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Silvia Salis: i tacchi e i capelli che la sinistra vorrebbe avere

by Tony Fabrizio
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Roma, 13 aprile – Appare d’improvviso, tra i carruggi e i marmi superbi di Genova, una figura che ha il passo della sfidante e l’eleganza della preda che si fa cacciatrice. Silvia Salis, Sindaco della Lanterna, non cammina: procede speditamente, tra un’intervista a Bloomberg e la musica techno di Charlotte de Witte, passando per la foto “scandalo” che la ritrae in posa con le sue scarpe come se fosse nella redazione di Runaway de Il diavolo veste Prada. Lo fa con la sicurezza di chi ha sostituito la polvere delle pedane olimpiche con il velluto delle istituzioni, accreditandosi a una futura corsa nazionale col piglio di chi ha capito che il potere, in questa Italia di cartapesta, è innanzitutto un esercizio di stile e di anatemi ben assestati.

La Salis e il potere dell’antifascismo da salotto

Brandisce, la Salis, il logoro talismano dell’antifascismo da salotto. Invocare lo scioglimento di CasaPound è ormai un rito apotropaico, un’omelia civile lanciata al volgo per scaldare i cuori di una sinistra orfana di miti e di martiri. È populismo, certo, ma un populismo di seta, rivestito di quella “pulizia” istituzionale che tanto ammalia i salotti buoni e i talk-show del tramonto. Non è la rabbia della piazza che grida, ma il monito algido di chi osserva il mondo dall’alto di una posizione conquistata e difesa con le unghie.

La destra, dal canto suo, s’impantana nel solito riflesso pavloviano. Si accanisce sul feticismo della suola, sulla calzatura da milleduecento euro, scambiando l’estetica per ipocrisia. Ma il colpo va a vuoto, s’infrange contro il tacco dodici di chi non ha mai fatto voto di povertà né ha mai finto di venire dal fango. La Salis non è la pasionaria scalza che mangia pane e ideologia; è la borghesia che si fa bandiera, che non chiede scusa per il proprio benessere ma lo esibisce come un blasone di merito. Se alla destra quel lusso appare un affronto alla coerenza, alla sinistra è il balsamo di chi finalmente può sentirsi rivoluzionario senza rinunciare alla grazia del privilegio. È la fine dell’ascetismo progressista: la rivoluzione non è più un pasto povero, ma un banchetto esclusivo.

Finalmente una donna

Eppure, il vero prodigio di questa ascesa si nasconde in un lapsus freudiano che attraversa le cronache come un lampo: “Finalmente una donna a sfidare la Meloni“. Qui, sia chiaro, non c’è il disconoscimento della natura “muliebre” di Elly Schlein. Nessun insulto alla biologia, per carità. Ma c’è il verdetto spietato della politica: quell’articolo — “una” — sancisce l’eclissi del Nazareno. Dire che la Salis è “una” donna che sfida la Premier significa ammettere, con la crudeltà tipica del linguaggio, che la Schlein, nell’immaginario della lotta, è già svanita. La Segretaria svizzero-italo-americana è diventata un ologramma, una figura che vaga tra i dubbi di un’armocromia irrisolta e i distinguo di una linea politica che non sa farsi contorno. Mentre la Salis viene percepita come la “vera” sfidante, più netta, più muscolare (retaggio, forse, del suo passato da martellista. Sì, anche lei, ma per sport), una leader che ha messo ordine nel caos del proprio campo visivo prima ancora che in quello parlamentare.

La Salis è il riflesso della sinistra che vorrebbe essere bella e vincente

Mentre Giorgia sta sul colle, arroccata in un realismo sovranista che si è fatto Stato, e Silvia avanza dai porti di Genova con la foga di una tempesta atlantica, Elly resta sospesa in quel limbo dove le parole non diventano mai carne. Alla destra la Salis non piace perché non è il mostro sguaiato che vorrebbero dipingere; è troppo simile a loro nell’ambizione, ma troppo diversa nell’estetica. Alla sinistra piace perché è l’immagine riflessa di ciò che vorrebbero essere: vincenti, belli e moralmente superiori. Ma tra il tacco di Genova e lo stivale d’Italia, il destino della Schlein sembra ormai segnato: quello di una comparsa che, mentre cercava di unire il partito, ha dimenticato di occupare la scena, lasciando che un’altra protagonista rubasse la luce dei riflettori sotto il cielo della Superba.

Tony Fabrizio

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