Roma, 6 ott – Nel dicembre 2023 la Georgia otteneva lo status di Paese candidato all’Unione europea. Molti lo consideravano un traguardo naturale: un Paese caucasico che guarda a Occidente. Dietro l’apparente buona notizia c’erano già crepe profonde: Bruxelles indicava dodici riforme da fare — diritti, giustizia, libertà dei media — e segnalava la sfiducia fra governo, opposizione e società civile.
La Georgia nel pieno del tormento
Una frattura che si è allargata fino al marzo 2023 con il Foreign Agents Draft Law, una legge copiata direttamente da Mosca: si bollavano come “agenti stranieri” ong e giornali che ricevevano fondi esteri. Centinaia di migliaia di giovani scesero in piazza, dispersi con idranti e manganelli. Il partito di governo Georgian Dream cacciò i deputati che avevano votato contro, il premier Gharibashvili e il presidente del partito Kobakhidze si scambiarono i ruoli, mentre il fondatore-oligarca Bidzina Ivanishvili tornò sulla scena come “presidente onorario” con potere di nomina. Da allora il governo ha preso una rotta più conservatrice e nazional-sovranista, ha rilanciato voli diretti con la Russia in piena guerra d’Ucraina e ha rallentato l’allineamento alla politica estera europea. La promessa di “entrare in Europa con dignità” è diventata per molti solo uno slogan dietro cui restringere libertà civili. Infatti, nel novembre 2024 Kobakhidze sospende definitivamente i colloqui per l’adesione all’UE. Da quel momento le proteste notturne a Tbilisi non si sono più fermate: giovani in strada con caschi e maschere antigas per sfuggire alle telecamere con intelligenza artificiale piazzate lungo Rustaveli Avenue. Ci sono stati arresti, multe salate, leader dell’opposizione filo-europea finiti direttamente in cella.
Il governo parla di “tentativo di golpe”
Il 4 ottobre 2025, giorno delle elezioni municipali, l’opposizione filo-europea boicotta il voto: molti dei suoi leader sono in carcere o sotto processo e denunciano come “illegittimo” un’elezione che considerano priva di garanzie. Il Georgian Dream rivendica una vittoria schiacciante – oltre l’80% in tutte le municipalità, un risultato che la piazza giudica artificioso e non rappresentativo del Paese reale. Nel pomeriggio decine di migliaia di persone si sono radunate nel centro di Tbilisi, replicando ancora le scene già viste nel 2024: il corteo lungo Rustaveli Avenue sventola bandiere georgiane ed europee, chiede il rilascio dei prigionieri politici e elezioni anticipate. La polizia reagisce con cannoni ad acqua, spray urticante e manganelli, erige barricate di metallo e filo spinato. Negli scontri restano feriti 21 agenti e 6 manifestanti, alcuni dimostranti accendono barricate in fiamme per bloccare l’avanzata delle forze dell’ordine. Tra i cinque arrestati c’è anche il celebre tenore Paata Burchuladze, volto pubblico della protesta, che poche ore prima aveva letto una dichiarazione in cui invita gli agenti a “obbedire al popolo” e ad arrestare sei figure di spicco del Georgian Dream. Il premier Irakli Kobakhidze ha definito gli scontri un “tentativo di golpe” e ha promesso che “nessuno resterà impunito”, accusando i manifestanti di essere manovrati da potenze straniere e rivendicando la legittimità del voto. Ma la verità è che il sentimento europeo che anima oggi le piazze georgiane affonda nel trauma della guerra dell’agosto 2008, quando l’esercito russo invase l’Ossezia del Sud e arrivò a poche decine di chilometri da Tbilisi. In cinque giorni di combattimenti morirono oltre 350 georgiani fra civili, militari e poliziotti, migliaia restarono feriti e circa 150.000 persone furono sfollate. Ponti, ferrovie e quartieri industriali subirono danni stimati in oltre due miliardi di euro, e parte del Paese resta tuttora occupata da Mosca. Quel ricordo, vivo nella memoria collettiva, spiega perché per molti georgiani l’orientamento europeo sia una scelta di pragmatica sovranità.
Uscire dal racconto Russia vs. Nato
Molti commentatori europei hanno raccontato la crisi come un altro capitolo dello scontro tra Russia e Nato. Ma questo è un quadro parziale e fuorviante. La Nato non è stata creata per espandere l’impero americano: quel potere esisteva già anche in regioni dove l’Alleanza non c’è mai stata. Semmai, la Nato ha spesso limitato l’autonomia strategica degli europei. Quindi non è accettabile la narrazione secondo cui ogni protesta nello spazio post-sovietico sia un piano atlantico contro Mosca: la protesta georgiana nasce soprattutto da problemi interni e da un conflitto tra cittadini e oligarchia, non da complotti militari. D’altronde i presunti “resistenti all’imperialismo occidentale” sono sistemi soprattutto repressivi che usano una retorica patriottica per conservare il potere e dipingere ogni rivolta popolare come un complotto straniero. L’idea che i servizi occidentali possano inventare e mantenere per anni un’insurrezione di piazza è un mito comodo, che affonda le sue radici nella Guerra Fredda: ma chiunque abbia vissuto una mobilitazione sa che la protesta di lunga durata nasce in primis dall’esasperazione reale. Lo si è visto a Kyiv, a Belgrado, oggi a Tbilisi: popoli che sfidano lacrimogeni e idranti con bandiere ben visibili, nazionali ed europee. Si possono accusare Londra, Washington o i Rothschild, ma il fatto è che un’oligarchia con mentalità sovietica, repressiva e corrotta è semplicemente odiosa. La vera preoccupazione non è se l’Occidente li appoggi apertamente o segretamente, ma quando li abbandona o li sabota, come è accaduto troppe volte nella storia, quando i popoli europei orientali sono stati lasciati soli contro i propri aguzzini.
Una volontà europea che cerca interlocutori
Al di là di ogni calcolo geopolitico, il dato politico che emerge da Tbilisi è la volontà europea di un popolo. Non europea in senso burocratico-brussellese, ma come rifiuto dell’arbitrio post-sovietico, della corruzione e delle clientele che lo hanno tenuto ai margini. Che questa tensione coincida o meno con ciò che oggi l’UE rappresenta, resta un segnale che la domanda di libertà continua a parlare il linguaggio dell’Europa storica. Riconoscerlo non significa aderire acriticamente ai modelli atlantisti né illudersi che l’Unione attuale sia il destino ultimo dei nostri popoli: significa prendere atto che, anche alle porte del Caucaso, la bussola popolare punta verso un ordine europeo di civiltà e diritto. Resteremo spettatori o interlocutori di questa domanda?
Sergio Filacchioni