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Il caso Veneziani-Giuli: la cultura si fa con gli operai, non con i lamenti «intellettuali»

by Sergio Filacchioni
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Veneziani

Roma, 27 dic – La polemica tra Marcello Veneziani e Alessandro Giuli, rapidamente degenerata in caso nazionale, è diventata il contenitore ideale per vecchi rancori, ambizioni irrisolte e regolamenti di conti personali che poco hanno a che fare con la questione di fondo. Il rumore prodotto attorno a questo scontro è sproporzionato rispetto alla sua reale utilità politica e culturale, e finisce per oscurare ciò che invece meriterebbe di essere discusso seriamente: il rapporto tra una destra al governo e il proprio mondo intellettuale, tra aspettative, limiti e responsabilità reciproche.

Veneziani contro Giuli, un caso degenerato

L’articolo di Veneziani, al netto di toni tranchant, poneva una questione legittima: l’impersonalità dell’azione di governo, la sensazione diffusa che la vittoria politica non si sia tradotta in una visione capace di incidere in profondità sul piano culturale e simbolico. Non è una novità – Veneziani ciclicamente torna su questo punto – ma resta una critica politica, non caratteriale. A una contestazione di questo tipo si risponde sullo stesso terreno, quello dell’indirizzo amministrativo e delle scelte di merito. È qui che, come hanno osservato Andrea Venanzoni e Andrea Lombardi, si consuma l’errore comunicativo: spostare il confronto sul piano personale, evocare allusioni, risentimenti o sospetti significa trasformare una discussione seria in gossip, alimentando un effetto domino che finisce per danneggiare tutti. Fermarsi a questo livello, però, sarebbe riduttivo. Perché nello scontro emerso in questi giorni affiora un problema più profondo, che attraversa da anni una parte dell’intellettualità di destra: la convinzione, spesso implicita, che tutto si esaurisca con loro. Che, conclusa la loro stagione, non resti più nulla da dire, nulla da costruire, nulla da trasmettere. È una postura malinconica e ultimativa, che scambia il proprio disincanto per una diagnosi storica definitiva. Il mondo è perduto, la destra è mediocre, la cultura è morta: resta solo la testimonianza, se non addirittura il sarcasmo.

La postura malinconica di certi intellettuali

È una tentazione ricorrente, quella della pornografia del declino, che trova una radicalizzazione esplicita nelle parole di Franco Cardini, sceso in campo parlando di “encefalogramma piatto” e sostenendo che “non c’è nemmeno una rivista culturale”. Un giudizio contundente e sommario, che colpisce indistintamente un mondo che negli ultimi decenni ha prodotto case editrici, riviste, centri studi ed eventi spesso senza alcun sostegno istituzionale. Soprattutto, una simile impostazione spinge il discorso verso la caricatura: o la grandezza perduta o il ridicolo presente. Una visione autoreferenziale che finisce per coincidere con ciò che si dice di voler combattere. Perchè alla denuncia non segue mai una proposta su come organizzare una filiera culturale reale, capillare, tangibile. In questo clima avvelenato si inserisce anche il racconto di Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, che riduce lo scontro a una sequenza di “zuffe, rancori e gelosie”, alimentando una narrazione da retroscena permanente. È il passaggio decisivo dalla critica alla tossicità: quando la politica viene letta come romanzo, i fatti scompaiono e resta solo il sospetto. Ma la dietrologia non chiarisce l’assenza di una strategia culturale, la copre. E così, mentre la destra discute di se stessa, il tema vero evapora.

Incidere culturalmente vuol dire radicarsi

Quel tema è stato invece centrato da Marco Tarchi: la destra non è priva di intellettuali, ma soffre di una difficoltà cronica nel riconoscere e organizzare il proprio capitale culturale senza trasformarlo in una guerra civile permanente. Pretendere che un ministro della Cultura governi come un intellettuale militante, o che risponda alle critiche con lo stesso registro polemico, è un equivoco di fondo. La politica ha tempi, linguaggi e responsabilità diverse. Capirlo non significa rinunciare alla battaglia culturale, ma darle una struttura e dei livelli. La vera questione, semmai, è quella indicata da Andrea Lombardi: il radicamento. Una destra che voglia incidere culturalmente non può limitarsi a nomine simboliche o a dispute romane. Deve investire sui territori, sulle reti associative, sui luoghi di formazione e produzione culturale che già esistono e lavorano, spesso lontano dai riflettori. E deve farlo guardando ai mezzi del futuro: podcast, canali digitali, intelligenza artificiale. È un lavoro da operai più che da intellettuali, che non si misura in polemiche settimanali ma in decenni di costruzione. Tanti quanti – se non di più – ne sono serviti alla sinistra per edificare la propria industria culturale in servizio permanente.

Un lavoro da operai

La conclusione è semplice e spietata. Questa polemica è stata evitabilissima perché nasce da un’abitudine sbagliata: scambiare la battaglia culturale con il duello d’ego. Ma è anche un segnale utile. La destra non può permettersi di vivere di bilanci funebri e di frasi definitive, né di credere che la storia termini con i suoi decani. Se vuole davvero incidere, deve smettere di inseguire l’egemonia come parola magica e costruirla come lavoro costante. Altrimenti resterà prigioniera della forma peggiore di cultura: quella che si esprime solo nella polemica e che scambia la propria amarezza per destino.

Sergio Filacchioni

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