Roma, 12 feb – La sentenza del Tribunale di Bari del 12 febbraio 2026 è già diventata, nel giro di poche ore, l’ennesimo pretesto per un attacco politico orchestrato a mezzo stampa. “Condannati per riorganizzazione del partito fascista”, titolano diversi quotidiani nazionali. Ma basta leggere il dispositivo per capire che quella formula, rilanciata in modo uniforme e senza verificare, non corrisponde al contenuto della decisione.
Il dispositivo firmato dal presidente del collegio, dott. Ambrogio Marrone, parla chiaro. Gli imputati vengono dichiarati colpevoli dei reati ascritti ai capi 1 e 2 dell’imputazione, con esclusione dell’aggravante della premeditazione, e viene applicata la pena accessoria prevista dall’articolo 5, ultimo comma, della legge 20 giugno 1952 n. 645, cioè la legge Scelba. Ma è proprio questo il punto decisivo, che qualcuno – per malafede o ignoranza – ha saltato nella fretta di dover pubblicare la notizia per darla in pasto alla politica. L’articolo 5 infatti disciplina le manifestazioni fasciste, non la ricostituzione del disciolto partito fascista.
La sentenza di Bari non parla mai di ricostituzione
Nonostante molti giornali scrivano che si tratta di una sentenza per ricostituzione del partito fascista, nel dispositivo della sentenza è espressamente richiamato l’articolo 5 della legge Scelba, mentre non compare alcun riferimento esplicito all’articolo che prevede la ricostituzione. La qualificazione giuridica definitiva potrà essere verificata solo con il deposito delle motivazioni. La stampa ha per caso accesso ad atti riservati attraverso canali sconosciuti? Non lo sappiamo. In ogni caso se davvero il Tribunale avesse riconosciuto una ricostituzione in senso tecnico, la pena minima sarebbe stata ben diversa, e il riferimento normativo sarebbe stato esplicito. Invece il dispositivo richiama espressamente l’articolo 5 ultimo comma, che contempla la privazione dei diritti politici per cinque anni in caso di manifestazioni. È un dettaglio tecnico che smonta integralmente la narrazione costruita nelle ore successive alla lettura della sentenza. La stessa esclusione della premeditazione, già messa nero su bianco, è incompatibile con l’idea di una riorganizzazione strutturata e pianificata.
L’avvocato: “Cinque imputati assolti su diciassette”
Lo sottolinea con chiarezza l’avvocato Andrea Petito, difensore dei militanti: “La sentenza resa dal Tribunale barese assolve ben cinque imputati su diciassette (un imputato era già stato assolto in precedenza, avendo scelto il giudizio abbreviato). È, dunque, una vittoria di Pirro, quella ottenuta dalla Procura barese. I due capi di imputazione non contemplano ipotesi di ricostituzione: basta dare uno sguardo al decreto che dispone il giudizio e al dispositivo della sentenza. Se fosse stata contestata la ricostituzione, sarebbe stato citato nel relativo capo di imputazione l’art. 2. Gli imputati, presunti innocenti, a mezzo dei propri difensori, proporranno appello, una volta lette le motivazioni. Sono sicuro che in appello emergeranno vividamente l’innocenza delle persone coinvolte e lo stesso contesto ambientale in cui i fatti si svolgevano, essendo, peraltro, già stata esclusa ogni premeditazione”. Eppure, nonostante questo quadro, la macchina politico-mediatica si è messa immediatamente in moto. Esponenti della sinistra, da Eleonora Forenza a Maurizio Acerbo, fino agli immancabili parlamentari del Pd e di Europa Verde, hanno chiesto lo scioglimento del movimento invocando l’articolo 3 della legge Scelba, che prevede lo scioglimento in caso di accertata riorganizzazione. Ma il presupposto giuridico, semplicemente non c’è. Senza una sentenza definitiva che accerti la riorganizzazione ai sensi dell’articolo 1, l’ipotesi di scioglimento resta un sogno bagnato.
La forzatura mediatica di politici e giornali
C’è poi un elemento politico-mediatico che non può essere ignorato. Le letture più perentorie della sentenza arrivano proprio dalle testate che in queste settimane guidano la campagna per il No alla riforma Nordio – la Repubblica e Il Fatto Quotidiano in testa. Non è la prima volta che su questioni legate alla legge Scelba i quotidiani scelgono una chiave interpretativa che anticipa o amplia il dato tecnico. È accaduto anche nel gennaio 2024, quando una sentenza della Cassazione sul cosiddetto “saluto romano” venne inizialmente raccontata da Repubblica enfatizzando un presunto rischio di ricostituzione del Pnf, salvo poi rimaneggiare il pezzo nel corso della giornata. Il quadro si completa con un ulteriore elemento politico. Subito dopo la lettura del dispositivo, Eleonora Forenza, parte civile nel processo, ha collegato la sentenza alla campagna referendaria sulla riforma Meloni-Nordio, sostenendo che gli otto anni trascorsi per arrivare alla decisione rappresenterebbero “una ragione in più per votare no”. Una dichiarazione che inserisce immediatamente la pronuncia giudiziaria dentro uno scontro nazionale sulla giustizia, dal quale – è noto – non è esente nemmeno il dottor Ambrogio Marrone. La sequenza è fin troppo evidente: dispositivo distorto, titoli perentori, appelli allo scioglimento a catena, aggancio diretto alla campagna referendaria.
Bari: di storico solo la stortura mediatica
Ed è qui che occorre ristabilire i confini. Il Tribunale ha pronunciato una sentenza di primo grado, ma le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni. Solo allora sarà possibile leggere nel dettaglio la qualificazione giuridica attribuita ai capi di imputazione e comprendere pienamente l’impianto argomentativo della decisione. Fino a quel momento, parlare di “ricostituzione del partito fascista” come dato acquisito significa anticipare conclusioni che nel dispositivo non risultano esplicitate. Dovrebbe essere superfluo ricordare che la sentenza non è definitiva. Inoltre, gli imputati hanno già annunciato appello. In un sistema “garantista” il giudizio si forma attraverso i gradi successivi e non si cristallizza nella lettura del dispositivo. Anche per questo, trasformare una pronuncia di primo grado in una “sentenza storica“, con immediate implicazioni sul piano dello scioglimento di un movimento politico, appare una forzatura senza precedenti.
Sergio Filacchioni