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La caduta dell’Occidente, tra smantellamento della bianchezza e antirazzismo usato come arma dall’ideologia progressista

by Francesca Totolo
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Occidente

Roma, 23 feb – “Avete creato dal nulla, nel cuore del nostro mondo bianco, un problema razziale che lo distruggerà. È proprio questo il vostro obiettivo, dato che nessuno di voi è fiero della sua pelle bianca e di ciò che essa significa”, scrisse Jean Raspail ne “Il campo dei santi”, pubblicato nel 1973. Ciò che allora poteva sembrare un romanzo distopico che raccontava un futuro inverosimile, ovvero la facile conquista di una Francia disarmata dalla follia woke per mano di una flotta di paria indiani guidata dal “Coprofago”, diventerà quasi una realtà cinquant’anni dopo. Migliaia di barconi provenienti dal Nordafrica e dal Medio Oriente si sono riversati sulle coste europee, permettendo lo sbarco di milioni di immigrati. Ciò è stato reso possibile da governi che, invece di difendere i confini, hanno preferito l’accoglienza di culture non assimilabili e tribali. L’antirazzismo come arma dell’ideologia progressista.

In nemmeno due decenni, l’Europa è stata stravolta demograficamente. Mentre ciò avveniva, l’antirazzismo usato come arma dall’ideologia progressista e la strenua propaganda del senso di colpa di essere bianchi, il white guilt, utilizzato per rendere vittima l‘invasore, hanno piegato le coscienze del popolo europeo, rendendole sottomesse e impaurite a tal punto da negare ciò che potevano constatare con i loro stessi occhi.

In soli vent’anni, da Nazione etnicamente omogenea, l’Italia si è trasformata in Paese multietnico: la popolazione straniera (immigrati regolari, clandestini e naturalizzati) è passata da poco più di 2 milioni a 8 milioni, con un aumento del 286 per cento. La popolazione di immigrati regolari di origine africana è aumentata del 110%, mentre quella di origine asiatica del 253%. La sostituzione etnica e il razzismo contro i bianchi non sono solo teorie astratte o paranoie.

Smantellare la bianchezza

Sulla scia dei movimenti americani, come Black Lives Matter, i progressisti italiani hanno utilizzato l’arma dell’antirazzismo per condizionare l’opinione pubblica. Ricordiamo tutti Laura Boldrini e altri onorevoli del Partito Democratico inginocchiati in Parlamento per George Floyd. Mai una volta però si sono visti esponenti dem esprimere solidarietà alle vittime dell’immigrazione e ai loro familiari. Un fatto che rivendica spesso Alessandra Verni, la madre della 18enne Pamela Mastropietro stuprata, uccisa e fatta a pezzi dal nigeriano clandestino Innocent Oseghale.

I dem tacciano pure di fronte a dichiarazioni che, se fossero state pronunciate da bianchi nei confronti delle cosiddette minoranze oppresse, ne avrebbero eretto delle barricate. “Smantellare la bianchezza è un atto politico e una pratica collettiva e urgente”, aveva dichiarato Antonella Bundu, italo-sierraleonese già candidata presidente alle elezioni regionali della Toscana con la lista di estrema sinistra “Toscana Rossa”, in occasione del Meeting internazionale antirazzista dello scorso settembre.

Quando la bomba mediatica è deflagrata, l’ex compagna di Piero Pelù si è schermata con la solita retorica dell’antirazzismo, affermando che “smantellare la bianchezza” si riferiva al sistema di potere in Occidente. A quanto risulta, forse per non ancora molto tempo, i bianchi sono la maggioranza nella società occidentale. “Sia impedito all’estrema destra di fare la sua festa sul territorio (che si era poi tenuta a Grosseto dal 4 al 7 settembre, ndr), rinnovando l’impegno antifascista e antirazzista che deve caratterizzare le nostre istituzioni”, aveva tuonato la Bundu, in seguito alla distruzione di una targa in ricordo di due senegalesi uccisi a Firenze. Peccato però che poi si era scoperto che il responsabile era un 24enne marocchino.

Decolonizzare lo sguardo nelle scuole

Durante la presentazione del Dossier statistico immigrazione 2025, l’italo-egiziana Marwa Mahmoud, assessore all’Istruzione del Comune di Reggio Emilia e membro della segretaria nazionale del Partito Democratico, aveva affermato che i docenti necessitano di una “formazione continua” perché devono “decolonizzare l’approccio in classe con gli studenti di origine straniera”, aggiungendo: “Non possiamo avere un personale che non vive una formazione permanente rispetto ai percorsi dei ragazzi che arrivano”. In altre parole, una sorta di assimilazione al contrario, ben lontana dalla teoria dell’integrazione degli studenti stranieri.

“Purtroppo Reggio Emilia per l’ennesima volta, viene usata come laboratorio nazionale per costruire una sinistra radicale e ideologica, manifesto della linea Schlein. Come nella peggior tradizione della sinistra, la cultura viene usata come strumento di manipolazione finalizzato alla ridefinizione dei valori della società italiana”, aveva commentato Alessandro Aragona, consigliere regionale di Fratelli d’Italia. Per Reggio Emilia Tricolore “Le parole della Mahmoud rappresentano il tentativo di imporre nelle scuole una visione ideologica e colpevolizzante della storia. Non accettiamo lezioni di morale da chi vuole trasformare la cultura italiana in un processo permanente di autocritica e vergogna”.

