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Lione, Quentin e quella soglia superata: l’antifascismo uccide

by Sergio Filacchioni
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Roma, 14 feb – Una conferenza della parlamentare di sinistra Rima Hassan, tenutasi il 12 febbraio all’Institut d’Études Politiques di Lione si è trasformata, in un gravissimo fatto di sangue. Nei dintorni dell’evento, infatti, si è verificata un’aggressione che ha come vittima Quentin, 23 anni, intervenuto – secondo le ricostruzioni – per difendere alcune attiviste del collettivo identitario Nemesis presenti sul posto per un flash mob di protesta.

A Lione torna a scorrere il sangue

Stando a quanto denunciato dagli stessi militanti, un gruppo di circa trenta antifascisti, riconducibili al gruppo della Jeune Garde, ha circondato e colpito più persone. Quentin sarebbe stato raggiunto da pugni e calci, anche una volta a terra, riportando gravissimi traumi cranici. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard-Herriot, è stato ricoverato in condizioni critiche. Nelle ore successive le sue condizioni si sono aggravate fino al decesso, secondo quanto riferito dalle stesse fonti vicine al collettivo. Le autorità francesi hanno aperto un’inchiesta per omicidio volontario e stanno analizzando i filmati di sorveglianza e le testimonianze per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e identificare eventuali responsabili. Tra i nomi indicati dal riconoscimento delle attiviste di Nemesis vi è quello di Jacques-Élie Favrot. La sua presenza nel gruppo responsabile del brutale omicidio è indicativo di come la sinistra stia strutturando il conflitto politico: Favrot è collaboratore del deputato de La France Insoumise Raphaël Arnault.

Uno contro tanti

Con l’assassinio di Quentin, la Francia e l’Europa si trovano davanti a un fatto che non si registrava da anni: un giovane militante ucciso in un’aggressione dell’estrema sinistra organizzata e politicamente coperta. Un fatto che in Italia non può lasciarci indifferenti: da Sergio Ramelli a Paolo Di Nella, le aggressioni antifasciste hanno segnato una stagione sanguinosa della nostra recente storia nazionale. E no, il discorso sugli “opposti estremismi” non regge. Quentin, Sergio e Paolo sono stati aggrediti in tanti contro uno: chi mentre tornava a casa, chi mentre attaccava manifesti, chi perché si è fatto avanti. Militanti politici che non hanno imbracciato un’arma o un bastone, ma il coraggio per cambiare le sorti della propria nazione. Quentin era un patriota, un cattolico devoto, un ragazzo sportivo e amante della lettura. Secondo quanto riferito dai presenti, non avrebbe esitato a proporsi per proteggere le giovani attiviste del collettivo nel momento di maggiore tensione. È questo elemento, più ancora della dinamica violenta, a colpire chi lo conosceva: l’idea di una responsabilità assunta in prima persona, senza calcolo.

L’antifascismo alla prova dei fatti

Per anni una certa area politica ha rivendicato l’“antifascismo militante” come categoria legittima, distinta dalla violenza. Eppure, quando l’antifascismo si struttura come presenza organizzata di piazza, pronta allo scontro fisico, il confine tra politica moderata e violenta scompare. Se la Francia ha conosciuto negli ultimi anni scioglimenti, polemiche e procedimenti legati soprattutto a gruppi identitari e nazionalisti, è evidente che la tollerabilità di certa sinistra ha alimentato la sua aurea d’impunita. In fin dei conti, quando partiti strutturati candidano, proteggono o legittimano figure provenienti dall’attivismo radicale, il messaggio che passa è chiaro: quella militanza è parte integrante del campo politico istituzionale. Il caso di Ilaria Salis in Italia – divenuta simbolo prima ancora che si concludesse il suo iter giudiziario – è emblematico di questa dinamica: lo sciacallaggio trasformato in rappresentanza dai partiti che si vorrebbero moderati, “verdi” o di centrosinistra.

Da Lione il clima cambia per tutti

Se per anni si è ripetuto che “uccidere un Fascista non è reato”, che l’avversario politico non è un concorrente ma una minaccia ontologica, il salto dalla delegittimazione morale all’aggressione fisica non è un’aberrazione imprevedibile: è una deriva logica. E il problema non riguarda solo la Francia. In Italia, nel 2025, a Padova, un militante di CasaPound finì in ospedale dopo un’aggressione antifascista organizzata per colpire duramente. Ci ricorderemo Quentin, ma non come una vittima. Ci ricorderemo il coraggio e la determinazione con i quali “uno” è migliore di “tanti”. Ci ricorderemo questo giorno come il punto in cui una stagione di radicalizzazione trova la sua piena realizzazione. Perchè da qui in avanti, nessuno potrà più fingere che si tratti di semplice conflittualità politica. È stata nuovamente superata una soglia. E quando una soglia viene superata, il clima cambia per tutti.

Sergio Filacchioni

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