Roma, 12 feb – L’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych non prenderà parte alle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026. La decisione è arrivata dal Comitato Olimpico Internazionale dopo che il portabandiera ucraino aveva annunciato l’intenzione di gareggiare con un casco raffigurante i volti di sportivi ucraini morti nel conflitto iniziato con l’invasione russa.
Il Cio ha richiamato l’articolo 50 della Carta Olimpica, che vieta in campo gara “qualsiasi forma di propaganda politica, religiosa o razziale”. All’atleta è stata concessa la possibilità di indossare una fascia nera al braccio a scopo commemorativo. Heraskevych ha rifiutato il compromesso, sostenendo che il casco non violasse il regolamento. L’organizzazione ha replicato che l’esposizione nominativa e visibile durante la competizione rientrava nella sfera delle manifestazioni politiche.
Heraskevych e il casco che ha fatto infuriare il CIO
Non è la prima volta che Heraskevych assume una posizione pubblica. Alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Olimpiadi Invernali Pechino 2022 aveva sollevato un cartello con la scritta “No War!”. Un messaggio inequivocabilmente pacifista, rivolto contro la guerra in sé, non a sostegno di una parte politica interna o di un’agenda di propaganda. Il suo percorso pubblico è coerente: la denuncia della guerra, il richiamo alla pace, ora la commemorazione di altri atleti e sportivi caduti. In questo quadro, la decisione del Cio segna una macchia indelebile sulla storia delle Olimpiadi moderne.
La scelta di vietare il casco si fonda su un principio chiaro: il campo di gara non deve diventare uno spazio di espressione politica. Tuttavia, il contesto in cui la decisione interviene è tutt’altro che neutro. La Russia e la Bielorussia sono formalmente escluse, ma atleti dei due Paesi partecipano come “Individual Neutral Athletes”. L’Ucraina, invece, si trova a competere mentre è oggetto di un’aggressione militare riconosciuta come tale dalla comunità internazionale. In questo scenario, la commemorazione dei propri caduti viene qualificata come manifestazione politica.
Se la memoria di atleti morti in guerra rientra automaticamente nella propaganda, allora la neutralità si estende fino a scalfire persino una normale pietas civile. E qui si apre una questione politica. Proprio quello che il Cio doveva – nelle sue intenzioni – evitare.
La solidarietà connazionale di Olena Smaga
A rafforzare la protesta è intervenuta anche la slittinista ucraina Olena Smaga, che al termine della gara ha mostrato un guanto con la scritta: «Il ricordo non è una violazione». Un gesto di solidarietà nei confronti del connazionale e una presa di posizione esplicita contro l’interpretazione del Cio. E qui si centriamo il punto: è legittimo chiedersi fino a che punto il regolamento possa prevalere su un principio elementare come il riconoscimento dei caduti, soprattutto quando il gesto non contiene slogan bellici, ma semplicemente volti.
Se l’articolo 50 vieta qualsiasi espressione che richiami un conflitto in corso, allora la neutralità si traduce in una forma di rimozione preventiva, che evitando di prendere posizione in nome di formule astratte, finisce per eliminare un ricordo legittimo. Anzi, l’effetto concreto è l’esclusione dell’atleta che rifiuta di separare la propria partecipazione sportiva dalla realtà della Nazione che rappresenta.
Il regolamento che uccide la pietas
Restano quindi delle domande che il caso Heraskevych rende inevitabile: quanto è neutrale un’istituzione che vieta la memoria delle vittime di un’aggressione militare? E fino a che punto la neutralità può essere invocata senza produrre asimmetrie? Perchè il pacifismo espresso con un “No War!” a Pechino non fu sanzionato in modo definitivo e i volti degli sportivi caduti si? Il caso Heraskevych non riguarda soltanto uno skeleton e un casco. Riguarda la definizione concreta del confine tra interessi-regolamenti-tecnicismo sulla Pietas che dovrebbe essere la stella polare di un comitato olimpico.
Vincenzo Monti