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Toghe contro lo Stato: il referendum che decide chi comanda davvero in Italia

by La Redazione
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Roma, 13 gen – Il referendum sulla riforma della giustizia entra ufficialmente nella fase calda. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha confermato le date del voto – 22 e 23 marzo 2026 – e ha aperto uno scontro frontale con l’Associazione Nazionale Magistrati, che guida il fronte del “no”. Ma ridurre questa consultazione a un duello tra governo e toghe sarebbe troppo facile: in gioco non c’è una semplice modifica tecnica, bensì la struttura stessa del potere giudiziario in Italia.

Il referendum sulla riforma della giustizia entra nella fase calda

Il calendario è ormai definito. A norma della legge n. 352 del 1970, il governo doveva fissare la data entro il 17 gennaio, dopo che il 18 novembre la Corte di Cassazione aveva ammesso le richieste referendarie. Il Consiglio dei ministri di lunedì renderà ufficiale quanto già annunciato: gli italiani saranno chiamati alle urne a fine marzo per decidere se confermare o bocciare una riforma costituzionale che tocca il cuore del sistema giudiziario. Nel frattempo, i fronti si organizzano. Sul lato del “no” si muovono comitati civici, sindacati, i partiti di centrosinistra e l’ANM, che ha già lanciato una campagna di manifesti accusando la riforma di minare l’indipendenza della magistratura. Sul lato del “sì” rispondono i comitati favorevoli alla separazione delle carriere, giuristi come Domenico Caiazza e Nicolò Zanon, e i partiti di maggioranza. Il nodo politico è chiaro: la riforma non prevede alcuna subordinazione dei giudici al governo, ma modifica in modo profondo il meccanismo di autogoverno delle toghe, cioè il punto in cui potere giudiziario e potere politico entrano storicamente in tensione.

Un conflitto che si concentra sull’architettura interna della magistratura

Non è un caso che il conflitto si concentri sull’architettura interna della magistratura. Il disegno di legge costituzionale separa definitivamente le carriere tra pubblici ministeri e giudici, impedendo i passaggi dall’una all’altra, e divide il Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti: uno per i requirenti e uno per i giudicanti. A questo si aggiunge l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, pensata per sottrarre il giudizio sui magistrati a quella rete di rapporti e appartenenze che negli ultimi decenni ha reso la responsabilità interna un terreno opaco e inefficace. Il punto più sensibile, però, è un altro: la fine del sistema elettivo tradizionale dentro gli organi di autogoverno, sostituito in parte da un meccanismo di sorteggio. È qui che si misura la portata politica della riforma. Le correnti della magistratura – quelle stesse reti di potere emerse in modo clamoroso con il caso Palamara – hanno costruito negli anni un sistema di controllo capillare su carriere, promozioni e procedimenti disciplinari. Spezzare questo circuito non significa indebolire la magistratura in quanto tale, ma colpire una forma di potere interno che si è progressivamente trasformata in una oligarchia togata, capace di influenzare non solo i tribunali ma anche gli equilibri politici del Paese.

Il fronte del “no” farà di tutto per impedire la riforma

Il fronte del “no” annuncia già ricorsi e battaglie legali. I promotori di una raccolta firme parallela sostengono che il governo stia violando una prassi consolidata, fissando la data del referendum prima della scadenza dei tre mesi previsti per ulteriori richieste popolari. La minaccia di portare la questione fino alla Corte costituzionale è sul tavolo. Anche questo fa parte dello scontro: una riforma che interviene sul potere giudiziario non poteva che produrre una risposta giudiziaria. Nel frattempo, la politica si muove. Forza Italia ha già avviato una macchina organizzativa capillare, con decine di eventi in tutte le regioni e un investimento economico che potrebbe superare il mezzo milione di euro, attingendo in larga parte ai fondi del partito. È un dato da tenere presente, perché dice una cosa semplice: il referendum non sarà una consultazione tecnica, ma una vera campagna di potere, combattuta a colpi di mobilitazione, comunicazione e risorse.

Sostenere il Sì al referendum con tutti i mezzi

In questo quadro, la posizione del Primato Nazionale è sempre stata netta. Sostenere il Sì significa aderire a un dato di realtà: la magistratura italiana è oggi attraversata da un deficit di credibilità e di imparzialità che mina la fiducia pubblica. Inchieste a orologeria, intrecci tra procure, politica e affari, una responsabilità disciplinare quasi inesistente hanno prodotto un sistema in cui l’autonomia si è spesso trasformata in autoreferenzialità. Una giustizia che appare – e talvolta è – parte del gioco di potere non è più giustizia in senso pieno. La riforma non è una panacea. Non cancellerà automaticamente le distorsioni, né garantirà per magia tribunali più rapidi o più equi. Ma tocca un nervo reale: rompe il circuito chiuso delle correnti, separa ruoli che non dovrebbero mai confondersi e introduce un controllo più trasparente su chi esercita un potere enorme sulla vita dei cittadini. Questo, in un Paese che si definisce uno Stato di diritto, è un passo che vale la pena compiere.

Una scelta sulla forma dello Stato

Per questo il referendum di marzo non va letto come un plebiscito su Meloni o un semplice regolamento di conti ideologico. Finalmente gli italiani potranno dare un segnale decisivo: sarà una scelta sulla forma dello Stato e una decisione su chi lo comanda davvero. Tra un sistema che difende se stesso in nome dell’indipendenza e uno che prova, con tutti i suoi limiti, a riportare la giustizia dentro un perimetro di responsabilità pubblica. E su questo, al netto di ogni propaganda, è giusto pronunciarsi senza ambiguità.

Vincenzo Monti

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