Roma, 19 feb – Il 20 luglio 1973, Bruce Lee perse improvvisamente la vita in quel di Hong Kong, all’età di soli trentadue anni. A morire, non era soltanto un attore di successo o un atleta straordinario: con la sua dipartita, piuttosto, sembrava infrangersi per sempre un’epopea unica, un percorso che aveva appena iniziato a dispiegare tutte le sue potenzialità.
Bruce Lee, oltre la morte: cinema, corpo e pensiero di un’icona senza tempo
Eppure, a più di mezzo secolo di distanza, è chiaro che quella morte non segnò una vera fine. Bruce Lee non è mai uscito di scena. La sua presenza ha continuato a vivere e a trasformarsi nell’immaginario collettivo, consolidandosi nel tempo come una delle icone pop più riconoscibili di sempre, mentre il suo volto, la sua corporeità in perenne movimento, le sue parole e il suo pensiero continuano a dimostrare una vitalità che va ben oltre il mito. Proprio da questa persistenza, prende forma Il cinema del Drago, un libro che sceglie consapevolmente di non limitarsi alla ricostruzione biografica, preferendo un’indagine più profonda e articolata sulla figura di Lee, sulla sua filosofia e sull’impatto reale che ha avuto — e continua ad avere — sulla vita di milioni di persone. Il lavoro di Mirko Zuffi, tanto agile quanto intenso, è arricchito dalla prefazione di Felice Mariani, già commissario tecnico della nazionale italiana di judo, e dalla postfazione di Saverio Gabrielli, ricercatore, atleta e maestro veterano di diverse discipline di contatto. Due voci autorevoli che indubbiamente ampliano la portata del testo, radicandolo in esperienze concrete.
Un’eredità che supera il racconto biografico
Ne Il cinema del Drago, Zuffi non si propone di raccontare “chi era” Bruce Lee, limitandosi a descriverne la vita come un mero succedersi di fatti biografici; piuttosto, preferisce interrogare ciò che egli, ancora oggi, rappresenta. Pagina dopo pagina, Lee si afferma come figura complessa e multidimensionale: atleta rigoroso, artista marziale innovatore, scrittore attento e attore carismatico. Soprattutto, però, si staglia come esempio umano, capace di incarnare una coerenza rara fra pensiero e azione. La sua forza, infatti, non risiedeva soltanto nella velocità dei colpi o nella precisione tecnica, bensì nella chiarezza di una visione che univa allenamento, studio e vita quotidiana in un unico percorso. Bruce Lee, in fondo, ha avuto il merito di anticipare molti temi oggi centrali: l’idea di allenamento funzionale, il superamento degli stili chiusi, l’importanza dell’adattabilità, il rifiuto delle etichette rigide. Il Jeet Kune Do emerge così non come uno stile codificato, ma come un metodo aperto, rfinvito permanente alla ricerca e al cambiamento.
Cinema e identità: una rivoluzione silenziosa
Nel libro, il rapporto fra Bruce Lee e il cinema occupa naturalmente una posizione cardinale. Il grande schermo, per lui, non fu, come per altri, una mera vetrina, bensì un vero e proprio campo di battaglia simbolico, uno spazio entro i cui confini tradurre in immagini il proprio pensiero. I film di Lee vi sono analizzati come opere cariche di significato, in cui l’atletico muoversi sa farsi portatore di valori, inscritto in un discorso etico che tocca allo stesso modo la dignità, la resistenza all’oppressione e la ricerca di autenticità. Per la prima volta, un atleta-attore asiatico occupava il centro della scena con autorità, carisma e forza indiscutibile. Un impatto enorme, il suo, non solo sul cinema di arti marziali, ma sulla stessa capacità dell’Occidente di rappresentare l’Asia. Bruce Lee, davvero, diveniva così una voce identitaria, in un frangente storico in cui il concetto stesso di identità si faceva sempre più instabile e ibrido. Nel libro, ciò emerge chiaramente: il Drago, figlio di più culture, sospeso fra Hong Kong e gli Stati Uniti, è stato capace di trasformare questa tensione in una risorsa creativa. Non un mediatore passivo, dunque, ma un creatore di linguaggio, ponte vivissimo fra mondi diversi e talvolta contraddittori.
Un’eredità ancora attiva
A distanza di decenni, l’influenza di Bruce Lee rimane evidente in ambiti molteplici: nelle arti marziali miste, nella preparazione atletica moderna, nel cinema d’azione contemporaneo, nella cultura pop e nei percorsi individuali di chi ha potuto trovare nelle sue parole una spinta al cambiamento. Il cinema del Drago non si limita a registrare questa eredità, ma la interroga criticamente. Che cosa resta oggi del messaggio di Lee? In che modo può ancora parlarci in un’epoca dominata dalla velocità, dalla specializzazione estrema e dal consumo incessante di immagini? La risposta che emerge è semplice e lineare: esso continua a essere attuale proprio perché non offrì mai soluzioni definitive. Il suo insegnamento è un invito alla consapevolezza, alla messa in discussione delle proprie rigidità, alla ricerca di un equilibrio dinamico fra disciplina e libertà.
Un libro per comprendere, non per celebrare
Il cinema del Drago, dunque, si rivolge a lettori diversi: appassionati di cinema, praticanti di arti marziali, studiosi di cultura visiva, ma anche a chi desidera comprendere perché alcune figure riescano ad attraversare il tempo senza perdere forza. La prefazione di Felice Mariani e la postfazione di Saverio Gabrielli rappresentano in ciò un vero valore aggiunto alla coinvolgente scrittura di Mirko Zuffi, radicando la riflessione sul tema tanto nella pratica sportiva quanto nella ricerca teorica. Il risultato è un libro che rende onore a Bruce Lee non attraverso l’agiografia, ma comprendendone il pensiero. No, Bruce Lee non fu soltanto un atleta, uno scrittore, un artista marziale o un attore celebrato. Fu, prima di tutto, un esempio umano. E come ogni esempio autentico, seguita ancora oggi a interrogarci, a sfidarci e a ricordarci che la vera forza nasce dall’unità fra corpo e spirito, fra immagine e azione. In breve, fra arte e vita.
La Redazione