Home » Meloni inchioda il Pd: l’antiamericanismo della sinistra è una falsa bandiera

Meloni inchioda il Pd: l’antiamericanismo della sinistra è una falsa bandiera

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 12 mar – Giorgia Meloni ha scelto il terreno più scomodo per il Partito Democratico: quello della cattiva coscienza. Quando alla Camera accusa i dem di “strabismo” sugli Stati Uniti, la premier non sta soltanto cercando una polemica efficace. Sta infilando il dito in una contraddizione reale della sinistra italiana: quella di un antiamericanismo evocato a fasi alterne, spesso gridato quando conviene all’opposizione e quasi sempre riassorbito quando si entra nella stanza dei bottoni.

La Meloni inchioda il Pd

La frase con cui Meloni incalza il Pd è brutale ma non campata in aria. Il riferimento ai bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999 colpisce un punto storico preciso: il governo D’Alema non si limitò a subire la linea atlantica, ma la fece propria, rivendicando la corresponsabilità italiana nelle decisioni dell’Alleanza. Il Parlamento fu chiamato a discutere la crisi dopo l’avvio dell’operazione, e nei resoconti dell’epoca non mancano le accuse al governo di aver aggirato un vero passaggio preventivo sulle basi e sulla partecipazione italiana. È da lì che parte una verità scomoda per il progressismo italiano: quando si è trattato di stare dentro la cornice strategica americana, la sinistra di governo non ha affatto rotto lo schema, lo ha amministrato.

Il Kosovo non fu un’eccezione isolata. Nel 2007 il governo Prodi sostenne il rifinanziamento della missione in Afghanistan, nel pieno delle lacerazioni della sua maggioranza, mentre nello stesso tornante politico arrivò anche il via libera all’ampliamento della base Usa al Dal Molin di Vicenza. È il solito copione: linguaggio forte verso il proprio elettorato, ma nessuna rottura reale con l’architettura politico-militare dell’atlantismo. Ma non finisce qui.

La sinistra italiana tra antiamericanismo e governismo

La stessa logica riaffiora anche più avanti. L’Italia aderì alla coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, dentro una struttura multilaterale sì, ma sempre a regia americana. E nel 2017, quando alla Casa Bianca non c’era un democratico ma Donald Trump, il governo Gentiloni definì “proporzionata” l’azione Usa in Siria, presentandola come risposta a un crimine di guerra del governo di Assad. Insomma, la formula “la sinistra è antiamericana con i repubblicani e sottomessa con i democratici” rischia di essere perfino riduttiva. La realtà è più impietosa: la sinistra italiana non è coerentemente antiamericana nemmeno con i repubblicani, perché il suo vero riflesso condizionato non è ideologico ma governista. Protesta finché la protesta non costa nulla, poi rientra disciplinatamente nei ranghi dell’alleanza.

Anche l’altro affondo di Meloni, quello sull’assassinio di Soleimani, ha una base concreta. Dopo l’uccisione del generale iraniano da parte degli Stati Uniti nel 2020, il governo Conte II – con il Pd in maggioranza – non impostò una condanna netta dell’azione in termini di illegalità internazionale. La linea ufficiale fu quella dell’appello alla moderazione, del contenimento e della tutela dei militari italiani presenti nello scacchiere mediorientale. Una postura comprensibile sul piano della prudenza diplomatica, ma lontana anni luce dalla postura da falchi adottata negli ultimi due anni.

Le obiezioni di Meloni sono giuste ma non bastano

Il colpo di Meloni fa male: non perché dissolva ogni obiezione legittima agli interventi americani, ma perché mostra quanto sia stato opportunistico, e spesso strumentale, l’antiamericanismo progressista. L’America va bene quando coincide con la “liberazione”, con le rievocazioni degli sbarchi sulle spiagge di Anzio e Nettuno, con i diritti umani proclamati dall’Occidente, con le missioni coperte da lessico umanitario. Diventa improvvisamente ingombrante quando il costo politico interno sale, quando a Washington siede un presidente poco spendibile nei salotti europei delle “buone maniere”, oppure quando l’elettorato pretende una postura più muscolare contro la subordinazione atlantica.

In questo senso è emblematico il siparietto televisivo tra Enrico Mentana e Milena Gabanelli. Mentana rievoca il “debito storico” dell’Europa verso gli Stati Uniti per la liberazione dal nazifascismo, nel più classico esercizio di auto castrazione intellettuale. Gabanelli replica che non siamo tenuti a “metterci a 90 gradi”: una battuta che funziona, perché fotografa l’esasperazione di una parte dell’opinione pubblica verso la subordinazione strategica dell’Italia, ma che resta una battuta se non si trasforma in autocritica e poi analisi del problema vero. Perché in fin dei conti – e lo ripetiamo da mesi – la questione non è quale galateo si usa verso Washington, ma la struttura dell’ordine politico costruito nel 1945, dentro il quale l’Europa ha delegato per decenni la propria sicurezza e gran parte delle proprie scelte strategiche.

La possibilità che nessuno vuole vedere

Ed è qui che il discorso deve andare oltre la convenienza polemica del momento. Giorgia Meloni può anche aver colto una contraddizione reale della sinistra italiana, ma questo non basta a fare della sua posizione una dottrina alternativa. Il problema, infatti, non riguarda soltanto Roma o la politica interna italiana. Riguarda la condizione complessiva del continente europeo dentro l’ordine strategico nato dopo la Seconda guerra mondiale. In altre parole, il punto non è se l’Italia debba essere più o meno critica verso Washington – del resto ci auspichiamo da sempre un affrancamento della destra italiana dai paradigmi neocon. Il punto è che l’Europa nel suo insieme non ha mai sviluppato una vera autonomia strategica. Per decenni la sicurezza del continente è stata garantita dal sistema atlantico, che ha assicurato stabilità ma ha anche congelato ogni tentativo di costruire una capacità politica e militare autonoma. In questo quadro, le oscillazioni retoriche tra antiamericanismo e fedeltà atlantica finiscono per restare esattamente ciò che sono: atteggiamenti effimeri, non strategie di lungo periodo.

Occhio alle false bandiere

La verità, allora, è mogli più semplice e più dura. La sinistra italiana ha davvero praticato per anni un antiamericanismo di posa, selettivo e reversibile. Il che è sufficiente a squalificarli come interlocutori seri, ma di certo non basta a costruire un “totalmente altro” politico. Perché tra l’antiamericanismo rituale, anzi irritante, e la fedeltà atlantica automatica sempre e comunque, esiste uno spazio politico molto più ampio che in Europa continua a restare in gran parte inesplorato: quello della costruzione graduale di un’autonomia continentale. Una prospettiva che passa per una presa di coscienza più adulta: se l’Italia e l’Europa vogliono contare davvero nel mondo che sta emergendo, deve iniziare a dotarsi degli strumenti di potenza che ogni soggetto politico reale possiede — difesa, tecnologia, energia, capacità decisionale.

Finché questo passaggio non verrà affrontato, la polemica italiana sull’America continuerà a oscillare tra due caricature opposte: l’antiamericanismo simbolico e l’atlantismo automatico. Due posture diverse, ma accomunate da un limite identico: l’assenza di una vera visione politica.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati