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Ritrovare il padre: il cammino di Zalone tra ricchezza vuota e figli smarriti

by La Redazione
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Roma, 1 gen – Si parte dal fondo, in tutti i sensi. La prima inquadratura è quella di Checco Zalone, sdraiato su un fianco sul lettino con il sedere di fuori. Supplicante e vulnerabile, in attesa che il dottore gli esamini la prostata. È un’immagine volutamente grottesca, che abbassa subito ogni possibile tono epico. Ma il vero colpo narrativo arriva dalla voce di sua figlia, Cristal, che commenta: “Quello è mio padre. Ora ci fa tenerezza. Ma un mesetto fa era diverso”. È l’invito a un flashback che ci catapulta, senza cerimonie, nel suo mondo diametralmente opposto: un universo di lusso esagerato e comodità assoluta, finanziato da un impero di divani ereditato, dove l’unico sforzo ammesso è quello di schiacciare un tasto per chiamare il maggiordomo filippino.

Il paradiso vuoto e la figlia scomparsa

In questo paradiso di ozio e champagne (a proposito, la figlia minorenne si chiama proprio Cristal, perché la superficialità è un atto deliberato), però, si apre un crepaccio. La ragazza è scomparsa. Strappato alla piscina e al suo ruolo di eterno adolescente privilegiato, Checco scopre l’amara verità: di sua figlia non sa nulla. Scopre di essere stato, per lei, un fantasma con il portafogli.

Cristal, gli rivela l’amica Corina, è partita per il Cammino di Santiago. Ma c’è un problema: è minorenne, e per farlo serve un documento falso. Un dettaglio minuscolo e enorme: lo smarrimento di una figlia è tale da spingerla a falsificare la propria identità per cercare un senso. E all’origine di quello smarrimento c’è una firma di assenza: la sua.

Il padre fallito e la catena dell’assenza

È qui che la commedia di Zalone prende la piega di una diagnosi impietosa del padre assente e delle sue conseguenze. Checco non è solo un bamboccione ricco. È il prodotto fallito di una catena: è il figlio di un padre troppo forte, un fondatore irraggiungibile che lo ha marchiato, a vita, come “un coglione”.

Impossibilitato a “uccidere” metaforicamente quel padre per prenderne il posto e incarnare una legge che desse un limite e una direzione, Checco si è rintanato nel denaro. A Cristal ha offerto ogni ben di dio, tranne l’unico necessario: la “castrazione simbolica”, la presenza autorevole che struttura e orienta.

Identità in prestito e fuga mistica

Il risultato è uno spaesamento esistenziale totale. Cristal è una ragazza che non conclude nulla – abbandona ballo, canottaggio – naviga in una confusione sessuale, e fugge su un sentiero mistico per trovare un centro che a casa non c’è mai stato. La sua amica Corina, moldava con problemi alimentari, è un altro frammento dello stesso disagio. Sono tutte figlie senza radici, alla deriva in un mondo di adulti falliti.

Il Cammino di Santiago diventa così l’unica terapia possibile. È un percorso di spoliazione forzata. E Zalone, per raggiungerla, dovrà spogliarsi a sua volta: del comfort, dell’arroganza, della sua identità di ricco inutile. Il film gioca un abile dualismo: all’altro estremo dello spettro paterno c’è il compagno della madre, l’intellettuale palestinese radical-chic. È il padre “corretto”, colto e ideologicamente puro, ma altrettanto inefficace e distante nella sfera dell’affetto. La sua Gaza è il salotto. Entrambi i modelli sono falliti.

Checco Zalone, il miracolo dell’inetto

Ma è l’inetto Checco, con la sua presenza fisica, goffa e testarda, a compiere il miracolo. Non con le parole, ma con i calli. Non con i soldi, ma con la stanchezza condivisa. Sarà lui, il padre “coglione”, a dare a Cristal la forza di tagliare il traguardo. Perché, quando manca la legge simbolica, a volte resta solo la legge primitiva del corpo che avanza. Del genitore che, per la prima volta, non molla.

Archeologia dell’assenza

Il film di Zalone non fa sconti: deride con uguale feroce allegria il ricco ozioso e il radicale da salotto, recuperando un umorismo politicamente scorretto che dissacra ogni ideologia materialista. Ma sotto la risata, affila una diagnosi precisa e tripartita della bancarotta paterna contemporanea.

In scena non c’è un solo modello di padre fallito, ma tre archeologie dell’assenza: Checco, il ricco che ha sostituito la funzione con la merce, offrendo solo materialità; il padre di Checco, Eugenio Zalone, l’uomo d’affari totalmente dedito al lavoro che si è innalzato agli occhi del figlio al rango di divinità irraggiungibile – una figura tanto forte da risultare, paradossalmente, altrettanto inaccessibile e devastante di un padre consumato dalla fatica. E infine il palestinese radical-chic, il cui attivismo da salotto non è che l’altra faccia della medesima assenza, la copertura ideologica per una paternità evasa. Tutti e tre, a modo loro, sono fantasmi.

Materialismo e marxismo culturale

Il film di Zalone, dunque, con la sua solita maschera da buffone, mette in scena una verità amara: il fallimento apocalittico del padre moderno. Con chirurgica precisione, il regista seziona i due mali dell’epoca che hanno distrutto l’autorità paterna: il materialismo consumista della destra liberista, che ha ridotto la figura del genitore a quella di un bancomat emotivamente analfabeta, e il marxismo culturale della sinistra progressista, che ha delegittimato ogni gerarchia naturale, sostituendo il ruolo paterno con chiacchiere ideologiche e un permissivismo tossico.

Il risultato sono figli come Cristal, costretti a navigare uno smarrimento totale. Per cercare una strada, si aggrappa a un’identità in prestito – il documento falso, metafora di quelle identità fluide e woke offerte come sostituto di radici solide – e a un cammino mistico, nella speranza di trovare un limite che nessun padre le ha dato.

La responsabilità si assume

Un passo alla volta

Ma è qui che il film compie la sua svolta più generosa e inaspettata. Perché tra questi fallimenti, solo Checco – il “coglione” – compie una scelta radicale: decide di assumersi la responsabilità.

Non perché sia diventato saggio, ma perché, di fronte alla perdita, la sua risposta non è una teoria o una rimozione, ma un atto fisico e ostinato. Si mette in cammino. Trasforma la sua inettitudine in presenza. In quelle centinaia di chilometri, la sua goffaggine diventa affidabilità, il suo fiato corto diventa costanza, la sua materialità si spiritualizza in sudore condiviso.

Così facendo, compie due miracoli con un solo gesto: risolve il dramma esistenziale di Cristal, dandole finalmente il padre-presente di cui aveva bisogno per completare il suo percorso, e riscatta in extremis se stesso, passando dallo status di fantasma a quello di uomo.

Solidità contro fluidità

Zalone, quindi, confeziona un potente elogio, tutto italiano, dei valori non negoziabili. In un’epoca che ha smarrito ogni riferimento stabile, non si troveranno risposte nella fluidità delle identità, ma nella solidità dei ruoli.

Non nella negazione della fatica, ma nella sua accettazione come via maestra per costruire un legame. Per ricostruire una famiglia, e quindi una società, bisogna prima ricominciare a camminare insieme, sulla stessa strada, sotto la stessa legge. Un passo dopo l’altro, fuori dal caos, verso un centro che, forse, non abbiamo mai smesso di cercare.

Marco Romano

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