Home » “Al di là del Comunismo” e della borghesia: la rivoluzione futurista di Marinetti 

“Al di là del Comunismo” e della borghesia: la rivoluzione futurista di Marinetti 

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 20 feb – Nel 1920, nel pieno della tempesta bolscevica e nel disorientamento italiano postbellico, Filippo Tommaso Marinetti pubblica Al di là del Comunismorecentemente ristampato da Eclettica. Non è un semplice pamphlet polemico contro Lenin. È qualcosa di più ambizioso: un tentativo di superare tanto il liberalismo stanco quanto il socialismo livellatore, proponendo una rivoluzione alternativa fondata su energia, arte, eroismo e qualità.

Il testo fotografa un momento storico preciso: l’Italia vittoriosa ma inquieta, attraversata dal Biennio rosso, tentata dall’importazione del modello sovietico. Marinetti reagisce con un gesto tipicamente futurista: non difende l’ordine esistente, lo attacca da un’altra direzione.

Al di là del comunismo con Marinetti

Il bersaglio principale è il comunismo inteso come sistema di uniformazione. Per Marinetti l’idea livellatrice rappresenta una forma di stanchezza spirituale, il sogno di una terra “liscia”, priva di punte e contrasti. Ma la vita – insiste – è fatta di slanci, ostacoli, velocità, conflitti. È dinamica, non pianura.

Tutti coloro che sono stancati dalla varietà tempestosa-dinamica della vita, sognano l’uniformità riposante e fissa che il comunismo promette. Essi vogliono la vita senza sorprese, la terra liscia come una palla da biliardo. Ma le pressioni dello spazio non hanno ancora livellato le montagne della terra, e la vita che è Arte, è fatta (come ogni opera d’arte) di punte e contrasti. Il progresso umano, che ha per essenza le velocità crescenti ammette, come ogni velocità, ostacoli da rovesciare, cioè guerre rivoluzionarie”.

Bastano queste parole per capire che la sua critica non è affatto conservatrice. Non difende la borghesia, non sacralizza il Parlamento, non si appella alla tradizione. Al contrario: propone l’abolizione di monarchia, Senato, tribunali, polizie, carceri. Chiede un governo tecnico eccitato da un consiglio di giovanissimi. Attacca il Papato. Rifiuta la distinzione schematica tra proletariato e borghesia. Il suo punto è un altro: la rivoluzione non deve produrre un mondo unidimensionale, ma la moltiplicazione delle energie individuali.

La patria come espansione dell’individuo

Uno degli aspetti più interessanti del manifesto è la concezione di patria. Per Marinetti la patria non è nostalgia né retorica commemorativa. È il massimo allargamento dell’individuo. È l’estensione affettiva e operativa del singolo verso una comunità concreta, geografica, storica. In questo senso la patria non schiaccia l’individuo, lo amplifica. Non è un collettivismo astratto, ma una solidarietà di destino che nasce dalla volontà di potenza e di miglioramento.

“La patria è il massimo prolungamento dell’individuo, o meglio: il più vasto individuo capace di vivere lungamente, dirigere, dominare e difendere tutte le parti del suo corpo”.

È un’idea lontana tanto dal nazionalismo retorico quanto dall’internazionalismo astratto. Dire “sono cittadino del mondo” equivale, per Marinetti, a sottrarsi alla responsabilità concreta. Il cosmopolitismo senza radici diventa un egoismo travestito.

La vera élite: il proletariato dei geniali

Il cuore del testo è forse qui. Marinetti ribalta il concetto di proletariato. Non sono i lavoratori manuali la classe destinata al potere, ma il “proletariato dei geniali”: artisti, inventori, creatori, spiriti audaci. È un’idea radicale: la politica deve essere guidata dall’arte. Non nel senso estetizzante del termine, ma come forza creatrice capace di trasformare la vita quotidiana in opera d’arte.

“Non soltanto siamo più rivoluzionari di voi, socialisti ufficiali, ma siamo al di là della vostra rivoluzione. Al vostro immenso sistema di ventri comunicanti e livellati, al vostro tedioso refettorio tesserato, noi opponiamo il nostro meraviglioso paradiso anarchico di libertà assoluta arte genialità progresso eroismo fantasia entusiasmo, gaiezza, varietà, novità, velocità, record”.

Teatri gratuiti, musica diffusa nelle piazze, case del genio in ogni città, mostre senza giuria, libertà totale dell’ingegno. L’arte come alcool intellettuale che non addormenta ma esalta. Che non anestetizza il dolore ma lo sublima. Che non promette paradisi terrestri ma trasforma l’inferno economico in festa creativa. È un progetto utopico? Probabile. Ma è anche una critica feroce al materialismo riduttivo. Per Marinetti, anche se tutti mangiassero, resterebbe la fame spirituale, quella che non si sazia con nessun tipo di pane.

Guerra, eroismo, energia

Il manifesto è intriso di una concezione agonistica dell’esistenza. Il progresso – lungi dalla concezione che si è imposta oggi – implica ostacoli. La vita comporta conflitto. La pace assoluta coincide con la morte delle razze. È una visione che oggi urta la sensibilità pacifista, ma che va letta nel contesto di un’epoca uscita da una guerra totale e convinta che solo attraverso lo sforzo estremo si possa generare un’umanità nuova. Marinetti non celebra la guerra per gusto distruttivo. La interpreta come banco di prova dell’energia collettiva, come momento di selezione e di intensificazione. Da qui la centralità delle “scuole di coraggio” e del cittadino eroico: l’uomo capace di improvvisare, rischiare, creare.

“Bisogna dare a tutti la volontà di pensare, creare, svegliare, rinnovare, e distruggere in tutti la volontà di subire, conservare, plagiare”.

Un testo scomodo e ancora vivo

Al di là del Comunismo è un testo scomodo perché non si lascia incasellare. Non è liberale, non è marxista, non è conservatore. È un manifesto di rottura che propone una terza via fondata su qualità, energia, genialità, volontà. Pagine che rappresentano il linguaggio incendiario dell’epoca. Ma anche se alcune tesi sono apertamente provocatorie, il suo nucleo resta attuale: la critica all’omologazione, il rifiuto del livellamento verso il basso, l’idea che una società viva debba puntare sull’eccellenza creativa e non sulla mediocrità garantita. Nel 1920 Marinetti invita a tendere lo spirito “al di là”. Oggi, in un’epoca dominata da conformismi culturali e algoritmi livellatori, quella tensione verso l’alto suona meno come un eccesso retorico e più come una domanda aperta. Chi governa davvero il nostro tempo? I tecnici del consenso o i creatori di visione? La massa disorganizzata o le minoranze capaci di generare senso? Marinetti, con tutti i suoi eccessi, risponde senza esitazioni: al potere devono andare gli artisti. Non per addolcire la realtà, ma per incendiarla di futuro.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati

Migliori Casino Non AAMS