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Ambrogio, il santo con la frusta

by Corrado Soldato
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Ambrogio

Roma, 16 dic – «A Milano tutto è meraviglioso» – declamava, in un epigramma, il poeta Ausonio – e «vi è tale abbondanza di ogni cosa» che la doppia cinta muraria, il circo, il teatro coperto, i templi, il palazzo imperiale, la zecca e le terme «gareggiano tra loro in bellezza e grandiosità [al punto] che il pensiero di Roma non fa ombra». Al letterato originario della Gallia – in visita nella città padana di ritorno, da sud, nella nativa Bordeaux – non mancavano certo gli spunti per tessere l’elogio della Mediolanum del IV secolo. L’originario insediamento insubro che, dopo la conquista romana della Cisalpina, aveva prima acquisito il titolo di municipium per poi ottenere, all’epoca degli Antonini, quello di colonia, era infatti, quando vi si recò Ausonio, una delle «perle» dell’impero. Residenza dell’augusto d’Occidente dal 293, Milano avrebbe goduto del rango di capitale fino al 404, quando la corte imperiale si trasferì a Ravenna. Centro mercantile, con una popolazione di 130.000 abitanti, la Milano tardo-antica era tuttavia una città problematica in cui, come nelle altre province imperiali, la penetrazione del cristianesimo non aveva contribuito a distendere gli animi. Alle tensioni sociali e alla stagnazione economica, il nuovo credo religioso sovrappose infatti, in città, gli attriti fra i cattolici – seguaci del «simbolo niceno», che affermava la consustanzialità del Padre e del Figlio – e gli ariani, che negavano invece al Figlio la stessa natura divina del Padre. Orbene, fu in quell’atmosfera gravida di conflitto che ebbe inizio la carriera ecclesiastica di Ambrogio, l’uomo destinato ad assurgere a simbolo della Chiesa milanese.

Un’acclamazione corale

Quando ascese al vescovado, Aurelius Ambrosius (nativo della gallica Treviri, ma rampollo di un’illustre gens dell’aristocrazia romana) era già quarantenne e, se davvero era cristiano, lo era però come catecumeno, non avendo ricevuto il battesimo (come si usava al tempo) né alla nascita né in età giovanile. Ambrogio, tuttavia, era a Milanoun personaggio autorevole, poiché dal 370 vi ricopriva la carica di governatore (vir consularis). E fu proprio in tale veste – «reggendo i fasci [cioè detenendo il potere] nella provincia», narra Rufino d’Aquileia – che Ambrogio si vide costretto, da laico, a intervenire nelle questioni della Chiesa cittadina; e lo fece, precisa Rufino, in previsione di «gravi turbamenti» della quiete pubblica e al fine «di calmare [possibili] tumulti». Deceduto nel 374 il vescovo Aussenzio, infatti, la lotta per la successione alla sede vacante rischiava di degenerare in scontri armati tra i partiti cattolico e ariano, la cui rivalità era giunta ormai a livelli di confronto feroce. Il governatore, evidentemente, non poteva nascondere la testa nella sabbia; ed entrato nella basilica in cui clero e cittadini erano adunati per designare l’erede di Aussenzio, ne uscì inaspettatamente vescovo, per così dire a furor di popolo. La sua investitura fu infatti l’esito di un’acclamazione corale, a somiglianza di quelle con cui l’esercito romano era solito scegliere il nuovo imperatore.

Falsari peggiori del diavolo

L’elezione a vescovo del vir consularis avvenne nell’ottobre 374 e Paolino, nella Vita Ambrosii, sostiene che ariani e cattolici, messe da parte le divergenze, «improvvisamente convennero su quel nome [di Ambrogio] con meravigliosa e incredibile concordia». Una scelta di pacificazione, quindi, quella di Ambrogio? Forse sì e forse no. Ad avviare il catecumeno al battesimo, d’altronde, fu il diacono cattolico Simpliciano, come cattolico fu il prelato (probabilmente Limenio di Vercelli) che impartì il sacramento e che, il 7 dicembre, consacrò il neo-vescovo. Era dunque chiaro, sin dalle premesse, su quale lato della barricata cristologica si sarebbe collocato l’ex governatore, nonostante gli esordi moderati del suo vescovado. Tra chi professava il Cristo consustanziale (homooúsios) al Padre e chi lo negava non era possibile, per Ambrogio, alcun compromesso. Già quattro anni dopo l’elezione, infatti, nelle omelie del prelato apparvero motivi antiariani o, per essere più precisi, aspre invettive contro i seguaci di Ario. Nel trattato Sulla fede del 378, per esempio, Ambrogio rivolgeva agli avversari epiteti inequivocabili – «demoni, serpenti, pazzi, falsari peggiori del diavolo» – mentre, riferendosi alla catastrofe di Adrianopoli, asseriva che era stata «l’eresia sacrilega [di Ario]» ad attirare sull’impero il «castigo dell’invasione gotica». Alle intemperanze verbali del vescovo, peraltro, seguirono i fatti. Nel 385 Giustina, madre dell’augusto Valentiniano II, che aveva ordinato ai cattolici milanesi di assegnare una basilica agli ariani, dovette cedere di fronte all’arcigna protesta di Ambrogio; il quale, gridando al sacrilegio, istigò alla ribellione i propri seguaci, innescando così quei «tumulti» che, secondo Rufino, l’elezione di un decennio prima avrebbe dovuto evitare.

