Roma, 24 dic – Il trailer di The Odyssey di Christopher Nolan è bastato a scatenare un piccolo paradosso spazio-temporale. Non per la trama, non per le scelte narrative – che ancora non conosciamo – ma per un dettaglio apparentemente secondario: l’armatura di Agamennone. Troppo “moderna”, troppo “Batman”, troppo lontana dall’“immaginario miceneo”. Da qui, il consueto riflesso condizionato: il processo per infedeltà storica, l’accusa di tradimento del mito, il confronto compulsivo con manuali, reperti e ricostruzioni.
L’Odissea di Nolan apre il suo tempo
Eppure il problema non è l’armatura. Il problema è il modo in cui continuiamo a guardare il passato come se fosse un deposito da musealizzare, invece che una materia viva da rimettere in tensione. L’universo omerico non è mai stato “storico” nel senso moderno del termine. È un mondo artificiale e stratificato, in cui convivono elementi dell’età del bronzo e dell’età del ferro, residui micenei e proiezioni arcaiche, rielaborazioni successive e riscritture continue. Tra la guerra di Troia e Omero passano secoli, e già i Greci dell’età classica, quando raffiguravano Achille o Agamennone su vasi e rilievi, li vestivano con le armature del loro tempo, non con panoplie micenee. Il mito, per sua natura, non conserva: trasforma. Pretendere oggi una fedeltà “filologica” assoluta è un errore di categoria. Significa trattare il mito come un documento, non come un dispositivo simbolico. È lo stesso equivoco che porta a scandalizzarsi per l’armatura di Agamennone e ad accettare senza problemi le corazze iperestetizzate di Excalibur di John Boorman, che non sono medievali in alcun senso storico, ma funzionano perfettamente sul piano mitico. Mordred non è “realistico”, Merlino non è “plausibile”, eppure quell’immaginario è diventato canonico perché ha colpito qualcosa di profondo.
Uno shock percettivo
Il punto, allora, non è se l’armatura sia “giusta”, ma se sia necessaria. Se parli il linguaggio dell’epos. Se restituisca la sensazione di trovarsi davanti a figure più grandi dell’uomo comune, non a figuranti da rievocazione storica. Qui Nolan gioca una partita rischiosa e interessante. Perché Nolan non è un regista antiquario. A chiunque conosca la sua filmografia appare evidente che il suo cinema è ossessionato dal tempo, dalla sua reversibilità, dalla sua riscrittura. E in questo senso l’Odissea è il testo perfetto: non un racconto del passato, ma un poema che esiste solo nella sua continua riattualizzazione. Nulla è stato, tutto sarà stato. Il passato non si ricorda: si riscrive a partire dalle necessità del presente. Lo diceva già la psicoanalisi, lo sapeva Omero prima ancora. Da questo punto di vista, la polemica sull’armatura rompe una parete dimensionale: quella che ci separa dal nostro passato remoto, costringendoci a vedere Batman e Avengers sovrapporsi ai protagonisti del poema omerico. Ma vedere un Agamennone che ricorda un supereroe non è necessariamente un tradimento: è uno shock percettivo che ci obbliga a fare i conti con il modo in cui il nostro immaginario è stato colonizzato. Potrà anche essere disturbante, ma è geniale. E, volendo essere onesti, intelligente anche sul piano comunicativo.
Fedeltà allo spirito
In effetti Nolan ci avverte già: il vero banco di prova per giudicare il suo lavoro non sarà l’“accuratezza”, ma la fedeltà allo spirito. Omero è essenziale, non psicologistico, volutamente arcaico anche per il suo tempo. I suoi personaggi non sono “profondi” nel senso moderno: sono funzioni, ruoli, maschere. Agamennone non è un carismatico dark hero, ma un re arrogante, spesso meschino, incapace di vedere oltre il proprio potere. Se l’estetica scelta da Nolan trasformerà Agamennone in un’icona enfatica, dominata dall’aura più che dalla hybris, allora il problema non sarà storico ma simbolico. Ma il caso Agamennone, in fondo, dice molto più di un’armatura. Dice quanto abbiamo perso il senso del wonder, la capacità di accettare che il mito, l’arte, il cinema non debbano rassicurarci né confermare le nostre aspettative estetiche. Vogliamo che tutto sia spiegabile, giustificabile, certificato. Ma l’epos nasce proprio dove la spiegazione fallisce: vive di opacità, di silenzi, di atti che non chiedono giustificazione. Vive di grandezza e di crudeltà, di decisioni irrevocabili.
Nolan come affronterà il sacro?
In questo senso, la vera curiosità dovrebbe rivolgersi alla rappresentazione del sacro. L’Odissea è un poema abitato dagli dèi: presenze reali, agenti, ordinate secondo una gerarchia cosmica che precede e sovrasta l’umano. Ed è qui che si gioca la vera sfida. Perché rappresentare il divino senza ridurlo a simbolo morale, a funzione narrativa o a icona ideologica è oggi un esercizio difficile. Nel poema omerico gli dèi agiscono, ma raramente si mostrano nella loro forma autentica. Intervengono mascherati, travestiti, confusi tra gli uomini. Atena è ovunque eppure non è mai completamente visibile. È intelligenza strategica, ordine del mondo, principio di misura. Non è un personaggio “empatico”, ma una forza. Tradire questo aspetto sarebbe ben più grave di qualsiasi licenza estetica sulle armature.
Come si riattiva qualcosa di sepolto
Alla fine, ciò che davvero inquieta non è l’armatura di Agamennone, ma la possibilità che qualcuno osi rimettere mano al mito senza chiedere il permesso. Che lo tratti non come un oggetto intoccabile, ma come una forza ancora capace di parlare, disturbare, dividere. Ed è questo che spiega perché già il trailer abbia prodotto reazioni così viscerali: ha toccato qualcosa che credevamo sepolto – o che ci hanno detto fosse solo un “costrutto” – e che invece è ancora vivo. Se The Odyssey sarà un grande film o un fallimento lo dirà il tempo. Ma una cosa è certa: ha già dettato il suo ritmo. Ha costretto tutti, critici e spettatori, a prendere posizione. E in un’epoca di intrattenimento anestetizzato, di prodotti progettati per non lasciare traccia, non è poco. Le comfort zone, specialmente quelle estetiche, sono sempre le prime zavorre di ogni spirito d’avventura.
Sergio Filacchioni