Roma, 10 dic – Negli ultimi giorni i titolari dei diritti di Michael Ende sono intervenuti sull’uso politico del nome “Atreju” da parte della kermesse di Fratelli d’Italia. Nel comunicato spiegano che le opere di Ende “appartengono a tutti”, che sono “luoghi di libertà interiore, di gioco e fantasia, non strumenti di identificazione politica”, e che lo scrittore “non ha mai scritto le sue storie con intenti politici di parte”. Da qui la condanna dell’“appropriazione politica” del nome, ritenuta in contrasto con lo spirito dell’autore.
Michael Ende non era “apolitico”
Fin qui, nulla di sorprendente. Ogni erede è geloso delle proprie icone, e l’idea che nessun partito possa mettere il cappello su Fantàsia (o magari sulla Terra di Mezzo) è, in astratto, persino condivisibile. Il problema nasce quando questa sacrosanta difesa della libertà del lettore si trasforma in qualcos’altro: la pretesa che esista una letteratura neutra, innocente, “super partes”, che non parli mai di potere, di ideologia, di modelli sociali. È un’illusione consolatoria. E nel caso di Michael Ende è anche clamorosamente falsa. Se c’è uno scrittore che ha usato la fantasia per attaccare frontalmente le ideologie del Novecento – capitalismo, comunismo e tutte le loro varianti burocratiche – è proprio lui. Basta aprire Momo per vedere quanto la realtà politica filtri nella sua fiaba. Nel romanzo, l’episodio più esplicitamente “ideologico” è il racconto di Guido alla turista, quello sul perfido tiranno che vuole rifare il mondo a sua immagine e somiglianza. Il suo nome dice già tutto: Marxentius Communius.
Momo contro Marxentius Communius
È un sovrano che sogna una società perfettamente uniforme, dove ogni differenza viene cancellata in nome dell’uguaglianza totale. Vuole un mondo in cui le case siano costruite tutte uguali, le persone vestite tutte allo stesso modo, il lavoro pianificato dall’alto, il denaro abolito e sostituito dall’amministrazione statale. Un mondo in cui i bambini vengono educati a ripetere slogan e dove il dissenso è impossibile perché la realtà stessa è stata livellata. Non serve un grande sforzo esegetico per capire cosa stia prendendo di mira Ende: il comunismo reale, con la sua ossessione per il pianificato, l’uguale, il seriale. Nel gioco leggero della narrazione infantile, Marxentius Communius è una caricatura feroce della società socialista, del partito-Stato che pretende di essere la misura di tutto. È politica, e politica molto riconoscibile. Dire che Ende “non ha mai scritto le sue storie con intenti politici di parte” può essere vero in senso stretto – non scriveva propaganda per un partito – ma completamente fuorviante se lo si usa per sostenere che le sue opere siano un territorio neutro. Se il “nuovo mondo dove tutto è uguale a se stesso” ha per tiranno un tale Marxentius Communius, è difficile sostenere che l’autore non avesse una posizione chiara sulla dittatura socialista e sulla sua ideologia livellatrice.
Un antitotalitario radicale
La biografia e gli scritti saggistici confermano questo profilo. Ende viene da una famiglia perseguitata dal nazionalsocialismo, vede il padre bollato come “artista degenerato”, vive sulla propria pelle l’epoca dei totalitarismi. Da adulto aderisce ai movimenti pacifisti, partecipa alla stagione del ’68, poi se ne distacca quando vede la degenerazione settaria della galassia marxista. Critica il capitalismo occidentale, ma critica allo stesso modo il socialismo reale, che per lui resta una variante di “capitalismo di Stato”. È un antitotalitario spiritualista, non un moralista del “né di destra né di sinistra” come va di moda dire oggi. Il suo bersaglio privilegiato è ogni sistema che riduce l’uomo a ingranaggio: il capitalismo della crescita infinita, con la sua logica del profitto e dell’interesse, e il comunismo pianificatore, con la sua ossessione per l’eguaglianza astratta e la collettivizzazione totale. In entrambi vede la stessa malattia: l’idea che l’economia e la tecnica possano sostituire l’anima, il mito, la dimensione simbolica. Non c’è niente di “apolitico” in questo. È una posizione politica potente, anche se non coincide con i partiti esistenti. È la ricerca di una terza via: un’economia fraterna, una civiltà riconciliata con la natura, una società dove fantasia e interiorità non siano scarti ma centro.
