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Il pinguino nichilista, metafisica di un meme

by La Redazione
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Roma, 6 feb – Impossibile non conoscerlo. Stiamo parlando del pinguino di Adelia del documentario di Werner Herzog che ha letteralmente invaso il web sulle note de L’Amour Toujours mentre marcia dritto verso una montagna della penisola antartica che torreggia al termine di una scintillante distesa di neve.

Una riflessione (non) necessaria

La clip con la voce fuoricampo che descrive il comportamento anomalo dell’animale. E scandisce la locuzione interrogativa divenuta virale but why? L’algoritmo delle piattaforme di Instagram e TikTok è schizzato tanto da spingere chi scrive a domandarsi se da tutta questa vicenda possiamo trarre o meno qualcosa al di là di un meme divertente da inserire fra Sidney Sweeney, un video psichedelico con i dischi volanti e una lattina di Monster white nel pantheon del best of dell’epoca dei social media…

Beh, se ci siamo presi la briga di buttare giù queste poche righe che sintetizzano una riflessione assolutamente non necessaria. Ma della quale sentivamo terribilmente il bisogno. Questo perché per noi la risposta è sì.

E badate bene, non quel sì moscio di chi si sente sempre in dovere di dire la sua su tutto. E che ha già derubricato la cosa ad una parabola banale di anticonformismo spiccio e a quella voglia di ‘sentirsi ribelli’ tanto per. No, quel pinguino, nel cui comportamento anomalo, a livello pratico, non vi sono dietrologie possibili o significati profondi diventa invece una metafora fondamentale quando sopraggiunge l’immedesimazione dell’osservatore. E con essa la necessità di spiegare un comportamento animale secondo le dinamiche di una Weltanschauung, la nostra, propriamente umana.

Il pinguino nichilista: un triplice livello di lettura

Cerchiamo dunque di capire meglio perché quel piccolo pennuto incapace di volare ma così determinato ci offre un triplice livello di lettura di noi stessi che non dovremmo ignorare. In quello più superficiale, che l’opinionismo da salotto mainstream giudica essere il più profondo, troviamo una pulsione ribellistica che è stata e in alcuni casi è ancora propria di ognuno di noi. Ossia quel rifiuto di adattarsi ad un sistema che giudichiamo conformista e spersonalizzato nel quale gli altri pinguini sono dei boomer noiosi che vorrebbero affibbiare al nostro eroe piumato un ruolo ed un’etichetta che questi rifiuta.

Nel peggiore dei casi una tale propensione si esprimerà nell’egoismo cencioso di chi, volendo essere ribelle a tutti costi ma tenendosi ben distante dal concetto più impegnativo di Rivoluzione, finisce per ricadere inesorabilmente nell’ennesimo insieme categorizzante di quella stessa società che non rifugge mai veramente (ogni riferimento a determinate fazioni politiche è assolutamente casuale).

Nel migliore dei casi realizzerà invece un percorso interiore. Molto più nobile, di ricerca del concetto stesso di libertà che tuttavia, anche qui, se non coadiuvato da una profonda e radicata visione del mondo, farà del nostro pinguino una sorta di Alex Supertramp del regno animale destinato al fallimento e alla morte. Ma che forse, su quella montagna, potrà comunque assaporare un respiro di quella agognata libertà con la semplicità totalizzante con la quale si addenta un frutto maturo appena colto.

Ricerca interiore

Passando rapidamente alla seconda chiave di lettura che questa breve clip ci offre, possiamo leggere nell’allontanamento del pinguino dalla colonia una ricerca di un qualcosa di altro. Non più semplice libertà bensì dimensione spirituale che una società profondamente materialista ed economicistica non è in grado di offrire. Il voler in pratica riappropriarsi della dimensione del sacro che tanto il comunismo quanto il capitalismo hanno contribuito a chiudere nel dimenticatoio della storia.

Ecco dunque che la colonia, che qui rappresenta il mero concetto di sopravvivenza, diventa struttura atomizzante. Nasci, lavori, produci, muori. Discostarsene significa intraprendere un cammino cavalleresco di ricerca di un più profondo Sé, scollegato da modelli di vita effimeri ma proiettato verso la vertigine delle altezze, fisiche ed ancor più, interiori.

Come un moderno Parsifal ecco che il piccolo pinguino sceglie non più di sopravvivere, vittima del fluire incessante del divenire, ma di vivere. E quindi di mettersi in marcia ed ogni suo passo segna la riconquista interiore, l’affermazione di una volontà superomistica profonda, la propensione all’ascesi come conquista e trionfo sulle proprie bassezze prima che su quelle del mondo che ci circonda.

Oltre la superficialità del meme

Ma qui veniamo alla terza ed ultima chiave interpretativa. Dietro l’allontanamento del pinguino infatti potremmo leggere un distacco di natura aristocratica nella sua accezione peggiore. Di rifiuto sì della società ma con essa anche di rifiuto di ogni tentativo di cambiarla e influenzare la trama della storia ed il destino del mondo. Di isolazionismo che paralizza ogni tentativo di affermazione eroica. Questa è una trappola nella quale rischia di cadere chiunque decide di intraprendere una via che abbia cuore. Ed è proprio qui che deve giungere in nostro aiuto la consapevolezza di ciò che siamo, del dharma connaturato al nostro sangue: il nostro destino si realizza nel combattimento, fisico e metafisico.

E questo è quanto di più profondo possiamo leggere nel meme del pinguino, il fuggire una società materialistica non per sparire nel nulla ma per compiere la Rivoluzione delle anime che propiziamo con l’azione. Riprendersi tutto in noi stessi e poi riprendersi tutto anche al di fuori di noi. Ecco perché ci piace pensare che l’allontanamento sia solo una parte del viaggio, che prima o poi vedremo tornare quel pinguino dalla montagna. E sarà un pinguino diverso da quello che è partito. Ma forse, a questo punto, non stiamo più parlando del pinguino o di qualsiasi altro animale fosse. Senza accorgercene, stiamo già parlando d’altro…

Tullio Mastarna

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