Roma, 3 lug – C’è un’idea di giustizia che appartiene storicamente al diritto naturale, ai codici d’onore e alla civiltà millenaria del nostro popolo: una giustizia che punisce, che esige il prezzo degli errori commessi, ma che sa riconoscere l’uomo, il suo percorso e il suo radicamento nella realtà del presente. E poi c’è la giustizia della Repubblica delle carte: un Leviatano freddo, smemorato e intrinsecamente vile, che si ridesta dal suo torpore burocratico all’improvviso, non per sete di verità, ma solo per far valere il feticcio polveroso del proprio regolamento interno.
Il caso di Gilberto Cavallini e il cavillo burocratico
Il caso di Gilberto Cavallini, ex militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), rappresenta l’emblema perfetto di questa inversione dei valori che caratterizza la nostra modernità. Parliamo di un uomo anziano che ha già pagato con decenni della propria vita, tra le mura di un carcere, la militanza in una stagione tragica e sanguinosa, di cui la storia – prima ancora dei tribunali – ha espresso la sua condanna senza appello. Negli ultimi anni, Cavallini si trovava in regime di semilibertà. Non passava le sue giornate nei salotti radical chic a fare il reduce o il militante pentito; al contrario, dedicava il suo tempo ad assistere un ragazzo disabile. Questo non era un esercizio astratto di “rieducazione” o di “reinserimento” secondo i canoni della sociologia progressista, ma un concreto, silenzioso e faticoso atto di servizio, di comunità e di espiazione vissuto nella carne e nel dovere quotidiano.
Poi, l’assurdo burocratico come solo l’Italia sa partorirne. Una scartoffia d’archivio rimasta a prendere polvere, un calcolo matematico sui cumuli di pena dimenticato per anni nei meandri di qualche cancelleria, riemerge improvvisamente per imporre tre anni di isolamento diurno. E poiché la macchina burocratica non tollera la logica né il buonsenso, l’automatismo scatta cieco: la semilibertà viene revocata e Cavallini viene rispedito in una cella d’isolamento h24, sorvegliato dalle telecamere, come se fosse un leader eversivo pericoloso e pronto a ricostruire una rete terroristica.
La reazione di Adriano Sofri e il post-diritto
Quando persino Adriano Sofri – un uomo che incarna la sponda ideologica e culturale diametralmente opposta, quella sinistra militante che con il mondo della destra radicale ha storicamente incrociato le lame – si alza per esprimere un netto e indignato disappunto, capiamo che abbiamo superato il confine della normale dialettica politica. Non si tratta di un’improvvisa simpatia ideologica, né di una debolezza senile. Sofri riconosce ciò che la magistratura si rifiuta di vedere: applicare oggi una sanzione simile significa distruggere l’unico briciolo di senso che una pena può conservare, ovvero la ricostruzione dell’individuo. Chi ha vissuto quegli anni e le dinamiche del carcere sa bene che c’è una differenza sostanziale tra la fermezza dello Stato e il sadismo burocratico.
Che senso ha, per una comunità nazionale che voglia dirsi civile, prendere un uomo ultrasettantenne che stava rendendo un servizio ai più fragili e chiuderlo in un acquario di cemento in nome di un cavillo? Questo non è rigore, non è la “fermezza dello Stato” contro il terrorismo: è una giustizia che, per rubare il titolo a l’Unità, “fa rima con vendetta“. È l’essenza dello Stato in cui viviamo: una macchina gigantesca, totalmente incapace di garantire la sicurezza reale e la legalità nelle nostre strade, ma implacabile e ferocissima quando si tratta di distruggere la dignità e il percorso di chi ha già saldato, con la moneta del tempo e della reclusione, i propri conti con il passato.
La giustizia senza intelligenza
La giustizia priva della compassione, dell’intelligenza politica e della comprensione della realtà si trasforma inevitabilmente in una forma di vendetta amministrativa. Uno Stato che preferisce la sacralità di un timbro impresso su un faldone ingiallito al valore umano e sociale di una vita faticosamente ricostruita nel dovere e nel silenzio, è uno Stato che ha già abdicato alla sua funzione più alta. Ha perso la sua legittimità morale, riducendosi a puro e semplice contabile della sofferenza inflitta.
Tony Fabrizio