Roma, 19 lug – Il 19 luglio 1943 Roma fu bombardata dagli americani. 591 bombardieri, con scorta di caccia, scaricarono sulla Capitale 1.060 tonnellate di bombe. Oltre 3.000 morti accertati, 11.000 feriti e quasi 40.000 sfollati. Un’intera città messa in ginocchio in poche ore. Si parla sempre del “bombardamento di San Lorenzo”, ma questa è una comodità lessicale per minimizzarne la portata.
Roma bombardata dagli americani
Infatti furono colpiti anche il quartiere Casilino, Tuscolano, Labicano, Prenestino, Tiburtino, Nomentano. Quartieri popolosi, pieni di case, scuole, chiese e ospedali. Tra le immagini più dure di quella giornata c’è senz’altro la scuola elementare Sant’Ippolito, ridotta a un cumulo di macerie. I bambini sotto ai banchi non trovarono riparo. Fu la macabra anticipazione della strage della scuola di Gorla, che avverrà a Milano nel 1944, sempre per mano dei bombardieri alleati. L’attacco fu ordinato dal generale americano James Doolittle, lo stesso che aveva guidato il raid su Tokyo nel 1942. Qui però non si trattava di colpire fabbriche d’armi o depositi militari. Roma era ancora piena di opere d’arte, chiese, monumenti. Ma soprattutto era piena di civili. Era una città popolata, non una piazzaforte. La scusa ufficiale fu “colpire gli scali ferroviari”. Nella realtà fu un’incursione diurna e le bombe caddero ovunque: sulle case, sui mercati, sugli ospedali, sulle scuole. Non fu un errore. Fu un messaggio chiaro: “Noi comandiamo ormai in Italia e possiamo colpire quando e dove vogliamo”. Si dirà che la guerra è guerra. Ma qui non si trattò di uno scontro tra eserciti: fu un bombardamento terroristico contro una capitale europea. Non era mai successo, fino ad allora, che Roma venisse colpita in questo modo.
Serotini, il pilota che sfidò le fortezze volanti
In cielo, quel giorno, si alzò anche un giovane pilota romano, il sottotenente Bruno Serotini. Aveva 28 anni. Era partito da Ciampino con un Reggiane Re.2001 per cercare di intercettare la formazione americana. Era un’azione disperata. I B-17 e i B-24 volavano alti, coperti da una scorta di caccia P-38. Era quasi impossibile contrastarli con i mezzi a disposizione. Eppure Serotini riuscì ad abbattere un quadrimotore. Poi venne colpito in pieno. Ferito, con l’aereo danneggiato, prese la decisione estrema: si lanciò volontariamente contro un altro bombardiere, distruggendolo insieme a sé nei pressi di Santa Palomba. Lo trovarono qualche ora dopo in un vigneto a Marino, fuori dalla carlinga, con il paracadute forato dai proiettili e mai aperto. Era morto da eroe. La Medaglia d’Oro al Valor Militare gli fu conferita alla memoria: «Con lo slancio degli eroi affrontava sicura morte attaccando da solo numerosissime formazioni di bombardieri nemici. Colpito un quadrimotore, mentre dirigeva il fuoco su altro apparecchio veniva crivellato dai colpi innumerevoli delle armi avversarie. Dal cielo arrossato dal fuoco del velivolo in fiamme, la luce vivida del suo eroismo illuminava di gloria il suolo della Patria. Cielo di Roma, 19 luglio 1943».
Roma sotto shock e la caduta di Mussolini
Solo sei giorni dopo, il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo mise in minoranza Mussolini. Il regime si dissolse con una mozione, caso unico nella storia mondiale di una “dittatura” che si auto-rovescia. C’è un nesso tra il bombardamento di Roma e la caduta del governo? Difficile dirlo con certezza. Ma di sicuro il 19 luglio offrì una sponda perfetta a chi voleva chiudere la partita con Mussolini. Il Paese era sotto shock. Il Papa, Pio XII, fu visto tra le macerie di San Lorenzo tra gli sfollati e i feriti con le braccia spalancate, vestito di bianco, con la polvere sulle spalle. La popolazione romana, fino a quel momento relativamente al riparo dai grandi disastri della guerra, capì di colpo cosa voleva dire essere nel mirino. Nella storia ufficiale si parla tanto dell’8 settembre, della “Resistenza” e dei presunti crimini Fascisti. Il bombardamento alleato di Roma resta una pagina scomoda, spesso messa da parte dalla nostra narrazione. Si tace sul fatto che fu un attacco deliberato alla popolazione civile. Si dimentica che la città, in quei giorni, non era un campo di battaglia ma una capitale europea, piena di gente comune, trattata come se fosse un obiettivo strategico. Le bombe del 19 luglio fecero più morti di molte battaglie campali. Eppure, a distanza di 82 anni, sembra quasi che non sia successo. Ma la storia non si può cambiare.
Sergio Filacchioni