Roma, 19 dic – Il simbolo della giustizia è una bilancia con due piatti e ieri sui due piatti sono stati messi due fatti antitetici, opposti, ma che in qualche modo si compensano: lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino e la sentenza di condanna della Corte d’Appello di Milano per la commemorazione di Sergio Ramelli. Il governo “de destra” da una parte e la magistratura colorata dall’altra; l’uno contro il centro sociale più pericoloso di Torino, protagonista di comprovate condanne e azioni terroristiche; l’altra contro degli uomini che hanno il coraggio di non dimenticare un vile assassinio.
Askatasuna e Ramelli, due condanne parallele ma opposte
Assalti a cantieri della TAV, disordine pubblico, danni e devastazioni, ingiurie e provocazioni, danneggiamenti gratuiti a chiunque hanno avuto il lasciapassare fin quando i compagni torinesi non l’hanno fatta fuori dal vaso. Infatti, hanno lanciato della merda nella redazione della Stampa, facendo parlare di assalto. Insomma, ognuno fa ciò che può gli è congeniale. I camerati che ogni anno si danno appuntamento in Via Paladini annunciano la loro presenza e raggiungono quel triste luogo in religioso silenzio. Lì rimangono fermi e silenti fin quando non ci si unisce in un unico grido per urlare al cielo che Sergio Ramelli è presente. Non si registrano negli anni scontri, violenze, disordini. Nemmeno dopo che qualche imbecille che non ha il culto della morte, imboscandosi in uno dei tanti appartamenti che danno su quella triste strada, come i suoi avi nelle montagne, provoca volontariamente con la colossale balla di Bella ciao. Come dicevano prima ad ognuno il suo.
“Un pericolo per l’ordinamento costituzionale”
Il rito del Presente, il saluto romano, impropriamente detto fascista da quelli ossessionati dal fascismo parenti del sindaco Sala che vede fascisti ovunque, è sempre stato riconosciuto nelle aule dei tribunali che puntualmente vengono affollate sempre per la stessa cosa quale evento commemorativo. Persino la Suprema Corte a Sezioni Unite aveva stabilito che non è il gesto in sé a essere pericoloso, ma il contesto in cui questo avviene. Se passi il 7 gennaio alle 18 da Acca Larenzia sai che si stanno commemorando Stefano Recchioni, Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti; il 7 luglio in via Velia a Salerno sai che nella traversa sul lungomare si commemora l’eroico sacrificio di Carlo Falvella; il 29 aprile a Milano sai che se trovi delle braccia tese è per sentire ancora presente Sergio Ramelli. Non è un’improvvisazione o una sorpresa. Tantomeno si va in giro a fare proselitismo affinché ci si aggreghi e si partecipi a quel momento. Anzi, forse è l’esatto contrari: devi esserne degno.
La Corte d’Appello stavolta ha confermato 13 condanne a 4 mesi per altrettante persone perché “queste manifestazioni con centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un pericolo per l’ordinamento costituzionale”. Essere semplicemente in ordine, in rigoroso silenzio, adottare un atteggiamento marziale al punto da non cedere nemmeno alle provocazioni da parte di chi non ha rispetto per colui al quale è stato sfondato il cranio per puro odio, magari da un loro non lontano parente, e del quale ogni anno viene puntualmente calpestata la memoria da oggi sarebbe un pericolo per l’ordinamento costituzionale. Tutto assurdo e costruito, almeno quanto la formazione paramilitare.
Se il ricordo diventa reato
La PG Bossi poi prosegue “Accertata la matrice fascista del saluto romano, queste manifestazioni” – accertata come? Difficile con un braccio teso, in religioso silenzio e immobili procedere alla bonifica di intere pianure; edificare infrastrutture; costruire intere città in cui pullulano palazzi compresi quelli della Giustizia perfettamente fruibili cent’anni dopo e presso i quali nessuno si è mai rifiutato di entrare; creare posti di lavoro; costruire scuole e non solo gli edifici, produrre; lavorare per essere autosufficienti; tutelare la persona da prima che nasca fino alla pensione; eccellere in ogni campo per la grandezza della Nazione – “con centinaia e centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un pericolo per l’ordinamento costituzionale e continuano a tenersi e trovano terreno sempre più fertile“. Forse, è questo il vero punto: che queste manifestazioni (perché il plurale? Davvero ci si riferisce alla sola manifestazione in ricordo di Ramelli continuata negli anni?) continuano a tenersi e trovano terreno fertile. Queste manifestazione continuano a tenersi: quindi, è reato tenere vivo il ricordo, bisogna smetterla e necessita dimenticare. Meglio la romana Damnatio memoriae. Romana, quindi, fascista pure questa? Allora, forse, meglio invocare il Diritto all’oblio? Ma no, i nomi degli assassini sono già stati dimenticati e, ripuliti, campeggiano sui tabelloni all’ingresso dei padiglioni ospedalieri.
Il solo terreno che conosciamo è quello insufficiente a coprire un eroe che fa ancora paura come Sergio Ramelli, che continua ad irrorare con il suo sangue quel terreno rendendolo fertile per la memoria delle generazioni future. È per questo una storia che fa ancora paura. L’ormai famosa sentenza della Cassazione ha di fatto aperto la guerra delle Procure contro questa decisione e una gara intestina tra le varie procure a chi riuscirà per prima a smontare questo verdetto del Palazzaccio. È di fatto aperta una guerra, ma anche la guerra, come ogni guerra, ha la la sue regole e i suoi riti e il presente è uno di questi.
Tony Fabrizio