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Poletti-Giuliano1-05-12-13Roma, 2 giu – Difesa a spada tratta del Jobs Act, sguardo orientato al futuro, con un pizzico di ottimismo sulle riforme che il governo sta portando avanti. E’ un Giuliano Poletti a tutto campo quello che interviene a Trento, in occasione del festival dell’economia che ogni anno si tiene all’ombra del Castello del Buonconsiglio.

“Un Paese che pensa al futuro spremendo i lavoratori è cretino perché riduce la ricchezza, i consumi e la produzione“, spiega il ministro, individuando nella dinamica asfittica della domanda interna uno dei (tanti) problemi che affliggono la nostra mancata crescita. Ecco spiegata la scelta necessaria del Jobs Act, che “sta incidendo in maniera profonda sul mercato del lavoro, con un aumento dei contratti stabili dal 15% al 22%”.

Proprio il tema della ricchezza prodotta dal lavoro è sempre all’ordine del giorno. Come detto, la domanda interna segna un andamento ancora in terreno negativo: anche di fronte agli ultimi dati sulla crescita del Pil nel primo trimestre si conferma in calo con un -0.1% nei consumi finali nazionali.

A cosa si deve questa continua e progressiva contrazione? Una possibile chiave interpretativa che va ricercata nella cosiddetta quota di salari sul Pil. Si tratta, in estrema sintesi, del valore complessivo di tutti i salari e stipendi corrisposti rapportati al prodotto interno lordo. Ebbene, la percentuale era vicina al 70% negli anni ’70, veleggiò fra 66 e 68% negli anni ’80, superò il taglio di quattro punti della scala mobile operato dal governo Craxi ma non resse l’impatto, nel 1992, con il governo tecnico a guida Amato che sancì la sua definitiva eliminazione, con l’accordo delle parti sociali. Da lì in avanti, il tracollo: ad oggi, siamo a circa il 55% del Pil. Ciò significa che, nell’arco di trent’anni, i lavoratori hanno perso il 15% della “torta” di prodotto nazionale alla quale partecipa(va)no.

Le politiche di austerità non hanno aiutato, la contrazione della domanda interna d’altronde è elemento necessario per compensare i divari di competitività a fronte di una moneta a cambio non fluttuante come è l’euro. Con il risultato che, dall’inizio degli anni novanta ad oggi, ai salariati sono stati sottratti almeno 100 miliardi di euro, trasferiti ai patrimoni e alle rendite.

Nonostante le parole spese da Poletti, il Jobs Act non contribuirà ad invertire la rotta. Per un semplice motivo: la riforma varata a marzo è una riforma contrattuale, che non tocca -neanche indirettamente- la questione salariale. D’altronde, il ministro Poletti proviene -perché ne è stato a capo- dal mondo di quelle cooperative ormai sempre più spesso usate come arma di ricatto nei confronti dei lavoratori, costretti nelle stesse ad accettare trattamenti economici progressivamente peggiorativi. Pensare che possa essere l’uomo di Legacoop ad affrontare il problema è, quantomeno, abbastanza curioso.

Filippo Burla

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