Fantàsia appartiene a tutti se tutti la possono interpretare
Quando gli eredi scrivono che Fantàsia appartiene a tutti, potrebbero aver ragione. Nessun movimento, di destra o di sinistra, può vantare un copyright morale su Atreju. Ma proprio per questo, nessun movimento può essere escluso dal diritto di interpretare quella storia alla luce della propria sensibilità. Se la fantasia appartiene a tutti, appartiene anche a chi vede nel Nulla che divora Fantàsia una metafora del vuoto consumista che cancella identità, memorie, tradizioni. A chi vede in Atreju il simbolo di una resistenza identitaria che non accetta di dissolversi nella palude dell’indifferenziato. A chi legge in Momo la denuncia di un tempo rubato e monetizzato, trasformato in puro calcolo economico. Non sono letture “abusivamente politiche”: sono esattamente ciò che la buona letteratura produce, cioè interpretazioni plurali. L’idea che la cultura debba restare “pura” rispetto alla politica è comoda solo quando certa politica non ci piace. Quando invece si tratta di sventolare Harry Potter come manifesto antifascista, il “non strumentalizziamo i libri” sparisce. Lungi dal proteggere l’arte, questa finta neutralità serve solo a mantenere un monopolio interpretativo: alcune letture sono benedette, altre sono dichiarate illegittime a priori.
Ende, la destra e la critica dell’ordine vigente
Sarebbe sbagliato e intellettualmente disonesto arruolare Michael Ende in blocco nel campo della destra. È stato un autore legato al mondo alternativo post-sessantottino, influenzato dall’antroposofia, favorevole a forme radicali di redistribuzione, ostile tanto al neoliberismo quanto alle frontiere rigide degli Stati. Il suo universo non coincide con quello della destra liberale – e forse potrebbe essere questa una critica più genuina alle feste di partito. Ma proprio per questo è interessante: perché dimostra che la critica dell’ordine vigente – economico, culturale, simbolico – non è monopolio di nessuno. Ende mette in scena il fallimento della promessa progressista del Novecento, da entrambe le parti del Muro. Mostra un mondo divorato da due forze gemelle: la burocrazia grigia dei Signori del Tempo e il Nulla che divora ogni cosa. In questa diagnosi ci sono punti di contatto con il pensiero conservatore e identitario, così come ce ne sono con l’ecologismo radicale e con certe correnti spirituali. La conclusione è semplice: le sue opere sono politiche proprio perché non sono riducibili a uno schieramento. Parlano del potere, del denaro, del tempo, del lavoro, dell’omologazione, della distruzione della natura. Parlano delle ideologie e delle loro maschere. Chi legge ha il diritto di usarle per pensare il proprio tempo. Anche quando il risultato non piace ai gestori della memoria ufficiale.
Nessuna arte è innocente
Alla fine la frase chiave del comunicato non è quella su Atreju, ma quella che nega la politicità dell’opera: “Michael Ende non ha mai scritto le sue storie con intenti politici di parte.” Si ripeta. Può essere vera solo se la si prende alla lettera, e cioè che non ha mai fatto propaganda per un partito. Ma se da qui si scivola all’idea che le sue storie non abbiano niente a che vedere con la polis, con la forma della comunità, con il destino dell’uomo nel mondo moderno, si tradisce l’autore molto più di qualunque festa di partito. Non esiste arte apolitica. Esiste arte che si crede neutra mentre ripete le parole d’ordine del sistema, e arte che ha il coraggio di mettere in scena i conflitti epocali del nostro tempo. Ende appartiene alla seconda categoria. È proprio perché non si è mai allineato docilmente né al mercato né al socialismo reale che oggi le sue storie parlano a chiunque cerchi una via d’uscita dal “deserto di civiltà” del presente. Atreju non è un marchio registrato, è un simbolo. E i simboli, per definizione, sfuggono al controllo dei notai. Se Fantàsia appartiene a tutti, allora appartiene anche a chi rifiuta il Nulla che ci viene venduto come unico orizzonte possibile.
Sergio Filacchioni