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Sigonella, il “no” che ci piace (ma che non basta)

by Sergio Filacchioni
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Sigonella

Roma, 31 mar – Il rifiuto opposto dal governo italiano all’utilizzo della base di Sigonella da parte degli Stati Uniti è un episodio che rompe, anche solo per un momento, uno schema consolidato: quello per cui le decisioni operative dell’alleato americano tendono a trasformarsi automaticamente in decisioni operative sul territorio italiano. Secondo quanto emerso, alcuni velivoli diretti verso il Medio Oriente avevano previsto l’utilizzo della base siciliana senza consultazione preventiva, con il piano di volo comunicato quando gli aerei erano già in movimento. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, informato dal Capo di Stato maggiore della Difesa, ha quindi disposto il diniego.

L’Italia nega l’uso di Sigonella agli Usa

Il punto non è la violazione della procedura in sé, ma ciò che questa dinamica rivela. Perché se un’operazione viene impostata senza richiesta formale e comunicata a decisione già avviata, significa che nel funzionamento reale dell’alleanza esiste una tendenza a considerare lo spazio italiano come già disponibile. Una sorta di abitudine operativa, che il “no” italiano ha interrotto. Ed è anche per questo che la notizia dev’essere presa con le pinze, senza esaltazioni, ma con lo giusto spirito critico. Infatti, Sigonella è uno degli snodi più rilevanti della presenza militare statunitense nel Mediterraneo, una piattaforma da cui transitano assetti di sorveglianza, intelligence e supporto operativo verso il Medio Oriente e il Nord Africa. La sua funzione è integrata in un sistema più ampio che tende a funzionare per continuità e rapidità decisionale, riducendo al minimo i tempi della politica. In questo contesto, la sovranità nazionale tende ad evaporare, o ad essere esercitata solo a posteriori, quando le operazioni sono già impostate. Il fatto che il diniego sia arrivato mentre i velivoli erano già in volo è il cuore della questione: la politica può intervenire. E questo significa che lo spazio decisionale esiste ancora, anche se ristretto e sottoposto alla pressione degli eventi.

Un “No” che non mette in discussione alleanze, ma pesa internamente

Può essere utile precisarlo. Oggi non è stata messa in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti e con il patto atlantico. Così come in fin dei conti, oltre le mitizzazioni posteriori, non era successo nel 1985. Possiamo registrare però la reazione politica che da Angelo Bonelli a Carlo Calenda, ha mostrato un consenso trasversale. La qual cosa conferma che in Italia il nodo percepito non è tanto l’alleanza con gli Stati Uniti – che nessuno mette seriamente in discussione – ma il modo in cui questa si ripercuote sul consenso. Perché quando si è parte della catena operativa che porta a colpire obiettivi nel Medio Oriente, il tema della sovranità non è più solo procedurale, ma soprattutto simbolico. Basti pensare che alcune informazioni emerse nelle ultime ore, rilanciate anche da The New York Times e riprese da agenzie come Adnkronos, parlano dell’utilizzo da parte statunitense di sistemi d’arma avanzati già nei primi giorni del conflitto con l’Iran. In particolare, viene ipotizzato l’impiego di un missile balistico di nuova concezione capace di esplodere sopra il bersaglio e disperdere proiettili di tungsteno su un’area ampia.

Secondo queste ricostruzioni, attacchi avvenuti il 28 febbraio avrebbero colpito infrastrutture civili come scuole nelle città di Lamerd e Minab, causando centinaia di vittime, in gran parte studenti. Le analisi visive, i danni registrati e la tipologia delle esplosioni sarebbero coerenti con questo tipo di armamento, mai testato prima in combattimento. Non è questa la sede per certificare in modo definitivo queste dinamiche, ma il dato politico resta: il livello di intensità e di esposizione del conflitto è ormai tale da rendere sempre più difficile distinguere tra supporto logistico e partecipazione indiretta.

Sigonella come termometro politico

In questo senso, il diniego opposto dal governo può essere letto come una mossa di posizionamento: un modo per segnare un limite, per evitare una piena sovrapposizione tra decisioni operative statunitensi e responsabilità politica italiana. Perché in un contesto in cui l’opinione pubblica è sempre più esposta alle immagini e alle conseguenze delle operazioni militari, la possibilità di dimostrare che esiste ancora un margine decisionale nazionale diventa una risorsa politica spendibile. Da anni il dibattito pubblico italiano ha oscillato tra due rappresentazioni opposte e ugualmente grottesche: da un lato l’idea di una subordinazione totale ai paradigmi neocon che dal 2001 in poi hanno segnato l’interventismo militare e culturale degli Stati Uniti nel Mediterraneo, dall’altro la narrazione di una sovranità pienamente esercitata solo uscendo unilateralmente da Nato ed Unione Europea senza costruire i mezzi che rendono la sovranità reale. Questo episodio non cambia gli equilibri, ma segna un punto: l’automatismo non è irreversibile. L’unico modo di metterlo a frutto è riaprire una questione più ampia, rimossa per anni dal dibattito politico: quella del ruolo europeo nella propria difesa.

Sergio Filacchioni

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