
È nelle sale dallo scorso weekend Louisiana – the other side.
Quarto italiano in gara allo scorso festival di Cannes – nella sezione Un Certain Regard – Roberto Minervini è un regista marchigiano di 44 anni, trasferitosi negli States per “lavoro, amore e curiosità”. Il film-maker, alla sua seconda volta al festival, vive infatti a Houston con la moglie texana, e con questo suo ultimo lavoro ha proseguito sulla scia dei precedenti tre docu-film dedicati appunto al Texas, ma spostandosi di qualche chilometro sulla costa sud degli Stati Uniti. Per la realizzazione, Minervini ha seguito da Ottobre 2013 ad Agosto 2014 una comunità della Louisiana, con lo scopo di dar voce alla parte più invisibile dell’America, gli outsider o i “nipoti “bastardi del sogno americano”: il sottoproletariato bianco del sud.
Il film – girato magistralmente e con attori non professionisti – è suddiviso in due sezioni. La prima segue le vicende di Mark, un piccolo spacciatore con più tatuaggi che denti, che passa le sue giornate tra lavoretti per sbarcare il lunario, la famiglia – che non manca di rifornire di eroina – e la produzione artigianale di crystal meth, che consuma in abbondanza in coppia con la fidanzata Lisa. Attorno a lui, diversi personaggi: c’è il mai sobrio “zio Jim”, l’anziana madre, la spogliarellista incinta – che per poter continuare ad esibirsi nonostante il pancione prosegue a farsi iniettare eroina da Mark – e appunto l’obesa fidanzata Lisa.
Nella seconda parte della pellicola, invece, l’occhio della cinepresa si sposta su una comunità paramilitare. Spaventati dalla convinzione che Obama intenda riportare la legge marziale, si ritrova puntualmente per esercitarsi, commemorare la nazione e far saltare in aria – con una potenza di fuoco non indifferente – automobili riportanti le effigi del presidente.
A ciascuno dei personaggi presentati viene data voce e “libertà” di parola. E tanti sono i concetti e gli elementi che emergono dal film. Difficile sintetizzarli tutti. La libertà stessa è un elemento più volte richiamato dai protagonisti. Quella libertà che, accendendo quotidianamente la televisione o leggendo i giornali, sembra essere di casa in America. E che invece, per chi è “dall’altra parte”, viene ancora a gran voce richiesta. “Freedom is not free” (la libertà non è gratuita, ndr) si legge su di un cartello ad una celebrazione per i soldati morti in guerra, nella prima parte del film. E “legalize freedom” (legalizziamo la libertà, ndr) è lo striscione che viene fatto volare nel secondo spezzone. Come a chiedere: se l’America è la terra della libertà, perché “noi” non possiamo essere liberi?
E poi c’è l’altro elemento chiave, l’abbandono. Ciò che accomuna la prima e la seconda parte del film è l’assenza totale dello stato, che si manifesta in un odio viscerale di tutti i protagonisti nei confronti del presidente Obama, reo “di tradire e abbandonare tutti, compresi i neri”. E c’è la dignità di un sentimento identitario che forse è l’unico valore rimasto a combattenti che si commuovono per le celebrazioni del 4 di luglio, così come agli anziani trascurati da tutti e costretti a cercare compagnia nell’alcol.

Come a dire, la Louisiana non è poi così lontana…
Davide Trovato
