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Habermas e la pedagogia della colpa: l’eredità della Scuola di Francoforte

by Sergio Filacchioni
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Habermas Scuola di Francoforte

Roma, 16 mar – Con la morte di Jürgen Habermas si chiude simbolicamente una lunga stagione del pensiero europeo: quella in cui la teoria critica della Scuola di Francoforte è diventata la lingua morale del dopoguerra. Non scompare soltanto uno dei filosofi più celebrati del secondo Novecento. Si conclude anche la parabola della Scuola di Francoforte nella sua forma più istituzionale e normalizzata. Habermas ne ha rappresentato l’esito finale: non il momento incendiario della critica, ma quello pedagogico, disciplinante, compatibile con l’ordine liberaldemocratico sorto dopo il 1945.

Con Habermas si chiude una lunga stagione

A differenza di Adorno e Horkheimer, che nella loro filosofia conservavano ancora una dimensione tragica e irrisolta della modernità, Habermas ha tradotto l’eredità francofortese in un linguaggio perfettamente integrato nel lessico politico del dopoguerra liberal-democratico. La sua celebre teoria dell’agire comunicativo sposta il baricentro della politica dalla decisione e dal conflitto verso la comunicazione orientata al consenso. La politica non è più il luogo in cui si affermano volontà storiche contrapposte, ma il processo attraverso cui soggetti razionali giungono a un’intesa procedurale. In questo passaggio si consuma una trasformazione decisiva. La teoria critica, nata per mettere in discussione le strutture della modernità, diventa una filosofia della mediazione permanente. Il conflitto non scompare, ma viene moralizzato; la decisione non viene più pensata come atto politico, ma come esito di un processo discorsivo. È il momento in cui la critica radicale si converte in linguaggio normativo della democrazia liberale.

Non a caso Habermas è stato molto più di un filosofo accademico. Per decenni ha incarnato il ruolo di coscienza morale della Repubblica federale tedesca. Il suo nome resta legato alla formula del “patriottismo costituzionale”, cioè all’idea che una comunità politica possa fondarsi non su memoria, appartenenza e destino storico, ma sull’adesione a principi giuridici universali custoditi dall’ordine costituzionale. Per i suoi sostenitori si trattava di un modo per immunizzare la Germania dal ritorno del nazionalismo novecentesco. Per i suoi critici, invece, quella formula rappresentava qualcosa di diverso: la costruzione di una cittadinanza post-storica, sganciata dalle forme concrete dell’identità nazionale e ricondotta a un insieme di valori procedurali. In altre parole, la trasformazione della politica in pedagogia morale.

Il custode della Germania post-storica

Questo ruolo emerse con chiarezza nella Historikerstreit degli anni Ottanta, la celebre disputa tra storici sull’interpretazione del nazionalsocialismo. Habermas intervenne duramente contro Ernst Nolte e altri studiosi accusandoli di voler relativizzare l’unicità della Shoah. Il dibattito non fu soltanto storiografico. Fu uno scontro sul diritto stesso della Germania di riappropriarsi della propria storia e di ridefinire il proprio rapporto con il passato. Habermas difese l’idea che la legittimità della Repubblica federale dovesse fondarsi su una memoria morale permanente e su un patriottismo esclusivamente costituzionale. Lo stesso schema riapparve alla fine degli anni Novanta nello scontro con Peter Sloterdijk attorno alle Regole per il parco umano. Anche in quel caso il punto non era solo filosofico. Si trattava della possibilità di riaprire il discorso antropologico sulla formazione dell’uomo, sulle tecniche culturali e sulle trasformazioni della specie. Il dibattito del 1999 segnò in fondo il tramonto dell’egemonia francofortese classica proprio nel momento in cui questa cercava ancora di scomunicare ciò che non poteva più controllare. Habermas reagì come aveva sempre reagito: non entrando fino in fondo nel merito della frattura, ma cercando di sigillarla entro una barriera etico-discorsiva. Anche per questo la sua figura appare oggi meno come quella di un pensatore del futuro che come quella dell’ultimo grande custode del linguaggio politico del dopoguerra.

