Roma, 3 feb – La “grande sostituzione” non poteva essere spiegata meglio. È ciò che è accaduto a Saragozza, nel comizio centrale di Podemos in vista delle elezioni aragonesi, quando la dirigenza del partito ha celebrato la regolarizzazione straordinaria dei migranti e ha indicato senza ambiguità il prossimo obiettivo: renderli forza elettorale attraverso cittadinanza e diritto di voto. Non è il sottotesto, è la tesi. E a pronunciarla è stata Irene Montero, eurodeputata ed ex ministra, affiancata dalla segretaria generale Ione Belarra, di fronte al pubblico e ai media spagnoli.
Il programma politico di Podemos
Belarra ha impostato subito il tono del discorso: ha ostentato una boccetta con dentro le “lacrime di fascisti e razzisti”, sostenendo che l’accordo sulla regolarizzazione li ha mandati fuori di sé perché, secondo lei, “volevano migranti e persone discriminate sotto i loro piedi”, costretti ad accettare “qualsiasi lavoro di merda” e condizioni peggiori. Una scena di propaganda pura: costruzione di un nemico morale e rivendicazione di una misura amministrativa come vittoria di potere. Nulla di nuovo, se non fosse che quel passaggio introduce il vero salto qualitativo: l’idea che la regolarizzazione non sia un punto d’arrivo, ma un gradino verso la trasformazione politica del Paese. Montero infatti non si è limitata a difendere la regolarizzazione come scelta di “diritti”, ma ha spiegato nella pratica una strategia: dopo i documenti, la cittadinanza e il diritto di voto. Il passaggio è determinante, perché il nodo non è più l’inserimento sociale, ma l’inserimento politico. Non si parla più di lavoro, alloggio, scuola, ma della composizione del corpo elettorale, del demos. Montero lo dice senza filtri: chiede ai migranti e ai “discriminati” di non lasciare sole le forze politiche della sinistra contro i fascisti. Infine, utilizza una formula che ha già fatto il giro del web: “Spero che potremo ripulire questo Paese da fascisti e razzisti con l’aiuto degli immigrati“.
Un comizio che indica un percorso
Queste parole — anche se volessimo leggerle come iperbole da comizio — segnano uno spartiacque politico sostanziale. Spostano definitivamente la questione migratoria dal terreno sociale a quello costitutivo, per sposare apertamente una riconversione del corpo elettorale. La sequenza tracciata dal palco è fin troppo lineare: documenti → stabilità giuridica → cittadinanza → voto. Il migrante non è più soltanto un soggetto da tutelare o lavoratore da integrare nel sistema economico liberal-capitalistico, ma una pedina politica da attivare. Quando Montero invita le persone migranti e discriminate a “non lasciare sole” le forze progressiste contro i “fascisti”, sta lanciando una mobilitazione elettorale futura, una chiamata a entrare direttamente nel conflitto politico. La cittadinanza non viene presentata più come un neutro e naturale diritto di tutti, ma come strumento di riequilibrio politico. Non più un ampliamento dei diritti in astratto, ma una ridefinizione strutturale del demos attraverso decisioni legislative. È su questo terreno che lo scontro diventa frontale, perché tocca direttamente il principio di sovranità: se cambia il soggetto che vota, cambia la direzione dello Stato.
La grande sostituzione non è un complotto
In questo senso, il caso spagnolo segna un passaggio di fase nel dibattito europeo. Non siamo più davanti a discussioni teoriche liquidate come “paure” o “narrazioni complottiste”, ma a una linea politica dichiarata dal palco: usare cittadinanza, regolarizzazioni e diritto di voto come strumenti centrali della trasformazione degli equilibri interni. Quando dirigenti di primo piano presentano l’estensione del corpo elettorale come risposta a un nemico interno definito in termini morali assoluti, il messaggio diventa chiaro: non si punta a convincere una parte del Paese, ma a ridimensionarne il peso politico attraverso un cambiamento etnico. Le parole di Montero mostrano fino a che punto, per una parte della sinistra radicale, il conflitto non sia più solo tra programmi, ma tra modelli di popolo e di identità collettiva. Ed è su questo terreno, più che sugli slogan, che si gioca la vera partita politica in Europa.
Sergio Filacchioni
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