Roma, 12 mar – Chi si lamenta che la macchina della giustizia è un vecchio carrozzone che stenta dovrà ricredersi. Da Messina veniamo traghettati dritti-dritti nel magico mondo della giustizia italiana. Laddove il tempo non è più una linea retta né viene concepito ciclicamente. Ma diventa un optional fastidioso, dove la difesa è diventata un orpello scenografico paragonabile ai fiori finti su un altare sconsacrato.
L’ultimo capolavoro del surrealismo giudiziario ci arriva dal tribunale monocratico della cittadina sicula, divenuta meritatamente capitale della turbo-giustizia. Qui, un giudice del tribunale monocratico ha deciso di riscrivere le leggi della fisica, oltre che quelle del diritto: ha depositato una decisione il 6 marzo. Nulla di strano se non fosse che l’udienza per discuterne fosse fissata per il 13! Un piccolo dettaglio, si dirà. Una svista cronologica? Magari il magistrato è un preveggente. Un oracolo prestato alla toga che già sapeva – con assoluta e inquietante certezza – che nulla di ciò che l’avvocato avrebbe potuto dire avrebbe spostato di un millimetro il suo granitico convincimento.
Il rito del “già deciso”
L’episodio, denunciato con comprensibile sdegno dalla Camera Penale di Marsala, non è solo un errore tecnico. È l’epifania di un sistema malato di onnipotenza. Immaginate la scena: l’avvocato Piero Marino si prepara, studia le carte, affila gli argomenti per difendere il diritto del suo assistito alla sospensione della pena, ignaro del fatto che la sua arringa sia già stata cestinata nel passato remoto da una sentenza scritta nel futuro.
“L’ordinanza riporta la data del 13 marzo”, dicono le Camere Penali. Siamo al “falso ideologico” temporale. Si scrive tredici ma si pensa sei. Si finge di aver ascoltato quando si è già smesso di leggere. È la celebrazione del processo come pura formalità burocratica, un fastidio procedurale che interrompe il solerte lavoro di chi la giustizia la “amministra” come un monologo.
La separazione tra realtà e diritto
Questo episodio ci ricorda, con la delicatezza di uno schiaffo a mano aperta, quanto sia urgente riportare l’equilibrio tra chi accusa, chi difende e chi giudica. Se il giudice si sente così sicuro della propria verità da non aver nemmeno bisogno di fingere di ascoltare la controparte, allora il diritto di difesa – quello sancito dalla Costituzione con l’articolo 24, non da un volantino condominiale – è morto e sepolto.
C’è chi chiama tutto questo “efficienza”. Noi lo chiamiamo disprezzo delle regole. Quando il giudice e l’accusa sembrano correre sullo stesso binario, mentre la difesa è rimasta a terra a guardare il treno che passa (e che l’ha già investita otto giorni prima), allora capisci che c’è qualcosa di profondamente rotto nel meccanismo delle carriere e delle funzioni. Quel provvedimento disponeva la reclusione in carcere per l’imputato, un atto che incide sulla libertà personale e che è stato sospeso solo grazie alla prontezza dell’avvocato Piero Marino.
Il caso di Messina: non un errore, ma una prassi inquietante
L’aspetto più allarmante della vicenda di Messina non è tanto l’episodio singolo, ma ciò che esso sottende. La nota della Camera Penale di Marsala colpisce nel segno quando parla di una funzione costituzionale del difensore costantemente “disattesa”.
Siamo di fronte alla deriva del “processo cartolare” mentale, dove il giudice legge le carte, si forma un convincimento granitico e considera l’arringa del difensore come un rumore di fondo che ritarda l’inevitabile. Se una sentenza può essere scritta, datata e depositata sette giorni prima del confronto tra le parti, allora l’udienza non è più il tempio della formazione della prova, ma un teatro delle ombre.
Si dimostra ancora una volta come giudici e pubblici ministeri svolgano talvolta le loro funzioni disattendendo la funzione costituzionale primaria del difensore.
Un quesito per il futuro
Mentre la Camera Penale esprime solidarietà al collega, per tutti resta un retrogusto amaro. Ci chiediamo se sia ancora tollerabile una giustizia che gioca d’anticipo sulla pelle dei cittadini. Adesso che ci verrà chiesto di esprimerci su come debba funzionare questo sistema, faremmo bene a ricordare l’ordinanza “premonitrice” di Messina. Forse, mettere la croce sul Sì non sarà solo un atto politico, ma un gesto di legittima difesa per evitare che il nostro destino legale venga scritto in una stanza chiusa, una settimana prima che qualcuno ci dia il permesso di aprire bocca. Perché se il verdetto arriva prima del dibattimento, allora non siamo in tribunale: siamo in una farsa. E il biglietto, purtroppo, lo paghiamo noi.
Tony Fabrizio