Roma, 20 feb – Ogni anno, il 7 gennaio, in via Acca Larenzia a Roma, un gruppo di persone si raduna davanti alla vecchia sede del Msi del quartiere Appio Latino. Qualcuno grida per tre volte “Per tutti i Camerati Caduti“, gli altri rispondono “Presente“. Si alza il braccio destro, si sciolgono le righe, poi si va a casa.
Una sequenza diversa
È così dal 1979. Per quarantotto anni un dolore che non si è consumato col tempo ma si è invece sedimentato. Non è la prima volta che il saluto romano in una commemorazione finisce davanti a un giudice: negli anni passati, procedimenti analoghi erano stati aperti in relazione alla commemorazione per Sergio Ramelli e per altri caduti di quella tragica stagione, con esiti alterni e una giurisprudenza non sempre coerente. Tuttavia, dal 2024 e per i due anni successivi la Procura di Roma, coordinata da Francesco Lo Voi, ha inaugurato una sequenza diversa e più sistematica, iscrivendo 29 persone nel registro degli indagati per violazione della Legge Scelba e della Legge Mancino, contestando loro di aver compiuto, in quella cerimonia, un gesto “pericoloso per l’ordine democratico”.
Ha istruito i fascicoli, svolto le indagini, e, per il procedimento nato nel 2024, il caso è arrivato davanti Giudice dell’Udienza Preliminare del Tribunale di Roma, che qualche ora fa ha dichiarato il non luogo a procedere per tutti e 29 gli indagati, motivando la decisione con l’assenza di una “ragionevole previsione di condanna”. Fine. Sipario. Spese processuali a carico dello Stato, vale a dire a carico di tutti noi.
Acca Larenzia: un passo indietro
L’articolo potrebbe fermarsi qui, ma per dovere di verità vale la pena fare un passo indietro e capire di cosa stiamo parlando, nel concreto. Sulla rilevanza penale del saluto romano si è consumato per anni un conflitto interpretativo di proporzioni notevoli all’interno della stessa magistratura italiana. Alcuni tribunali condannavano chi compiva quel gesto, altri – giudicando fatti sostanzialmente identici – assolvevano. La giurisprudenza si presentava così come una zona grigia in cui né gli imputati, né i loro avvocati, né gli stessi pubblici ministeri riuscivano a orientarsi con certezza. Una situazione insostenibile oltre che profondamente ingiusta. Perché in un ordinamento giuridico che si rispetti la risposta penale non può dipendere dalla latitudine o dall’emotività del tribunale competente.
Per dirimere la questione controversa, è dovuta intervenire la Corte di Cassazione nella sua formazione più importante e più autorevole: le Sezioni Unite. Vale a dire l’assemblea composta da tutti magistrati di tutte le sezioni penali, convocata quando una questione giuridica è così controversa da richiedere una risposta definitiva e vincolante per tutta la giurisdizione.
La sentenza n. 16153
Con la sentenza n. 16153, deliberata il 18 gennaio 2024, le Sezioni Unite hanno formulato un principio di diritto che vale la pena leggere così com’è scritto, perché è sufficientemente chiaro anche senza necessariamente ricorrere agli strumenti informatici:
“La condotta, tenuta nel corso di una pubblica riunione, consistente nella risposta alla ‘chiamata del presente’ e nel cosiddetto ‘saluto romano’ integra il delitto previsto dall’art. 5 legge 20 giugno 1952, n. 645, ove, avuto riguardo alle circostanze del caso, sia idonea ad attingere il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista.”
“Ove sia idonea ad attingere il concreto pericolo”. Non il pericolo teorico, non quello evocato dall’atmosfera della scena o dall’indignazione del commentatore televisivo. Ma il pericolo concreto, quello che si misura guardando la modalità del gesto, la funzione obiettiva, la probabilità reale che da quella cerimonia derivi qualcosa di lesivo per l’ordinamento giuridico. Una commemorazione che si ripete allo stesso modo da quasi mezzo secolo, in forma rituale e raccolta, davanti alla vecchia sede del Msi, con modalità note e conosciute da tutti, non integra quel pericolo.
È quindi doveroso chiedersi – e chiederlo in modo diretto, senza giri di parole – se, anche dopo la perentoria pronuncia delle Sezioni Unite, il sistema nel suo insieme stia usando correttamente le risorse che i cittadini gli affidano. Risorse che non sono infinite, che ogni giorno vengono distribuite tra migliaia di procedimenti ben più gravi, e che attendono da anni una risposta che non arriva. Sarebbe interessante, a questo punto, sapere quante di quelle risorse siano state destinate a un’indagine il cui esito era già scritto nel massimo organo della giurisdizione penale italiana.
Denaro pubblico per un esito già scritto
Noi una risposta, ovviamente, la abbiamo. Ogni fascicolo aperto, ogni udienza celebrata, ogni notifica inviata ha un costo in ore di lavoro di pubblici ministeri, giudici, cancellieri, ufficiali giudiziari, polizia giudiziaria, tutto pagato con denaro pubblico, in un sistema che ha arretrati giudiziari misurabili in anni e cause civili che si trascinano per lustri senza che nessuno trovi scandaloso il ritardo. In questo contesto, destinare risorse a un procedimento il cui esito era già scritto nella giurisprudenza di legittimità, e scritto non da una sezione qualunque bensì dal massimo organo giudicante di legittimità, è una scelta che merita quantomeno di essere messa in discussione.
Ci saranno verosimilmente altri procedimenti in futuro. Ma forse, ora più che mai, qualcuno dovrebbe spiegare ai contribuenti italiani dove sono finiti i loro soldi. E qualcun altro dovrebbe spiegare a familiari ancora in vita delle vittime di Acca Larenzia – che di giustizia vera non ne hanno mai avuta – perché si è ritenuto urgente processare chi li ricorda, invece di trovare chi li ha uccisi.
Noi siamo convinti che malgrado tutto questo, chi il 7 gennaio era in via Acca Larenzia ci tornerà il prossimo anno. Torneranno come sono tornate quest’anno, e l’anno scorso, e quarantasette anni fa. Con i fiori e con il freddo di gennaio, e risponderanno “Presente!”. Perché si tratta prima di tutto di una forma di rispetto verso chi non c’è più che non contempla la rinuncia, e che non si lascia dissuadere da un avviso di garanzia.
Asgar