Roma, 10 mar – Il piacere oltre ad essere uno dei romanzi più intensi di Gabriele D’Annunzio è anche un potente sentimento provocato da una percezione psicofisica positiva contraria a quello del dolore. È la soddisfazione fisiologica derivata dall’appagamento del desiderio, dal godimento fisico e mentale che accende cascate di neurotrasmettitori specifici, gli ormoni del benessere: la dopamina, la serotonina e l’ossitocina.
Principio di piacere e Principio di realtà
L’essere umano ricerca naturalmente il piacere nelle sensazioni di benessere risposta a stimoli specifici che generano emozioni positive. La teoria psicoanalitica freudiana identifica il piacere come uno scaricarsi della tensione che disturba la quiete, un ritorno alla tranquillità. In questa teoria il “Principio di piacere” spinge alla soddisfazione immediata di ogni desiderio o pulsione, funzione caratteristica dell’Es, l’inconscio.
Contrapposto al “Principio di realtà” che posticipa l’appagamento secondo le regole sociali di un adulto maturo non schiavo delle pulsioni. L’attuale società nutritiva, costruita sulla soddisfazione immediata dei piaceri della zona orale – il cibo e simbolicamente gli acquisti – si sviluppa intorno al “Principio di piacere”.
L’uomo medio contemporaneo non sa procrastinare il desiderio che esaudisce immediatamente, oltre ogni legge e regola, sintomo di debolezza caratteriale e regressione allo stato infantile. Per realizzare l’unica società della Storia basata su produzione e consumo, quindi sul profitto, il capitale deve creare l’insaziabile esigenza di bisogni immediati.
Una sequela infinita di desideri
Eliminando l’attesa e il dolore, concedendo virtualmente tutto subito a tutti, si crea una sensazione illusoria che spinge alla soddisfazione di un desiderio che ne anticipa un altro. In realtà solo i registi della grande rappresentazione possono permettersi ogni lusso. Gli altri, ovvero le masse, solo ciò a cui vengono spinte scientemente.
L’individualismo e il materialismo sono essenziali al mondo pervertito dell’economia, che da funzione sociale diviene ragione di vita. L’ingannevole promessa di ricchezza per tutti su cui si regge il Sistema spinge al consumo, permettendo l’accumulo di capitale, con il miraggio del paradiso in terra.
La grande illusione della distribuzione della ricchezza nasconde una triste realtà: il capitalismo per prosperare abbisogna di grandi masse di poveri da sfruttare, comprando a basso costo la forza lavoro, il plusvalore. Non cittadini soci di una comunità, ma consumatori frenetici di beni e servizi spesso inutili e superflui, che vengono presto dimenticati e sostituiti.
Il movente dello spirito borghese
Nemmeno l’utopia comunista salva il popolo dalla schiavitù della materia. Generando miseria e disperazione acuisce il desiderio di benessere materiale. L’uguaglianza dei popoli è solo nel potere d’acquisto, unico movente dello spirito borghese, l’illusoria felicità non viene dall’abolizione delle classi e dall’eliminazione della proprietà privata secondo il canone marxista.
Il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione dal capitalista allo Stato, non ha liberato i lavoratori, ma li ha assoggettati ad un padrone più invadente e spietato. Il costo del capitalismo privato o statale è la scomparsa della comunità, della libertà ristretta da un controllo ossessivo, caratteristico del capitalismo della sorveglianza suo stato terminale.
Sentimenti, valori e idee sono sostituiti da oggetti portatori di un’illusoria ed istantanea felicità, che lascia inevitabilmente il posto al vuoto. La mente non sopporta il vuoto e lo riempie di delusione e frustrazione, dall’ansia e dalla depressione, sintomi dell’infelicità globale.
La dipendenza del piacere immediato
L’invidia verso modelli sociali difficilmente raggiungibili sviluppa la dipendenza dal piacere immediato, l’insoddisfazione che ne consegue ha creato una prigionia volontaria. Carcere non sempre visibile, ma onnipresente, perché il possesso genera solo piacere effimero, ben diverso dalla creazione fonte di gioia.
La produzione a getto continuo di novità per stimolare la vendita induce il consumatore all’isolamento affettivo, ad una solitudine interiore patologica caratteristica del narcisismo. L’acquirente totale vive per dimostrare agli altri il suo potere fatto di possesso, non ha passato da ricordare e nemmeno futuro da trasmettere. Vive in un eterno presente in cui Patria e stirpe non hanno significato. La terapia al possesso come unico motivo di felicità è nella riscoperta dello spirito di comunità, condivisione di valori, idee e sentimenti: cura efficace per la solitudine esistenziale.
Roberto Giacomelli