbe sembrare una formula efficace. Ma nel medio, apre un vuoto. Perché una potenza che rinuncia a raccontarsi come modello si riduce a forza bruta. E la forza bruta, soprattutto quando è enorme, genera sempre resistenze simmetriche. Mosca lo sa bene. Il progetto di Putin non è l’esportazione di un ideale, ma la restaurazione di uno spazio di potenza. E la sua guerra in Ucraina – seppur propagandata in tanti fantasiosi modi diversi – nasce esattamente da questa logica, ma si risolve in un conflitto più lungo di tutto il fronte orientale della Seconda guerra mondiale. Trump fa lo stesso nel suo emisfero. Ma anche se le due realtà sembrano specchiarsi, non coincidono. La Russia combatte per non scomparire; gli Stati Uniti agiscono per continuare ad essere. Il linguaggio usato da Mosca in questi giorni è rivelatore: Medvedev, Nebenzja, Žuravlev parlano come negli anni più cupi della guerra fredda, evocando ritorsioni, missili, navi affondate. Ma dietro il tono bellicoso si nasconde un agnello: la Russia non è in grado di difendere i propri alleati. Come in Siria, come in Iran, come ora in Venezuela, Mosca può protestare, minacciare, insultare, ma non può fermare l’azione americana. Pechino si limita a comunicati formali. Il cosiddetto “Sud globale” si dissolve nel momento in cui entra in scena la forza vera.

L’Europa come soggetto mancante

Ed è qui che entra in gioco l’Europa. Anche se ci entra come soggetto mancante. L’Unione Europea è diventata negli anni una macchina normativa senza forza né immaginario. Ha rinunciato a dire chi è, cosa vuole, quale destino propone. In un mondo in cui Washington e Mosca parlano la lingua nuda della potenza, questa rinuncia equivale alla marginalità strategica. Ma se la catena oggi è più visibile, è anche più fragile. La forza senza racconto si logora più in fretta. Quindi la domanda non è se Trump o Putin vinceranno questo o quel braccio di ferro, ma chi saprà riempire il vuoto di senso che si sta aprendo. Qualcuno dovrà tornare a proporre un orizzonte che non sia solo paura o profitto. L’Europa, se vuole sopravvivere come civiltà politica deve sognare in grande. Non il sogno globalista, né quello americano, né quello russo. Un sogno europeo: di potenza, di identità, di autonomia. Senza questo, resterà l’ospizio dei democratici in esilio dalla storia.

Sergio Filacchioni

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