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“Frammenti di un pensiero in metamorfosi”: Drieu La Rochelle tra politica, Europa e destino

by La Redazione
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Roma, 9 gen – Pierre Drieu La Rochelle non smette di interrogarci con il suo fascino e il suo stile fuori dal comune. Di recente Altaforte Edizioni ha pubblicato una nuova raccolta di suoi inediti, con la curatela di Marco Spada e la postfazione di Emanuele Ennio Quattrini, intitolata Frammenti di un pensiero in metamorfosi. Le lettere e gli articoli riuniti nel testo coprono circa un ventennio, andando dal 1923 al 1945, offrendoci uno spaccato del pensiero di Drieu sulle sfide epocali di quel secolo breve che fu il primo Novecento.

Il Drieu politico di Frammenti di un pensiero in metamorfosi

Sento disprezzo per quelli che non la fanno, ho compassione di quelli che la fanno”, così Drieu fotografava in Cani di paglia la tragedia e la paradossalità della politica del suo secolo. Siamo nel 1943, l’Europa è in guerra, la Francia è battuta, umiliata, ridotta a spettatore inerme dell’incedere della storia. Le figure che si avvicendano in questo scenario sono semplici approfittatori, arrivisti, servitori di potenze straniere, ingenui romantici, marionette in mano del destino, “cani di paglia da impiegare nei sacrifici”, come suona la citazione di Lao-tzu che Drieu mette in epigrafe del suo romanzo. La linea di faglia attorno a cui ci si muove è quella di una crisi generalizzata, di un vecchio mondo che muore e uno nuovo che tarda ad arrivare. È la fine degli Stati-nazione, la difficoltà dell’emergere di un impero europeo, e la morsa della tenaglia russo-americana. Questo è lo stesso dramma storico di cui vediamo l’evolversi nei testi raccolti in Frammenti di un pensiero in metamorfosi.

Si comincia con il confronto e le incomprensioni con i vecchi maestri del nazionalismo francese come Maurras, fermi a un certo “regionalismo”, al nutrire speranze verso elementi ordinatori ormai sorpassati, verso quelle dinastie nobiliari che per Drieu sono “disperse e screditate”, “ridotte in rovina o sciolte sotto il livello democratico”, incapaci di pensare fino in fonda la questione sociale. Istruttiva è anche la visita all’ex primo ministro Clemenceau, erede di un certo evoluzionismo e naturalismo, sconfortato e scostante, “vecchio stregone” che “veglia sulla tribù”, oracolare ma esausto, senza vere prospettive per il futuro.

Su quelle che sono le sfide che attendono la Francia Drieu ha, invece le idee chiare. Uno dei punti nevralgici è l’incontro tra un nuovo patriottismo e un nuovo socialismo: “Non possiamo marciare con persone che sono patrioti, ma che non sentono il bisogno di dare un senso umano, una realtà schiacciante al loro patriottismo”; e, al contempo, “Non possiamo stare con persone che sono socialiste, ma che non sentono il bisogno di collocare il loro socialismo, con franchezza e senza ipocrisia, tra le terribili necessità sollevate da ogni parte dalle divisioni dei popoli e del loro sviluppo diseguale”. Il capitalismo rappresenta una sfida all’autorità dello Stato, un fattore disgregante, una vera e propria “anarchia capitalista”. In questo senso, non è solamente un problema economico.

L’orizzonte europeo

L’altro nodo centrale è quello di un nuovo ordine europeo. Questione che diventerà drammaticamente concreta con la Seconda guerra mondiale, con i “calvari di resistenza e collaborazione”. Non solo l’epoca degli Stati-nazione è giunta al termine, ma l’Europa nella sua interezza rischia di venire stritolata da russi e americani – come poi avverrà con Yalta. Alla Germania vengono affidate le speranza di una nuova unità europea, riuscendo tuttavia a interpretare questo ruolo solamente in maniera parziale. Drieu rimprovera a Hitler e ai tedeschi un eccessivo provincialismo, di non aver mostrato il necessario “senso dell’Europa”, di non essersi posti fino in fondo il problema politico dei paesi occupati e di come coinvolgerli in una prospettiva autenticamente imperiale. Un fallimento storico che, come sappiamo, Drieu sentirà fin dentro la carne, dandosi la morte come estrema conseguenza della sconfitta.

L’esito da trarre da tutto questo non è, però, un cieco fatalismo, un dissolversi nel nulla. L’alternativa non è tra lo scoramento pessimistico e un ottimismo ingenuo. L’abisso della storia mette l’uomo di fronte a sé stesso, quello che emerge è uno spirito tragico, capace di guardare l’orrore senza farsi travolgere. Criticando il vecchio razionalismo, Drieu scrive: “Io invece (dopo Nietzsche, Hegel, Schopenhauer) mi rifaccio a una concezione più primitiva, in cui il male è al centro della vita stessa, intrecciato al bene in modo enigmatico”. Si impone la necessità della lotta, di una concezione cavalleresca ed eroica dell’esistenza. Anche nel giustificare il proprio suicidio – “Abbiamo giocato e io ho perduto. Esigo la morte” – si rifà a una visione agonica, conflittuale, quasi sportiva, e senza risentimenti. Ancora prima delle conclusioni prettamente politiche, il fascino delle pagine di Drieu è racchiuso in questa concezione tragica, in questo guardare il destino negli occhi. A maggior ragione oggi che la sfida per una Europa potenza è più viva che mai, che la falsa alternativa tra Russia e Stati Uniti rischia di imprigionare i popoli europei.

Michele Iozzino

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