Habermas e la Scuola di Francoforte

Per capire la funzione storica di Habermas bisogna però tornare alle radici da cui proveniva. La Scuola di Francoforte, nata negli anni Venti attorno all’Istituto per la ricerca sociale, rappresentò uno dei tentativi più ambiziosi di ripensare il marxismo dopo il fallimento delle rivoluzioni occidentali. Se il proletariato non aveva abbattuto il capitalismo, bisognava spostare l’attenzione dalla struttura economica alla sfera culturale. La battaglia non si combatteva più soltanto nelle fabbriche, ma nelle istituzioni educative, nei codici morali, nei simboli, nei linguaggi. In questa prospettiva la teoria critica si propose di smascherare le contraddizioni nascoste nella civiltà borghese. In Adorno e Horkheimer questa operazione assumeva spesso una forma radicale. Nella Dialettica dell’illuminismo l’Illuminismo stesso veniva reinterpretato come processo che, nel tentativo di dominare la natura, produceva nuove forme di dominio sull’uomo. La razionalità moderna non appariva più come emancipazione, ma come sistema di controllo e standardizzazione. Da qui nasce uno dei riflessi più duraturi della tradizione francofortese: l’idea che dietro ogni forma sociale possa nascondersi una violenza invisibile. Ogni gerarchia diventa sospetta, ogni norma un dispositivo disciplinare, ogni tradizione una possibile tecnica di esclusione. La critica non si limita più a correggere le distorsioni del sistema: mette in discussione le basi stesse dell’ordine culturale.

Il marxismo che diventa “senso comune”

Questa impostazione ha avuto conseguenze profonde. Per decenni interi settori della cultura occidentale hanno imparato a guardare con sospetto categorie che per secoli avevano strutturato la vita civile: autorità, tradizione, canone, distinzione tra alto e basso. Non si trattava più di difendere o criticare determinati contenuti, ma di smontare il principio stesso della distinzione qualitativa. Il caso di Adorno è emblematico. La sua critica dell’industria culturale denunciava l’appiattimento prodotto dal mercato e dalla cultura di massa. Ma proprio questa critica non sfociava mai in una difesa positiva del canone o della gerarchia culturale. Si poteva diagnosticare la degradazione, non restaurare una forma. Il risultato storico di questa tensione è stato una progressiva dissoluzione dei criteri condivisi di valore. Con Herbert Marcuse la teoria critica entra definitivamente nel clima del secondo Novecento. In testi come Eros and Civilization e One-Dimensional Man la critica della società industriale si salda alla liberazione dei desideri e alla contestazione delle strutture disciplinari della civiltà borghese. Marcuse non inventò il Sessantotto, ma fornì a quella stagione una parte del suo lessico teorico. Da quel momento la teoria critica smette di essere una corrente filosofica marginale e comincia a diffondersi nelle università, nelle humanities, nella sociologia, nella critica letteraria e nei media studies. I suoi riferimenti marxisti più espliciti si attenuano, ma il suo riflesso fondamentale resta: la tendenza a leggere ogni istituzione come potenziale struttura di dominio.

Il filosofo della Europa post-storica

È così che la critica radicale diventa progressivamente morale culturale dell’Occidente liberale. Non più rivoluzione, ma delegittimazione permanente delle forme tradizionali. Non più rovesciamento del sistema, ma educazione al sospetto verso identità, autorità e appartenenza. In questo processo Habermas rappresenta il momento della stabilizzazione: ha trasformato la critica in linguaggio istituzionale, la contestazione in etica della comunicazione, la teoria radicale in grammatica della democrazia procedurale. È il momento in cui la teoria critica cessa di apparire sovversiva e diventa codice morale dell’establishment. Il che spiega anche il paradosso storico: una tradizione nata come contestazione marxista radicale è finita per diventare la lingua ufficiale delle università, delle burocrazie culturali, dei media rispettabili, delle élite pedagogiche dell’Occidente liberale e capitalista. È per questo che la sua morte porta con sé un valore simbolico. Con Habermas scompare il più autorevole custode di un linguaggio politico anti-europeo. Il filosofo che ha insegnato all’Europa a concepirsi non come civiltà storica, ma come spazio normativo fondato su diritti, procedure e senso di colpa.

Un lascito invadente

Il suo lascito però resta tutto intorno a noi. Nella diffidenza automatica verso ogni forma forte di identità. Nella tendenza delle élite culturali europee a sorvegliare più che a creare. Nel riflesso per cui l’Europa continua a interrogarsi sulle proprie colpe mentre il resto del mondo torna a parlare il linguaggio della potenza e della storia. Per questo il bilancio su Habermas non può essere cortese né rituale. Si può riconoscergli statura, influenza, coerenza. Ma non si deve arretrare sul giudizio storico. Egli ha rappresentato la veste più educata, più presentabile, più egemonica di una corrente che ha fatto della delegittimazione dell’Occidente europeo la propria missione fondamentale. Non più abbatterlo dal di fuori, ma svuotarlo dall’interno. Non più combattere l’Europa, ma educarla a diffidare di sé stessa.

Sergio Filacchioni

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