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Genova, il consigliere islamico del Pd invoca Piazzale Loreto

by Tony Fabrizio
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consigliere islamico Pd Genova

Roma, 6 lug – C’era una volta la Genova superba, repubblica marinara che issava il vessillo di San Giorgio contro le scorribande saracene. Oggi, quella stessa città rischia di essere ridotta a un tappeto da preghiera steso davanti al primo candidato consigliere comunale fulminato sulla via della Mecca, pronto a vomitare sui social il peggior repertorio di livore anti-occidentale.

Quando a Genova Silvia Salis non basta più

All’ombra della Lanterna, piccoli Silvia Salis crescono e, da buoni adepti, superano la maestra. Non bastava la presenza del primo cittadino con tanto di fascia tricolore – che non solo rappresenta ugualmente chi non l’ha votata, ma anche chi non ha proprio votato – a festeggiare la cacciata democratica & repubblicana dei missini che avevano scelto il terzo fascio d’Italia come luogo per un loro congresso. Un evento accaduto nel 1960, quando la Salis non c’era come politica, ma nemmeno come atleta; e cosa possa esserci da festeggiare, cosa ci sia da vantarsi, loro che si dicono pluralisti e democratici, ad oggi dal 1960 ancora nessuno lo ha capito. È manifesto, però, l’inchino ai parrucconi di Sant’Andrea delle Fratte, sperando possa essere la casa da avvicendare con Palazzo Tursi.

Il delirio social del consigliere islamico del Pd

Se tutto questo era ancora poco, a rincarare la dose ci pensa tale Simhoamed Kaabour, consigliere comunale piddino. Kaabour è il perfetto stereotipo del progressismo sinistro in salsa halal: straniero, ma con cittadinanza acquisita, musulmano, fondamentalista radicale e profondo odiatore di tutto ciò che è la Nazione in cui ha trovato ospitalità, fiero difensore del proprio mos maiorum, ma a casa d’altri. Proprio la sua fede, però, cozza e non poco con il suo credo politico. Oggetto della tenzone, la richiesta della Lega di vietare ogni spazio pubblico qualora a Genova venisse organizzata una festa come l’Ashura milanese, dove le donne vengono tenute in disparte nella preghiera e gli uomini possono flagellarsi; il secondo ordine del giorno chiedeva un’intesa tra lo Stato e la religione musulmana, mentre il terzo chiedeva il divieto assoluto di indossare il niqāb o il burqa. Proprio a Genova, dove viveva e “operava” Mohammed Hannoun, accusato di aver finanziato Hamas. Tanto è bastato per fare esplodere il consigliere marocchino che, nel suo delirio social come a ogni soldatino da salotto si confà, sciorina tutta la saccenza antifascista, ma nel dimostrare di aver imparato il ritornello da bravo scolaretto dimentica di usare la ragione e la coerenza. Opponendosi alla Lega che si oppone all’utilizzo del burqa e del niqāb, la sinistra dimostra di essere fondamentalista islamica e niente più. Quindi, piddina purosangue. Così democratica da voler cacciare i leghisti genovesi dalla propria città.

La contraddizione identitaria progressista

Mentre i suoi compagni di partito — e ormai dipartiti — predicano e propagandano la libertà e l’emancipazione, la parità e l’uguaglianza, l’assessore africano dimentica di essere in Italia, dove è vietato girare con il volto integralmente coperto. Dove, se il velo può essere tollerato dalle donne islamiche per un fattore religioso, il burqa e il niqāb sono un’imposizione “culturale” che mal si sposa con l’identità occidentale, sempre più accusata di essere la roccaforte del patriarcato. Ma se viene meno la spiegazione di una certa cultura, è nella recita gratuita della giaculatoria social dell’antifascista che l’islamico dà il meglio. Addirittura si abbandona alle denunce e alle accuse di “razzismo esasperato e islamofobia”, dimostrando di aver capito praticamente al contrario le proposte del Carroccio, salvo poi concludere che egli non accetta “il mondo a soqquadro nel quale vorrebbero costringerci a vivere. E ricordo che l’ultimo che trascinò l’Italia in un mondo al contrario è finito a Piazzale Loreto”.

Posto che egli, come la Salis, non c’era ai tempi del Fascismo né del congresso missino del 1960, ma poiché si inerpicano in capriole di ignoranza senza precedenti, potrebbero informarsi sulla condizione della donna nel Ventennio o studiare le figure, una a caso, delle Saf. Sciorinare il leitmotiv dei peggiori centri sociali non fa di lui un bullo politico, ma solo l’epifania di una ignoranza sinistra. Vedere insieme sindaco e consigliere, fianco a fianco, è la manifestazione del nichilismo contemporaneo. Cosa unisce la retorica shariatica di un candidato folgorato dal richiamo del muezzin e l’ideologia salottiera e fluidificata di Silvia Salis? Nulla, se non il comune denominatore del disprezzo per la nostra civiltà tradizionale, per i nostri confini mentali e per la nostra storia. Signore e signori, ecco a voi il Pd. Il partito — nel senso di participio passato — così democratico che impedisce agli altri di parlare e di professare un credo che sia diverso dal loro. Che ha dimenticato operai e periferie a vantaggio dei paperoni da attico e delle élite plutocratiche. Evoluto nel miglior megafono del consumismo che diceva di voler combattere, prima di esserne fagocitato.

L’abbraccio mortale tra salotti e moschee

L’estremismo cosmopolita e benpensante, incapace di trovare una sponda nel popolo reale — quello che fatica ad arrivare alla fine del mese e che subisce i danni dell’immigrazione incontrollata — ha trovato il suo nuovo soggetto rivoluzionario nell’Islam politico. Alla stessa maniera in cui ha trasformato la difesa della Palestina nel più becero palestinismo. La Salis, che ha fatto del finto progressismo da copertina e della retorica inclusiva il proprio passaporto nei palazzi del potere, porta in dote il suo pacchetto di dogmi: l’accoglienza a prescindere. Se per la Salis e i suoi pari l’inclusione è un dogma indiscutibile da sbandierare nei galà elitari, per questa nuova ondata di candidati imposti dal politicamente corretto sovvertire l’identità dei nostri quartieri è un dovere morale. E poi il disprezzo della tradizione identitaria: entrambi i mondi si muovono per destrutturare lo Stato nazione, considerandolo un ferro vecchio da sostituire con il melting pot globale.

Non basta sbarcare a Roma ed entrare dalla porta principale del Parlamento con il carrozzone dei democratici islamici — Idem Network, in buona sostanza il nuovo serbatoio di voti del Nazareno — dove l’ex guardasigilli Orlando del caso Forteto ha disposto di spalancare le porte per spacciarsi come il valore aggiunto, la ricchezza e l’identità farlocca e posticcia dei nuovi italiani. Questo non è un dibattito politico, ma la nuova dichiarazione di guerra culturale alla nostra storia. Le sparate social del candidato islamico non sono “scivoloni”, ma il manifesto di chi vuole imporre un’agenda teocratica mascherata da inclusione. E il fatto che figure dell’establishment sportivo e istituzionale facciano da scudo e da cassa di risonanza a tali derive dimostra quanto sia profondo il baratro in cui sono cadute le nostre classi dirigenti. Genova è stata il terzo fascio d’Italia, la Risoluta, la Superba per uomini e per mura, la Signora dei mari, ma Salis & compagnia bella la stanno candidando a essere solo una reggenza islamica, sulla via di Casablanca.

Tony Fabrizio

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