Roma, 24 gen – Da almeno cinque anni gli Stati Uniti sono, nei fatti, uno Stato finanziariamente fallito. Già durante l’epoca Biden era evidente: Washington non riesce più a coprire la spesa pubblica con il gettito fiscale e deve emettere continuamente nuovi titoli del Tesoro per pagare le spese correnti, interessi compresi. Il risultato è un aumento fuori controllo del debito.
Il debito fuori controllo degli Stati Uniti
Il debito federale ha raggiunto 38.640 miliardi di dollari. Per confronto, il debito italiano è intorno ai 3.040 miliardi di euro. Il debito Usa cresce a un ritmo stimato di 7 milioni di dollari al minuto, circa 10 miliardi al giorno. Un paragone rende l’idea: una manovra finanziaria italiana da 30 miliardi equivale a tre giorni di debito americano. La causa strutturale è la globalizzazione così come è stata concepita negli ultimi trent’anni. Trasferimento di tecnologia verso la Cina, delocalizzazioni, distruzione della base produttiva interna. Risultato: importazioni enormi, crollo degli utili industriali domestici, quindi meno gettito fiscale reale. La stessa strategia è stata seguita dall’Unione Europea, con Germania e Francia in testa, convinte che Pechino avrebbe assorbito lentamente le tecnologie e nel frattempo avrebbe sviluppato un costo del lavoro e del welfare simile a quello occidentale. Era il loro sogno, ma è successo l’opposto: la Cina ha assorbito tecnologia e mercati in tempi rapidissimi. Le responsabilità negli Usa sono bipartisan. Clinton, Bush, Obama, Biden hanno sostenuto sia la globalizzazione sia la crescita del debito. Il primo Trump ha provato a invertire la rotta, ma con risultati limitati. La spesa federale americana oggi è intorno ai 7.000 miliardi l’anno. Di questi, circa 997 miliardi sono spese militari, il 14,2%. In Italia la quota è attorno all’1,5%.
La fuga del dollaro e la monetizzazione del debito
Il rischio principale è la fuga dal dollaro da parte di tutti gli investitori, cittadini americani compresi e questo vorrebbe dire che, alle continue aste per la vendita di titoli del tesoro Usa, non si presenterebbe nessuno e i titoli resterebbero invenduti. Anzi, tutti tenderebbero a vendere i titoli americani che hanno in portafoglio. Cosa che pure sta già succedendo a tutto spiano. In più nessun produttore straniero vorrebbe più farsi pagare le fatture in dollari e questa situazione, anch’essa ampiamente in corso, viene definita Dedollarizzazione. Ad esempio, i produttori di petrolio accetteranno ancora i dollari in pagamento delle loro forniture? Per gli Usa sarebbe una catastrofe tre volte superiore a quella del 1929, con effetti sociali potenzialmente esplosivi. In questo quadro, che vorrebbe dire monetizzare il debito? Vorrebbe dire stampare della carta moneta per ripagare i titoli del tesoro scaduti. Monetizzare significa stampare moneta per rimborsare i titoli in scadenza, evitando il default tecnico. È possibile, ma distruggerebbe la fiducia nel dollaro: verrebbe percepito come moneta senza valore reale. La conseguenza sarebbe inflazione fuori controllo. Il precedente storico evocato è la Repubblica di Weimar. Non a caso l’inflazione è stata una delle cause centrali della sconfitta democratica di Biden, con il caro-prezzi diventato tema politico dominante.
Trump, gli interventi promessi e il controllo delle risorse
I punti d’intervento delineati da Trump in campagna elettorale furono tre: riduzione dei dipendenti pubblici; riduzione delle spese Nato; riequilibrio della bilancia commerciale o imposizione dei dazi. La riduzione della burocrazia federale avrebbe dovuto produrre risparmi enormi, ma i risultati sono stati minimi. Sul fronte Nato, gli Usa coprono circa il 64% della spesa complessiva. Washington chiede agli europei di aumentare drasticamente i propri contributi. Finora le resistenze sono forti. Resta l’arma dei dazi. Gli Stati Uniti sono in deficit commerciale con quasi tutti i partner e usano le tariffe come strumento fiscale e industriale: o incassano dazi, o favoriscono la produzione interna sostitutiva. Tuttavia, finora non si sono raggiunti risparmi tali da coprire oltre 1.200 miliardi l’anno, cioè il peso degli interessi sul debito. L’unico modo per continuare ad attirare capitali globali è offrire al sistema finanziario americano la garanzia del controllo su risorse strategiche mondiali. Venezuela, Iran, Groenlandia (per le terre rare), Africa, Medio Oriente: il tema è il controllo delle materie prime. Come ogni impero classico, gli Usa devono difendere il ruolo del dollaro come moneta degli scambi anche attraverso la pressione militare.
Gli Stati Uniti in un passaggio storico instabile
La globalizzazione ha eroso il primato produttivo occidentale. Il liberalismo predicava competizione libera, ma il sistema ha funzionato su squilibri strutturali. Le tensioni economiche irrisolte furono tra le cause dei conflitti mondiali del Novecento: all’Italia fu strappato in faccia l’accordo Agip con l’Iraq del 1934 che avrebbe garantito l’indipendenza energetica e alla Germania fu proibito di esportare le sovrapproduzioni. Oggi le tensioni si ripresentano sotto forma di sovrapproduzione asiatica e crisi dell’industria occidentale. Il sogno dell’ordine liberale universale è finito. Resta la gestione di un passaggio storico instabile, in cui (almeno) l’ipocrisia ideologica conta meno dei rapporti di forza reali.
Carlo Maria Persano