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Non dire niente, il dramma irlandese tra onore e tradimento

by Roberto Johnny Bresso
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Roma, 14 feb – Esiste una serie tv della quale molto difficilmente avrete sentito parlare. Eppure è semplicemente perfetta dal punto di vista narrativo, storico e che spinge a riflettere non solo sulla questione irlandese, ma anche sulla stessa natura umana. Quella serie è Non dire niente (Say Nothing), distribuita in Italia da Disney+ e il cui titolo prende spunto dal verso del poeta irlandese Seamus Heaney “Qualunque cosa dici, non dire niente”.

Il libro d’inchiesta

Alla base abbiamo il libro d’inchiesta Non dire niente: un caso di omicidio e tradimento nell’Irlanda del Nord, scritto da Patrick Radden Keefe. Siamo a Belfast nel 1972 e Jean McConville, vedova e madre di dieci figli, viene rapita da alcuni membri dell’IRA con l’accusa di tradimento. Verrà uccisa e il suo corpo casualmente ritrovato solamente nel 2003. Nessuno verrà mai accusato del suo omicidio.

Partendo dal testo, nel 2024 Joshua Zetumer idea una mini serie in nove episodi (che scorrono via che è una meraviglia) che prende lo spunto dal rapimento della donna. Ma da lì, muovendosi avanti e indietro nel tempo, copre quarant’anni della cosiddetta “questione irlandese”. Tra lutti, omicidi, tradimenti, bugie e misteri, si concentra principalmente sulla vicenda umana e politica delle sorelle Dolours e Marian Price. Nate e cresciute in una famiglia militante dell’Esercito Repubblicano Irlandese, inizialmente intraprendono la via del pacifismo. Salvo poi radicalizzarsi rapidamente, diventando le prime donne a compiere operazioni militari per l’IRA, ad attaccare con autobombe il cuore di Londra e ad essere le prime ad effettuare lo sciopero della fame in carcere.

Non dire niente: Dolours e Marian

Dolours, scontati otto anni di detenzione, abbandonerà la lotta armata. Non perché avesse smesso di condividerne i valori, ma perché disillusa da un conflitto che aveva finito per mettere contro in maniera sanguinaria gli stessi fratelli. Sarà sposata per qualche anno con l’attore Stephen Rea, la sua figura ispirerà quella di una delle protagoniste del film La moglie del soldato di Neil Jordan, per poi cadere in una depressione alimentata dall’alcol, che la porterà alla morte nel 2013. Marian, invece, non abbandonerà mai del tutto la militanza armata, finendo ancora in internamento.

La serie, che viene distribuita in Italia in lingua originale con i sottotitoli (scelta decisamente coraggiosa, ma del tutto adeguata, in quanto i diversi accenti sono parte fondamentale della narrazione), ha il pregio di intersecare diverse vicende. Tutto però si ricollega nell’ultimo episodio, quando tutti i nodi (o quasi) vengono al pettine, dosando la perfetta quantità di suspense.

Una ferita aperta

Inoltre, pur essendo portata aventi seguendo il punto di vista e d’esperienza di Dolours, non vuole difendere una tesi o prendere le parti di una delle numerose fazioni in campo. Chi scrive è stato diverse volte in Ulster e ha potuto conoscere le due comunità.

Nonostante tutto, non si può che averne un’idea parziale. Ma, la cosa che più rende bene l’idea del caos di quella regione, è che gli stessi protagonisti finiscono per averne una visione comunque limitata. Non si fanno sconti a nessuno. Repubblicani, lealisti, Chiesa cattolica, pacifisti, governo ed esercito britannico, politici, semplici cittadini… tutti, chi più chi meno e più o meno consapevolmente, hanno contribuito a creare il disastro perfetto. A spalancare una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai.

Non dire niente, l’eterno dilemma

Certo, esiste una figura che più di tutte viene attaccata in questa produzione. È quella del leader storico dello Sinn Féin Gerry Adams, capo del Consiglio di guerra di Belfast per tutti gli anni ’70. Adams, però, dagli anni ’80 e una volta divenuto figura di spicco nelle trattative di pace, negherà sempre, contro ogni evenienza di aver mai partecipato alla lotta armata. Ciò comporterà l’essere divenuto il nemico pubblico numero uno di numerosi ex amici, sentitisi traditi. Come da metafora usata da uno dei personaggi, “è come se avessimo spinto una barca in secca spingendola in mare e noi fossimo poi rimasti a terra, vedendo l’imbarcazione prendere il largo”.

Un altro dei pregi della serie, che ovviamente vi consigliamo di recuperare, è quello di far riflettere al di là della specifica questione. È l’eterno dilemma per cosa valga la pena combattere. Su che valore abbia la lealtà se spinge a compiere atti nefandi. Su amicizia e famiglia, su cosa resti di te dopo una vita in guerra.

Roberto Johnny Bresso

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