Roma, 21 nov – Ad ogni 25 aprile, ad ogni primo maggio e ad ogni anniversario “politico”, ANPI e compagnia bella ci ammorbano con la solita filastrocca dell’antifascismo come “fenomeno trasversale”, come “valore condiviso” a suon di “il 25 aprile è divisivo solo se sei fascista”. Insomma, il sottotesto è il solito pizzo ideologico che il vero “quarto potere” della Repubblica italiana chiede ad ogni formazione politica da ottant’anni.
L’antifascismo è divisivo. In ogni caso
Anche se, come vedremo tra poco, effettivamente l’antifascismo ha avuto tante sfaccettature ideologiche, quello che piace tanto all’ANPI è solo uno dei tanti tipi – dannosi in egual misura – di antifascismo. Quindi, anche a volerli seguire nella loro filastrocca, i fatti dicono ben altro: l’antifascismo è divisivo in ogni caso.
A ben vedere, l’ostilità al Fascismo è l’unica cosa che effettivamente questi schieramenti condividono. Ma l’unità antifascista finisce qui. Questo perché le critiche mosse al Fascismo da altri schieramenti ideologici non sono le stesse; anzi, il più delle volte tali ideologie detestano il Fascismo per gli stessi motivi per cui si detestano tra loro.
Tre filoni “storici”
Andremo ora ad analizzare brevemente i tre principali filoni “storici” dell’antifascismo: quello liberale, quello social-comunista e quello reazionario.
L’antifascismo di matrice liberale odia il Fascismo in quanto dottrina anti-individualista, dirigista in ambito economico e ostile alla rappresentanza partitica (prediligendo la rappresentanza politica per settore produttivo, attraverso il sistema corporativo). L’antifascismo liberale ha sempre osteggiato il Fascismo ergendo a proprio baluardo la cosiddetta “libertà individuale”, tanto in ambito politico quanto in ambito economico, e la rappresentanza dei cittadini su base partitica.
Quello di stampo social-comunista, almeno in teoria (perché come vedremo va sempre più mescolandosi con quello liberale), si muove invece su tutt’altro selciato. Quest’ultimo infatti basa la propria opposizione al Fascismo portando avanti la retorica – smentita dalla fonti – del “Fascismo come braccio armato della borghesia e della reazione”. Malgrado l’infondatezza autoevidente di questa tesi, l’antifascismo social-comunista vede il Fascismo come un prodotto del capitalismo e – almeno nella sua dimensione storica – della “guerra imperialista” (la Prima Guerra Mondiale).
Oggi meno discusso, ma comunque esistente e – per certi versi – più subdolo e strisciante, è l’antifascismo di marca reazionaria. Nella sua dimensione storica affonda le proprie radici nel monarchismo italiano, nelle sue manifestazioni nel corso tanto della Rivoluzione Fascista (1919-1922) quanto nel corso della guerra civile (1943-1945), e teme il Fascismo proprio per la sua natura rivoluzionaria e per le sue implicazioni repubblicane (che si manifesteranno definitivamente con la nascita della Repubblica Sociale). L’antifascismo reazionario però, esiste indipendentemente dalla dicotomia monarchia-repubblica, come dimostrano regimi antifascisti come la Francia di Charles De Gaulle o come l’Argentina dei Generali che represse brutalmente la “tercera via” peronista.
Cosa rimane in Italia?
Fatta questa disamina però, cosa rimane di questo nel mondo e, soprattutto, nell’Italia attuale? Ebbene, si può notare come nel campo antifascista è avvenuta una serie di rimescolamenti e saldature diverse tra loro, che però hanno in ogni caso l’antifascismo liberale come minimo comune denominatore.
A sinistra, ANPI e soci continuano a battere sulla retorica del “Fascismo come strumento della borghesia per reprimere il movimento operaio” – consigliamo a questi signori di studiare un po’ meglio la storia del sindacalismo fascista e dei suoi esponenti – ma allo stesso tempo vi aggiungono elementi dell’antifascismo liberale. In particolare la difesa dei cosiddetti “diritti individuali” e delle presunte “libertà fondamentali violate dal Fascismo” (ci dovrebbero spiegare come mai allora negli Anni Trenta veniva pubblicata senza problemi una rivista diretta da Nicola Bombacci come La Verità – nome mutuato dalla Pravda sovietica – mentre oggi in diversi comuni per un banchetto informativo bisogna pagare il pizzo ideologico firmando farneticanti dichiarazioni di antifascismo).
Antifascismo, ordine costituito e capitalismo
Per contro, a destra l’antifascismo reazionario si è saldato anch’esso con quello di marca liberale fondendo la difesa dell’ordine costituito con quella del capitalismo e della libertà economica. Non deve ingannare il fatto che oggi la destra sia restia a dichiararsi antifascista – per motivi più culturali e di “costume” che altro – dal momento che nei fatti dimostra ampiamente di esserlo esattamente come ottant’anni fa.
Lo dimostra sul versante della memoria storica con appassionate difese dei partigiani bianchi (di matrice democristiana) e azzurri (di matrice monarchica) – ricordiamo che il Ministro dell’Istruzione Valditara ha rinnovato ed esteso il protocollo d’intesa con ANPI e altre sigle partigiane – da contrapporre a quelli rossi. E sul versante più propriamente politico manifestando la propria vocazione repressivo-sbirresca (che, puntualmente, colpisce più i movimenti identitari che altro) e liberal-capitalista con privatizzazioni di settori pubblici fondamentali (istruzione e sanità in primis). Per dirlo senza giri di parole: la riforma Valditara è strutturalmente antifascista, il DDL Gasparri è strutturalmente antifascista, il Decreto flussi è strutturalmente antifascista.
Quindi sì, il 25 aprile – per fare il verso ad uno slogan trito e ritrito – è divisivo, ma, a quanto pare, non solo se sei fascista. L’antifascismo è una vera e propria Santa Alleanza tenuta insieme unicamente dalla vocazione a reprimere persone e movimenti non allineati.
Enrico Colonna