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Fenice, il caso Venezi e il coraggio di rompere il monopolio

by Tony Fabrizio
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Roma, 12 mar – Le dimissioni di Alessandro Tortato, consigliere musicista del Teatro La Fenice, segnano un punto di non ritorno, ma forse non nel modo in cui lui sperava. Motivando il suo addio con la frase: “È evidente che la questione si è fatta meramente politica e che non c’è alcun bisogno di avere un musicista tra i consiglieri” ha involontariamente scoperchiato il vero nervo scoperto della cultura italiana: il controllo del perimetro.

La politica come alibi

Diciamolo chiaramente: la politica non è entrata ora alla Fenice. La politica abita i palchi, i camerini e i consigli d’amministrazione dei nostri teatri da decenni. La differenza è che, finché quella politica parlava una lingua sola — quella di una certa sinistra e dei suoi apparati sindacali — veniva spacciata per “competenza naturale” o “spirito civico”.

Il paradosso del consigliere dimissionario – pare cigiellino – è tutto qui. Se Beatrice Venezi fosse rimasta nell’alveo del politicamente corretto, nessuno avrebbe messo in dubbio il suo posto sul podio. Anzi, ne avrebbero decantato le doti, come d’altronde accadeva prima che le sue preferenze diventassero esplicite. Invece, non appena il vento è cambiato, la musica è diventata improvvisamente “rumore politico”.

Il dovere di “imporre” il pluralismo

C’è un punto che va affrontato con coraggio, senza giri di parole. Sì, la questione è politica. E proprio perché lo è, figure come la Venezi vanno sostenute con forza. Non si tratta di una valutazione sul solfeggio, ma di una battaglia per l’agibilità democratica della cultura.

La provocazione è necessaria. Anche se Beatrice Venezi fosse una “capra” (e non lo è affatto: la meritocrazia è stata mandata in soffitta da chi ha istituzionalizzato il vaffa e raccomandazioni e apparentamenti vari riguardano solo la parte delle congreghe), andrebbe difesa e imposta comunque. Perché? Perché è l’unico modo per rompere un monopolio di gestione che dura da troppo tempo.

Se non si scardina oggi questo sistema di veti incrociati, nessuno che non faccia parte del “giro giusto” potrà mai sperare in una progressione di carriera. Senza una rottura traumatica, il merito rimarrà sempre subordinato alla tessera — reale o morale — che si ha in tasca. I sindacati e i salotti hanno deciso per anni chi avrebbe lavorato e dove. Ribaltare questo tavolo non è prepotenza, ma un atto rivoluzionario di libertà.

Tutti utili, nessuno indispensabile

Al consigliere che se ne va, va il ringraziamento per il lavoro svolto. Ma anche un promemoria asciutto: il mondo della cultura non crolla se un tecnico decide di sfilarsi per coerenza (o per paura di perdere consensi nel suo ambiente di riferimento). Il messaggio che deve passare è chiaro: la musica non appartiene a una sola fazione. Il monopolio, l’occupazione della sinistra sulla cultura è finito.

La libertà di carriera non deve passare per il benestare di un sindacato (di sinistra). Nessuno è indispensabile, specialmente chi confonde la difesa di un privilegio di casta con la difesa dell’arte. La Fenice continuerà a suonare, e magari, finalmente, lo farà con un’orchestra che non deve più chiedere il permesso al “compagno di turno” per decidere chi la dirige.

Tony Fabrizio

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