Vogliamo che Roma diventi cristiana

Campione della lotta all’arianesimo, Ambrogio lo fu inoltre di quella al paganesimo. «Roma antica non era cristiana e ora noi vogliamo che lo diventi», dichiarava apertamente il vescovo nell’Epistola 18, opponendosi alla petizione con cui il prefectus Urbi Simmaco aveva chiesto a Valentiniano II, nel 384, di ripristinare in Senato il venerando altare della Vittoria, rimosso sotto il regno del predecessore Graziano. Ma non è tutto. Se nella visione di Ambrogio il mondo romano doveva mondarsi dalla macchia dell’«idolatria» – del politeismo istituzionale come di quello più innocuo e popolaresco (anche Monica, la devota madre di sant’Agostino, incorse nel divieto ambrosiano di recare pane e vino sulle tombe dei defunti, come prescriveva l’arcaica usanza del refrigerium) – neppure gli ebrei, per il vescovo di Milano, potevano esigere la tolleranza che era negata ai pagani: né a Occidente né tantomeno a Oriente, dove non era inusuale che i predicatori scagliassero contro i «giudei» violente filippiche, spesso seguite da autentici pogrom. Nel 388, per esempio, avendo i cristiani della siriaca Callinico dato alle fiamme la locale sinagoga, il governatore ingiunse al vescovo della città di ricostruirla a sue spese. Teodosio, l’imperatore regnante, approvò la decisione del funzionario, attirandosi però la reprimenda di Ambrogio, che indirizzò all’augusto una missiva (l’Epistola 40) dal tenore inequivocabile: l’incendio della sinagoga, argomentava il prelato, non era un delitto, bensì un atto meritorio, essendo quello un «luogo di perfidia», un edificio blasfemo in cui «Cristo è negato».                  

Un topos iconografico

Ambrogio resse la diocesi milanese fino alla sua dipartita, nel 397, ma il ricordo della sua intransigenza restò a lungo impresso nella memoria dei compatrioti; i quali, rientrando nella città in rovina dopo le devastazioni di Federico Barbarossa, dedicarono nel 1171 al vescovo, da tempo elevato agli altari, un bassorilievo per la ricostruita Porta Romana, in cui si vede Ambrogio brandire uno staffile, mentre esilia da Milano gli ariani. Quell’immagine del «santo con la frusta» – aderente, peraltro, a un noto modello evangelico (Gesù che, munito di scudiscio, scaccia i mercanti dal tempio) – ebbe poi fortuna, divenendo un topos iconografico sovente riproposto nell’arte sacra lombarda (negli affreschi del XV secolo di san Pietro in Gessate, Ambrogio è così ritratto su un destriero, con il flagello in mano: un rimando alla miracolosa apparizione del vescovo a Parabiago, nel 1339, durante una battaglia tra i milanesi e una masnada di incursori tedeschi). Simili rappresentazioni artistiche, comunque, restituiscono con efficacia, al pari delle fonti scritte, la personalità di un ecclesiastico come Ambrogio, incarnazione di un cattolicesimo bellicoso capace, dopo secoli di persecuzioni e contese, di imporre la propria egemonia sulle coscienze della romanità tardo-antica. Fanaticus nel senso etimologico del termine (in quello, cioè, di chi sta al servizio del fanum, del tempio), Ambrogio –  filius temporis sui – era conseguentemente poco incline alla permissività in materia di fede. Per tale motivo, alle sue orecchie di cattolico «integralista» le parole pronunciate dall’avversario Simmaco in difesa del tramontante paganesimo – «non si può giungere, per un’unica via, a un mistero [il divino] così sublime» – dovettero suonare, più che irricevibili, palesemente assurde.

Corrado Soldato

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