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Il negazionismo con la bandiera rossa: se il Ricordo diventa una punizione meritata

by Tony Fabrizio
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Roma, 11 feb – È trascorso un altro 10 febbraio. Un altro “Giorno del Ricordo” da dimenticare. Un altro 10 febbraio che per certa sinistra radicale e per il variopinto mondo dell’antifascismo da tastiera è diventato l’ennesima occasione per esercitare l’unico sport in cui eccellono: la ginnastica mentale del giustificazionismo. Mentre l’Italia intera onora i martiri delle foibe e l’esodo di trecentocinquantamila istriani, fiumani e dalmati, assistiamo a uno spettacolo degradante che oscilla tra il silenzio complice e la provocazione pura.

Il moralismo della doppia morale

Il caso del sindaco di Genova Salis a Genova è l’emblema di questa deriva. Il primo cittadino, come riporta Genova 24, in occasione della sua partecipazione alla Giornata del Ricordo presso il Cimitero monumentale di Staglieno ha dichiarato: “Le istituzioni usino i social responsabilmente”. Il riferimento è al post condiviso sui social in mattinata dal profilo ufficiale della Regione Liguria che condanna a non commettere “mai più oltraggi al ricordo” proprio sotto la foto che ritrae la targa commemorativa di Norma Corsetto. Distrutta. Più volte distrutta. E sempre a opera dei soliti nipoti scemi dei titini che aprono la bocca solo per blaterare di Bella ciao che è stata inventata qualche lustro più tardi da quel 25 aprile della discordia.

Con la solita spocchiosa e modaiola supponenza morale, la Salis pretende di dare lezioni sull’uso della comunicazione istituzionale. Omettendo, però, di dire chi siano stati gli autori dell’oltraggio alla lapide dedicata ai martiri delle foibe. E guardandosi bene, con connivenza, di condannare i – vicini, perlomeno ideologicamente – responsabili di questo capolavoro, dando egli stessa prova delle sue capacità di ipocrisia istituzionale, politica e ideologica.

È la retorica del vittimismo selettivo. Si punta il dito contro il marmo scheggiato solo per ribaltare la narrazione, trasformando i carnefici in resistenti e le vittime in “fascisti meritevoli di quella fine”. Una tecnica comunicativa degna del peggior Ministero della Verità orwelliano.

Il Giorno del Ricordo e l’equazione del falso

Il ritornello è sempre lo stesso. Stonato e antistorico: le foibe sono state una reazione all’occupazione fascista. Secondo questa fumante logica da centro sociale, l’eccidio di migliaia di persone — inclusi preti, omosessuali, donne, bambini e antifascisti italiani che non volevano piegarsi alla dittatura comunista di Tito — sarebbe una sorta di “incidente di percorso”. O, peggio, una legittima difesa. Quasi colpa loro: se non ci fosse stato il fascismo, non ci sarebbero state le foibe. Quindi, non ci sarebbe stato nemmeno chi con la bandiera titina sulle spalle se la prende con le targhe stradali.

La realtà dei fatti, come sempre, è un’altra. Ed è altro da ciò che i discendenti dei rubagalline nascosti sulle montagne vanno diffondendo: la pulizia etnica messa in atto dalle milizie comuniste titine non colpiva il fascismo, ma l’italianità.

Il caso Brezaz e Vlacich

A smentire i soliti fancazzisti a strascico sono proprio le storie di famiglia come quella dei Brezaz e Vlacich, per esempio.
Cognomi come Brezaz e Vlacich raccontano un’identità di terra di confine, di cultura mitteleuropea, dove il corredo identitario era un mosaico complesso, non una macchietta ideologica. Cambiare tre cittadinanze senza mai traslocare è il dramma di chi è stato vittima della Storia con la “S” maiuscola, schiacciato tra imperi che crollavano e regimi che sorgevano.

Dire a chi ha radici a Pola, a Fiume che le foibe sono state “colpa dei fascisti” è un insulto all’intelligenza. Di dignità. Di orgoglio. È ignorare che per Tito, chiunque parlasse italiano o si sentisse legato a quella terra per motivi diversi dal dogma marxista, era un nemico da eliminare o da cacciare.

L’antifascismo odia la verità

Oggi l’antifascismo di facciata si è ridotto a una moda identitaria. Preferiscono i santini di regime alla complessità della storia. Non accettano che il comunismo possa aver commesso crimini atroci. E, nel dubbio, preferiscono rompere una lapide o andare ai cortei pro-Pal (a modo loro) come involtini arrotolati nella bandiera jugoslava. O con il basco con la stella rossa in fronte pur di non guardare dentro l’abisso delle cavità carsiche, vero luogo della memoria.

Finché si tenterà di liquidare la memoria delle foibe come una storiella fascista e non come una tragedia nazionale e umana, il Giorno del Ricordo continuerà a essere profanato da chi della libertà ha capito solo il diritto. Anzi, il dovere dottrinale di calpestare quella degli altri. Non ci saranno scusanti, né si potrà recuperare il tempo perso.

Le infamie sulla giornata del Ricordo vanno fermate adesso. Non bisogna più concedere spazio a questi professionisti della revisione e della riscrittura della storia. Questi esperti delle pezze a colore, di un unico colore e dell’odio per gli tutto ciò che è italiano vanno fermati adesso. È un lascito, un impegno morale verso chi ha lottato e ci ha consegnato una Vittoria perché di queste pagine strappate della storia non si perdesse il Ricordo. Lo si deve a chi nelle foibe è morto da italiano. Ai più “fortunati”, vittime dell’esilio in Patria. All’Istria, a Fiume e alla Dalmazia.

Tony Fabrizio

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