Roma, 11 feb – Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo, introducendo un elenco comune dei Paesi di origine sicuri e rafforzando il concetto di Paese terzo sicuro. Con 408 voti favorevoli alla lista UE e 396 al nuovo impianto sui Paesi terzi, l’Aula ha dato il via libera a una revisione che accelera le procedure e amplia gli strumenti di rimpatrio.
Nel nuovo elenco figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Per i cittadini di questi Stati l’esame delle domande di asilo potrà avvenire con procedura accelerata, salvo che il richiedente dimostri un rischio personale concreto. Anche i Paesi candidati all’adesione all’Unione saranno considerati in linea generale sicuri, con alcune eccezioni legate a conflitti armati o tassi di riconoscimento superiori al 20%. Parallelamente, viene rafforzato il concetto di Paese terzo sicuro: uno Stato membro potrà dichiarare inammissibile una domanda di protezione se il richiedente ha un legame con un Paese terzo ritenuto sicuro, vi è transitato o esiste un accordo per l’esame della domanda al di fuori dell’UE. Il ricorso non sospenderà automaticamente il rimpatrio. Si tratta di un cambio di passo significativo nell’architettura europea dell’asilo.
L’UE cambia rotta e approva la lista di “Paesi sicuri”
Politicamente il voto segna un dato rilevante. I popolari europei hanno costruito la maggioranza insieme ai gruppi di destra – ECR, PfE ed ESN – replicando uno schema già visto su altri dossier. Non esiste ancora una maggioranza strutturale alternativa, ma il baricentro si è spostato. Il tema migratorio non è più monopolio retorico delle forze sovraniste: entra nel perimetro operativo delle decisioni europee. Negli ultimi mesi la quota di votazioni in cui i gruppi di destra sono risultati determinanti è cresciuta sensibilmente. Non si tratta di una rivoluzione istituzionale, ma di una normalizzazione politica. Il PPE non rompe con il centro, ma smette di isolare la destra quando si parla di controllo delle frontiere, rimpatri e procedure accelerate. Il messaggio è chiaro: “Abbiamo difeso con forza una visione chiara, volta a superare l’approccio ideologico che ha paralizzato l’Europa e restituire agli Stati strumenti concreti per governare i flussi migratori”, ha dichiarato Paolo Inselvini, eurodeputato FdI-ECR e titolare della Commissione LIBE. Dello stesso avviso Alessandro Ciriani (ECR, Italia), che ha dichiarato: “Con il voto finale in plenaria sull’elenco dell’UE dei paesi di origine sicuri, il Parlamento europeo segna una svolta politica nella gestione della migrazione. L’accordo raggiunto pone fine a un periodo di ambiguità e traccia una rotta chiara: regole comuni, procedure più rapide ed efficaci, tutela del diritto d’asilo per chi ne ha diritto e un approccio fermo contro gli abusi. L’Unione si dota così di norme chiare ed esigibili, fondate sulla responsabilità condivisa.”
Remigrazione: dal “non si può fare” al “non si vuole fare”
Il voto di Strasburgo apre una finestra giuridica e simbolica: per la prima volta l’Unione Europea definisce in termini normativi che una serie di Stati — Tunisia, Marocco, Egitto, India, Bangladesh (in Italia rappresentano complessivamente circa il 20% degli stranieri regolarmente residenti) — non sono luoghi in cui sussistono persecuzioni generalizzate tali da giustificare automaticamente la protezione internazionale. Basti pensare che nel quotidiano dibattito sulla Remigrazione – la proposta di legge d’iniziativa popolare che sta raccogliendo centinaia di migliaia di firme in tutta Italia – l’obiezione principale è sempre di natura giuridica: si dice che “non si può fare”, che il diritto europeo lo impedisce, che respingere o rimpatriare sarebbe contrario ai trattati o alle convenzioni sui diritti umani. Ma se Bruxelles classifica determinati Paesi come sicuri, da un lato dà una base legale chiara per procedure accelerate e potenziali rimpatri; dall’altro, rompe il monopolio di senso secondo cui la gestione dei flussi sarebbe inevitabile o priva di strumenti di controllo. Il “non si può fare” lascia il posto a un “non si vuole fare”. Insomma, da oggi non si tratta più di discutere se si possa rimpatriare, ma se si voglia farlo; non si tratta più di rassegnarsi alla finta alternativa decreto flussi/accoglienza indiscriminata, ma di mettere in atto, Stato per Stato, scelte di politica migratoria coerenti con gli interessi e con i vincoli giuridici europei.
La scelta resta politica e nazionale
Questo non deve però illuderci che tutti gli Stati membri vogliano percorrere la stessa strada. L’Unione può adottare un elenco e un quadro normativo; la traduzione concreta in rimpatri efficaci, accordi bilaterali e politiche di controllo resta nelle mani dei governi nazionali. La Spagna, come dimostra il recente accordo PSOE-Podemos per regolarizzare centinaia di migliaia di migranti, ne è un esempio evidente: anche quando esistono strumenti giuridici per far valere controlli più rigorosi, le scelte politiche possono andare nella direzione opposta. E questo non è un dettaglio tecnico, ma il cuore della questione. L’Europa può aprire una finestra normativa, ma non può imporre una linea politica uniforme. Ogni capitale risponde a equilibri interni differenti, a sistemi produttivi che chiedono manodopera – vedi il decreto flussi voluto dal Governo – a pressioni ideologiche radicate, a coalizioni parlamentari fragili o a maggioranze più compatte. In alcuni contesti, l’elenco dei Paesi sicuri sarà utilizzato come strumento per accelerare procedure e rendere più sistematici i rimpatri; in altri rischierà di restare una clausola formale, aggirata attraverso regolarizzazioni, sanatorie o interpretazioni amministrative estensive. È qui che si gioca la vera partita: non tra apocalissi e idealismi, ma tra volontà politica concreta e narrazioni retoriche. Chi governa dovrà scegliere se utilizzare gli strumenti disponibili o continuare a ignorarli per ragioni ideologiche o convenienza politica.
Se l’UE ci da gli strumenti usiamoli
Il passaggio di Strasburgo non risolve automaticamente il nodo migratorio europeo, ma segna uno spartiacque. Per anni il dibattito è rimasto prigioniero di una doppia paralisi: da un lato l’idea che tutto fosse inevitabile, dall’altro la convinzione che qualsiasi inversione di rotta fosse giuridicamente impraticabile o moralmente inaccettabile. Oggi quella cornice si incrina. L’Unione riconosce che esistono Paesi sicuri, che le domande possono essere accelerate, che i rimpatri possono essere resi più efficaci. Da qui in avanti la questione non sarà più se l’Europa abbia strumenti, ma chi avrà la determinazione di usarli. È su questa linea di demarcazione – tra responsabilità e inerzia, tra inversione dei flussi e la loro gestione passiva – che si misurerà il destino politico, demografico ed economico del continente.
Sergio Filacchioni