In Emilia-Romagna, quasi il 13 per cento degli studenti è straniero. A questa percentuale, vanno poi aggiunti gli alunni che hanno già acquisito la cittadinanza italiana. In soli vent’anni, da etnicamente omogenea, la scuola si è trasformata in multietnica, con un aumento degli stranieri pari al 281 per cento.

Antirazzismo, il flop dello sportello di Reggio Emilia

Nel marzo del 2025, la Mahmoud ha istituito lo “Sportello antirazzista”, dove i cittadini possono denunciare anonimamente presunte discriminazioni basate su nazionalità, origine, provenienza, religione e appartenenza culturale di cui sono stati testimoni. Tali segnalazioni vengono poi girate alle Forze dell’Ordine. I fondi erano arrivati dall’Unione europea. A quasi un anno dall’apertura, è lecito chiedersi se l’accesso a tale “luogo di ascolto tutelato” sia stato garantito anche ai cittadini italiani che sono stati molestati, rapinati, minacciati e insultati dalle cosiddette minoranze oppresse, anche perché ora saranno i reggiani a doverlo finanziare con le loro tasse.

In un ordine del giorno presentato dal gruppo consiliare di Fratelli d’Italia a metà febbraio, si sottolineava che “i dati raccolti, durante la sperimentazione, dimostrano l’assenza di una reale necessità di tale servizio e che i cittadini reggiani non sono razzisti come vorrebbe far credere una certa narrativa ideologica”.

Anche i Watussi…

“Ci dice moltissimo della mancata decostruzione dei retaggi coloniali che ci portiamo dietro”, ha affermato in un’intervista Oiza Q. Obasuyi, scrittrice e attivista di origini nigeriane, in merito alla canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello trasmessa durante un servizio di un canale sportivo, aggiungendo: “C’è molta bianchezza. Se si parla di immigrazione o razzismo, ti chiamano solo per fare polemica. Non c’è un ambiente mediatico televisivo dove si possano decostruire questi temi”.

Come la Mahmoud, la Obasuyi entrava a gamba tesa anche sulle scuole italiane che “dovrebbero essere il luogo fondamentale dell’educazione: non solo sessuo-affettiva, ma anche antirazzista”. La stessa ha sentenziato: “Bisogna andare oltre la retorica bianca e occidentalocentrica. Affrontare le materie anche dal punto di vista di studiosi razzializzati. Dove sono, nel post-colonialismo, filosofi, sociologi e scrittori razzializzati? Non ci sono”. Nell’intervista, l’italo-nigeriano ha citato Luca Traini, come autore “di uno degli attentati razzisti più efferati degli ultimi anni” ma non ha speso nemmeno una parola per Pamela Mastropietro, il cui assassino Innocent Oseghale inviò un messaggio a un suo connazionale dove era scritto: “C’è una bianca da stuprare”.

L’apologia della sostituzione etnica

“Certo che voglio che ci sia una sostituzione etnica, la sostituzione dei fascisti e dei razzisti con gli immigrati”, aveva urlato Irene Montero, europarlamentare dell’estrema sinistra spagnola, durante un comizio a Saragozza. Le dichiarazioni della Montero arrivavano in seguito all’annuncio del premier Sanchez sulla regolarizzazione di 500mila immigrati presenti in territorio spagnolo. “Io voglio chiedere, per favore, alle persone migranti e razzializzate di non lasciarci sole con così tanti fascisti. Certo che vogliamo che votino. Abbiamo ottenuto i documenti, la regolarizzazione subito. E ora puntiamo alla cittadinanza o a cambiare la legge affinché possano votare”, aveva aggiunto l’europarlamentare.

Dalla Spagna, ci spostiamo in Francia. Qualche anno fa, Rokhaya Diallo, giornalista francese di origini africane, affermò: “La Francia bianca non esiste più e chi non la apprezza deve andarsene”. A questa follia, fece eco Jean-Luc Mélenchon, leader de France Insoumise: “Dite ai vostri figli, ai vostri nipoti: noi siamo la nuova Francia”. Nel dicembre scorso, Carlos Martens Bilongo, deputato di origini africane dello stesso partito di estrema sinistra, si era spinto oltre. “Siamo più intelligenti (dei francesi autoctoni), più resilienti. Abbiamo più figli di loro e presto prenderemo il potere (in Francia)”, aveva affermato durante una confronto sulla piattaforma “La librairie africaine” che promuove la lettura africana.

L’identità bianca non ha senso”, scrisse in un editoriale del Guardian Kenan Malik, scrittore britannico di origini indiane, pubblicato nell’ottobre del 2018. L’autore stava commentando il libro “Whiteshift” di Eric Kaufmann, professore di politica al Birkbeck College di Londra. Il saggio è uno studio riguardante il cambiamento etno-demografico in Europa e Nord America, in cui si sostiene che anche i bianchi dovrebbero essere in grado di affermare il proprio “interesse razziale” come qualsiasi gruppo etnico.

Francesca Totolo

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