Roma, 11 feb – È appena passato il 10 febbraio. Il Giorno del Ricordo dal 2004 celebra la memoria dei Martiri delle foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata. E come ogni anno, l’antifascismo – tanto quello militante quanto quello degli “storici imparziali” – cerca di sputare il proprio fango sulla memoria dei nostri compatrioti di Istria e Dalmazia. Massacrati o costretti ad abbandonare le terre in cui erano nati e che i loro antenati avevano abitato per secoli.
Lo storico fai-da-te
Tra i tentativi di “ricostruire in maniera imparziale le vicende del confine orientale” poteva forse mancare il nostro “storico fai-da-te” preferito? Ovviamente no. Dopo il delirante video iconoclasta in cui andava a fare le pulci ai monumenti a lui sgraditi Saverio Tommasi è tornato alla carica con una “spiegazione” dell’origine dei massacri delle foibe. Cerca di mettere le mani avanti fin da subito sostenendo che a lui interessa solo “ricostruire, non giustificare”. E che bisogna “capire e raccontare tutta la storia”. Giustissimo, peccato che tali premesse sono tradite subito dopo, appena inizia la “ricostruzione storica”.
Il video di Fanpage fa infatti risalire l’inizio della vicenda ai primi del Novecento. Liquidando quanto avvenuto prima come “scontri e tensioni” e sostenendo che in quelle terre “gli italiani ci abitavano, ma erano una minoranza”. E già questa è una grave omissione, alla faccia della “ricostruzione imparziale”. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, si è assistito a quello che può tranquillamente essere definito il “Primo Esodo”.
L’unità d’Italia
Dopo il Risorgimento, gli italiani d’Istria e Dalmazia guardavano con entusiasmo alla recente unità d’Italia, sperando in una rapida unificazione con la madrepatria. E gli Asburgo, tra una popolazione italiana anelante il ricongiungimento col neonato Regno d’Italia – e quindi potenzialmente ribelle – e una popolazione slava fedele alla corona d’Austria, preferivano nettamente la seconda. Avviando così una politica di sradicamento della popolazione italiana in Istria e in Dalmazia (ma anche in Alto Adige).
È in questo contesto che si inserisce il verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866 (presieduto dall’imperatore Francesco Giuseppe), che recita: “Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri, come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua Maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito”.
Lo sradicamento degli italiani
Insomma, un preciso mandato agli slavi per operare lo sradicamento degli italiani da quelle terre. Le modalità di tale sradicamento possono essere facilmente immaginate: intimidazioni, furti, stupri e omicidi (di fronte ai quali la polizia austriaca chiudeva volentieri uno o entrambi gli occhi) a danno della popolazione italiana ed emigrazione forzata verso l’Italia. A titolo di confronto, l’esempio della Dalmazia è emblematico di questa operazione di pulizia etnica ante-litteram. In epoca napoleonica la popolazione dalmata di lingua italiana ammontava a quasi centomila persone, mentre un secolo dopo – alle soglie della Grande Guerra – era scesa a poco più di diecimila.
Quindi sì, caro Saverio: gli italiani a inizio Novecento erano una minoranza in Dalmazia (discorso diverso sarebbe da fare per l’Istria), ma ti sei guardato bene dal raccontare il perché.
Il “Fascismo di confine”
Ma le vette più alte vengono raggiunte quando Tommasu inizia a parlare del cosiddetto “Fascismo di confine” e della Seconda guerra mondiale. Anzitutto, il video dimentica completamente che – prima ancora dell’ascesa del Fascismo – il rapporto tra popolazione italiana e slava era di scontro. Non di repressione della prima sulla seconda. Un esempio emblematico di questo clima? Il famoso incendio del Narodni Dom di Trieste nel 1920 (sbandierato da sempre come simbolo della “repressione anti-slava”): non avvenne per caso e non venne fuori dal nulla. Il giorno prima della sommossa che sfociò nell’incendio, erano stati infatti uccisi a Spalato due soldati della Regia Marina Italiana per mano degli jugoslavi e il giorno dell’incendio dallo stesso Narodni Dom era stata scagliata una bomba a mano che ferì nove persone, delle quali una morì la settimana dopo in ospedale (un tenente d’artiglieria in licenza a Trieste).
Come sopra: è vero che nel primo dopoguerra quelle terre sono state contrassegnate dalla violenza. Ma il video seleziona accuratamente quale violenza raccontare e quale tacere.
Foibe: la Seconda guerra mondiale
E arriviamo alla Seconda guerra mondiale. Qui ovviamente Tommasi si scatena, parlando della “repressione cieca” del generale Mario Roatta, comandante delle truppe italiane in quelle aree. Ma vengono completamente rimossi due elementi. Il primo è che si trattava di azioni di controguerriglia e di operazioni di contrasto all’attività dei partigiani (una pratica comune a tutti gli eserciti belligeranti dell’epoca, come notano anche storici di area progressista quali Rochat e Oliva), non di pulizia etnica nei confronti degli slavi. Il secondo è che – come testimoniano fonti sia slave che italo-tedesche – le truppe di Roatta spesso difesero la popolazione civile slava nei territori occupati dalla ferocia dei partigiani e anche dal sentimento di rivalsa degli Ustascia croati (alleati dell’Italia) verso i serbi e gli sloveni.
Insomma, la repressione italiana avvenne in un contesto di controguerriglia. E non ci fu mai una volontà deliberata di sterminio nei confronti degli slavi. Volontà che invece nelle intenzioni e nelle azioni dei partigiani titini e dell’OZNA è ampiamente riscontrabile. Non si può equiparare la repressione militare durante una guerra ad una volontà deliberata di sradicare un popolo da una determinata area geografica. Il distinguo non è nel conteggio dei morti, ma nelle intenzioni che stanno dietro alle azioni delle due parti. Ma ovviamente di tutto questo nel video di Fanpage non c’è traccia.
Le contraddizioni di Saverio Tommasi
Inoltre, Tommasi non si rende conto che, parlando di “vendetta” in riferimento ai massacri delle foibe, smentisce da solo la sua premessa di “non voler giustificare”: se dici che “qualcuno si sta vendicando” stai dando – anche se implicitamente – una giustificazione alle sue azioni. Insomma, come ogni anno l’antifascismo non perde occasione per dare il peggio di sé, sputando sul ricordo di chi diede la vita pur di restare italiano.
Ma c’è qualcosa che prova più di qualsiasi fonte storica l’evidente malafede di video come quello di Fanpage. Una verità storica solida (come quella che questi soggetti pretendono di avere) che poggia su fonti precise non dovrebbe aver paura di una giornata come il 10 Febbraio. L’isteria di chi – in maniera diretta o, come in questo caso, sotto le mentite spoglie della “ricostruzione imparziale” – si scaglia contro il Giorno del Ricordo rappresenta un’ammissione implicita: la memoria della Tragedia delle foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata rischia di incrinare il muro di silenzio che l’antifascismo ha costruito in ottant’anni di egemonia incontrastata.
E ridurre tutto a “complessità di confine” è una comoda scappatoia dell’antifascismo per ridimensionare il dramma delle vittime ed assolvere i carnefici.
Enrico Colonna