Roma, 9 feb – C’è un dato che vale più di qualsiasi analisi di contorno: in Giappone è bastata una lady di ferro per ribaltare gli equilibri politici. Sanae Takaichi ha chiesto un mandato esplicito, lo ha ottenuto, e lo ha trasformato in potere reale. Le elezioni anticipate per la Camera dei Rappresentanti hanno consegnato alla coalizione di governo una maggioranza schiacciante, con il Partito Liberal-Democratico passato da 191 a 316 seggi, mentre l’opposizione liberal-democratica crolla da 148 a 49. Non è un rimbalzo, è una frattura. E dice molto del tempo che stiamo vivendo.
Il Giappone saldamente nelle mani di Takaichi
Il racconto patinato di un Giappone post-politico, sospeso tra manga e tecnocrazia, si è infranto contro una scelta netta. Takaichi non ha inseguito il consenso tiepido del centro, né ha ammiccato all’ideologia dell’apertura senza confini. Ha promesso sicurezza, riarmo, controllo dell’immigrazione – fino a mettere nero su bianco l’obiettivo di non superare neppure quel 2% – e una politica economica pragmatica, capace di sostenere la crescita senza scivolare nella spesa incontrollata. Gli elettori hanno capito. E hanno premiato. La vittoria spalanca un capitolo che a Tokyo si evitava da decenni: la revisione dell’articolo 9 della Costituzione, il cuore pacifista del Giappone del dopoguerra. Non è un vezzo ideologico, ma la presa d’atto di un contesto regionale instabile, della pressione cinese e della necessità di parlare con Washington da una posizione meno subalterna. Il rafforzamento dell’asse nippo-americano non nasce da sudditanza, ma da calcolo strategico. In un Indo-Pacifico sempre più competitivo, l’ambiguità è un lusso che il Giappone non può permettersi.
Il superamento del centrismo
Sul piano interno, il voto certifica il fallimento del centrismo tecnocratico, percepito come amministrazione dell’esistente e incapace di dare identità. Con un’affluenza bassa ma significativa, il messaggio resta inequivocabile: di fronte a carovita, stagnazione e insicurezza, gli elettori non chiedono rassicurazioni verbali, ma decisione. Anche la sinistra paga la polarizzazione: schiacciata tra un conservatorismo che promette ordine e un pragmatismo economico che rassicura i mercati, perde spazio e iniziativa. Non a caso, i primi segnali arrivano dai mercati obbligazionari: la stabilità politica è un bene raro, e il Giappone la rimette al centro. Takaichi si presenta come la soluzione più moderata e credibile tra quelle che invocano un aumento della spesa pubblica: sostegno fiscale mirato, disciplina di bilancio, protezione dell’industria nazionale. Una postura che parla agli investitori e, allo stesso tempo, a un elettorato stanco delle mediazioni infinite.
Dal Giappone un chiaro messaggio all’Europa
Il successo di Tokyo risuona anche in Europa. Le congratulazioni di Giorgia Meloni non sono solo protocollo: indicano una convergenza tra governi che leggono il presente con categorie di interesse nazionale, non con le lenti dell’ideologia. Sicurezza, crescita, stabilità: parole che tornano a pesare quando diventano scelte. Il Giappone di Sanae Takaichi archivia l’illusione del galleggiamento e sceglie la rotta. Meno immigrazione, più difesa, economia ancorata al reale. In un mondo che accelera, chi esita perde. Tokyo ha deciso di non esitare più.
Vincenzo Monti