Milano, 30 nov – Tre giorni di sospensione per un rappresentante d’istituto del Liceo Severi-Correnti. Le motivazioni le pubblica direttamente il Blocco Studentesco, co-protagonista di questa vicenda: “uso improprio degli account social della lista studentesca, affissione di manifesti non autorizzata, gestione non condivisa dei contenuti”. Il linguaggio è quello tipico dell’amministrazione scolastica, il lessico della neutralità burocratica che trasforma ogni conflitto in una questione tecnica. Ed è proprio qui che si apre il punto politico. Perché ciò che viene presentato come una violazione regolamentare nasce, nei fatti, da una iniziativa precisa: cartelloni, uno striscione e contenuti pubblicati in occasione del Giorno del Ricordo, dedicati alle foibe e all’esodo giuliano-dalmata.


A Milano ennesima offesa alla memoria delle Foibe
Il meccanismo è ormai riconoscibile. Non si interviene mai esplicitamente sul contenuto, non si contesta la commemorazione in sé – sarebbe troppo scoperto, troppo difficile da sostenere in un Paese in cui il 10 febbraio è una ricorrenza istituita per legge – ma si agisce sul contorno, sulle modalità, sulle procedure. È lì che si esercita il controllo. È lì che si costruisce la sanzione. Il provvedimento parla di regolamento violato, ma il contesto racconta altro: tensioni esplose proprio attorno ai contenuti pubblicati, polemiche social tra studenti, segnalazioni arrivate alla dirigenza dopo la diffusione dei materiali legati al Giorno del Ricordo. In altre parole, il problema emerge nel momento in cui la memoria esce dalla dimensione rituale e diventa presenza concreta, visibile, rivendicata. Ma soprattutto quando a qualcuno non va giù che ci siano elementi di alterità dal monologo culturale antifascista. A quel punto scatta la sanzione: non sul piano del confronto o sul terreno culturale come ci si aspetterebbe da un istituto, ma su quello disciplinare. Si prende atto del conflitto e lo si riassorbe dentro il perimetro del regolamento, trasformando una questione politica in una questione di procedure. È una dinamica che consente di mantenere una posizione formalmente inattaccabile ma sostanzialmente orientata. Perché non tutte le iniziative studentesche vengono trattate allo stesso modo, non tutte le violazioni producono lo stesso tipo di reazione, non tutti i contenuti generano lo stesso livello di intervento.
La finta “neutralità” delle scuole italiane
Ed è qui che il caso di Milano smette di essere un episodio isolato e si inserisce in un quadro più ampio. Nelle stesse settimane, in altri istituti italiani, vengono ospitati senza particolari tensioni esponenti politici e figure legate a contesti militanti della sinistra radicale: da Saverio Tommasi invitato a parlare di “immigrazione e informazione” all’Istituto Piero della Francesca di Arezzo, all’immancabile Ilaria Salis che proprio a Milano – al Liceo L. Da Vinci – è intervenuta durante la cogestione per parlare delle “nuove destre che cercano di restringere spazi di libertà e diritti che penavamo acquisiti”. Insomma, gli spazi sono “neutri” soltanto quando c’è da punire qualcun altro. In questi casi non si attiva alcuna rigidità regolamentare, non emergono improvvisamente problemi legati all’uso degli spazi, alla gestione della comunicazione o alla neutralità dell’istituzione scolastica. Due situazioni diverse, certo, ma che rivelano una costante: le regole non operano nel vuoto. Entrano in funzione dentro un clima culturale preciso e rispondono a un equilibrio che non è mai neutro. Quando una iniziativa sul Giorno del Ricordo finisce dentro un procedimento disciplinare, mentre altre forme di militanza politica trovano spazio senza attriti, il problema non può essere ridotto a una questione tecnica. Diventa inevitabilmente una questione di selezione, di priorità, di legittimità.
L’episodio di Milano e lo scontro pubblico sulle Foibe
A vent’anni dalla sua istituzione, il Giorno del Ricordo continua a essere una ricorrenza formalmente riconosciuta ma sostanzialmente fragile. Accettata finché resta confinata nella dimensione istituzionale, problematica quando viene assunta come terreno di iniziativa reale, soprattutto dentro contesti – come quello scolastico – in cui la memoria si intreccia con la formazione e con la costruzione dell’identità. È in quel passaggio che emergono resistenze, che si attivano meccanismi di contenimento, che il richiamo alle regole diventa strumento di congelamento del conflitto. Il caso del Severi-Correnti mostra esattamente questo: non tanto una censura esplicita, ma una forma più sottile e al tempo stesso più efficace di intervento, in cui la norma viene utilizzata per delimitare ciò che può essere detto, come può essere detto e soprattutto chi può dirlo. È il segno di una tensione che non riguarda soltanto una scuola, ma l’intero spazio pubblico della memoria. Perché quando una commemorazione prevista per legge produce una sanzione disciplinare, anche se formalmente per ragioni diverse, il messaggio che passa è chiaro: non tutto ciò che è legittimo è davvero accettato allo stesso modo. E questa, oggi, è una delle linee più nette del conflitto culturale nel nostro Paese.
Sergio Filacchioni