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Petrolio russo, il doppio gioco americano che umilia l’Europa

by Tony Fabrizio
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Washington

Roma, 16 mar – A che punto è l’esercito imperiale russo nell’invasione dell’Ucraina? È arrivato ai distributori di carburante italiani. E quelle che oggi sono lamentele contro il caro-carburanti – mediamente quaranta euro in più a pieno – in realtà, solo ieri erano lodi e giubili che alcuni nostri connazionali indirizzavano allo zar, allo zio Vlad, all’ultimo baluardo della tradizione. In buona sostanza, al loro nuovo padrone. Mentre il fumo delle battaglie in Ucraina inizia a diradarsi, rivelando i limiti e il logoramento di un conflitto che dura ormai da anni, assistiamo all’ennesimo paradosso geopolitico: le aperture al petrolio di Mosca. Ma non facciamoci ingannare dalla retorica del risparmio in bolletta. Questa non è diplomazia: è l’ennesima dimostrazione di come le logiche del mercato energetico e della stabilità globale prevalgano persino sulla rigidità delle sanzioni.

Il gioco sporco da Washington al Cremlino

Il punto da cui partire è semplice. Nei giorni scorsi l’amministrazione americana ha concesso una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio russo, permettendo la vendita e il pagamento di alcune partite di greggio già caricate o bloccate nei circuiti commerciali internazionali. La misura arriva mentre le tensioni in Medio Oriente e i timori per il traffico energetico nello stretto di Hormuz fanno tremare il mercato del petrolio. Tradotto: quando il prezzo del barile rischia di salire troppo, anche il petrolio del nemico torna improvvisamente accettabile. E la linea dura contro Mosca si rivela, ancora una volta, stranamente elastica. Per decenni ci hanno raccontato la favola della contrapposizione binaria, del mondo diviso in blocchi inconciliabili. Ma la realtà che emerge dal fumo delle trincee in Ucraina e dalle speculazioni sul barile è ben diversa: più che una guerra ideologica assoluta, siamo davanti a un sistema di equilibri e convenienze che si adattano alle circostanze. Non è una nuova Yalta formale, ma la logica è la stessa: le grandi potenze si scontrano in pubblico mentre gestiscono gli equilibri reali del sistema internazionale. Washington e Mosca si affrontano, certo, ma allo stesso tempo restano parte dello stesso grande gioco strategico globale. E in questo gioco l’Europa continua troppo spesso a restare spettatrice.

L’ossigeno americano al polmone russo

La Russia di Putin si è rivelata molto meno invincibile di quanto raccontasse la sua propaganda: la guerra ha esposto limiti strutturali, dalla logistica militare alla dipendenza cronica dalle rendite energetiche. Eppure Mosca non è crollata. Non perché sia una potenza economica irresistibile, ma perché nel sistema energetico globale continua a occupare una posizione che nessuno può ignorare del tutto. Persino gli Stati Uniti, che hanno promosso il regime sanzionatorio più duro della storia recente, hanno dovuto prevedere deroghe temporanee su alcune materie prime strategiche, dall’uranio ai prodotti energetici, proprio per evitare scosse troppo violente ai mercati. È il paradosso della geopolitica contemporanea: la Russia resta abbastanza rilevante da non poter essere semplicemente cancellata. E questa realtà consente al Cremlino di continuare a respirare, anche mentre il conflitto ne erode risorse e prospettive. D’altra parte la dinamica non è nuova. Ricordiamo tutti come, con l’invasione dell’Ucraina, Mosca abbia di fatto praticato un massaggio cardiaco a un carrozzone vecchio e in crisi come la Nato, restituendole improvvisamente funzione e centralità. Oggi assistiamo, in forma diversa, al ricambio dei favori: quando la stabilità energetica globale vacilla, anche la rigidità delle sanzioni può diventare negoziabile.

Il fronte interno: i nuovi partigiani

Mentre il costo dell’energia continua a pesare su imprese e famiglie europee, assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rossobruni e dei filorussi nostrani. Personaggi spesso cresciuti all’ombra di apparati atlantici che oggi stendono tappeti rossi a Mosca, spacciandola per un’alternativa al globalismo. È un inganno tragico: servire Mosca per fare un dispetto a Washington significa solo scegliere il colore delle proprie catene. Entrambi restano poli di potere che perseguono interessi propri. E se l’Europa continua a oscillare tra l’uno e l’altro senza una strategia autonoma, il risultato non può che essere la subordinazione. Ottant’anni fa, tra le macerie di una Nazione sconfitta, nasceva la figura dello sciuscià: il ragazzino che lucidava gli stivali dell’occupante per qualche spiccio, un tozzo di pane o un pacchetto di sigarette. Era il simbolo della sopravvivenza nell’umiliazione. Oggi quell’immagine non è svanita, si è solo trasformata. Lo sciuscià moderno indossa l’abito buono – che è pur sempre una livrea – e continua a svendere la dignità nazionale per un barile di petrolio o per il favore del potente di turno, sia esso americano o russo. Dopo ottant’anni, questa stagione dovrebbe finire. Non possiamo continuare a essere la periferia energetica e politica di imperi che ci usano come mercato e come scudo.

La terza via oltre Washington e Mosca

La soluzione non sta nel cambiare fornitore, passando dalla dipendenza russa a quella americana o viceversa. La soluzione è spezzare lo schiavismo energetico con una strategia nazionale ed europea che rimetta al centro la sovranità delle risorse. Significa sfruttare i giacimenti nazionali, diversificare davvero le fonti, investire senza complessi nel nucleare di nuova generazione e integrare le rinnovabili dentro una strategia industriale guidata dallo Stato, non lasciata alle oscillazioni dei mercati finanziari. Significa anche tornare a guardare al Mediterraneo non come a un problema ma come a uno spazio strategico, costruendo rapporti solidi con le nazioni della sponda sud e con i partner energetici naturali della nostra area. L’Italia non può più permettersi di lucidare gli stivali di chi lavora al nostro declino. È tempo di smettere di elemosinare tozzi di pane, gomme da masticare e sigarette e iniziare a produrre il nostro futuro. La guerra energetica è anche contro di noi. E l’indipendenza, come sempre, non si riceve in dono: si costruisce o si perde.

Tony Fabrizio

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