Roma, 13 apr – Nella notte tra sabato e domenica scorsi è arrivata l’ufficialità della notizia: le delegazioni di Iran e Stati Uniti hanno lasciato il Pakistan senza un accordo. I negoziati di Islamabad si sono dimostrati un fallimento, smentendo (di nuovo) le parole di Donald Trump quando aveva dichiarato che i dieci punti di Teheran erano “una buona base su cui intavolare dei negoziati”.
I colloqui di Islamabad tra Iran e USA
Le delegazioni degli Stati Uniti e dell’Iran, guidate rispettivamente dal vicepresidente J. D. Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, erano arrivate nei giorni scorsi a Islamabad, in un hotel requisito dal governo pakistano appositamente per i negoziati. Nonostante le due delegazioni abbiano inizialmente parlato di negoziati “con delle divergenze, ma distesi”, di fatto il tavolo delle trattative è saltato e le due squadre diplomatiche hanno fatto ritorno rispettivamente a Washington DC e a Teheran. I disaccordi tra le due parti riguardano principalmente tre aspetti chiave delle condizioni di Teheran per il cessate il fuoco: il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz (con annesso pedaggio di due milioni di dollari per nave), la ratifica definitiva sul diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio e, punto più difficile da attuare per Washington, la cessazione degli attacchi israeliani in Libano. Nonostante la fugace stretta di mano tra Vance e Ghalibaf, questi negoziati si sono conclusi con un sostanziale nulla di fatto; un nulla di fatto che lascia molti interrogativi su cosa accadrà il 21 aprile, quando scadrà ufficialmente il fragile cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti brancolano nel buio
Il clima di apparente distensione arrivato con l’annuncio del tavolo negoziale ormai quasi una settimana fa, è stato bruscamente interrotto. E, puntuali come le tasse, sono ricominciate le minacce al limite del delirio da parte di Donald Trump (testuale: “li spediremo all’inferno”, ha scritto su Truth). Il tycoon, oltre alle minacce colorate da deliri di onnipotenza (alle quali ormai siamo quasi abituati), ha annunciato una “contro-chiusura” dello Stretto di Hormuz. La vera domanda però è questa: a quale scopo? Perché, se si riavvolge il nastro e si mettono in fila gli eventi: ora Trump dice di star facendo la guerra per riaprire lo Stretto (che però prima della guerra era aperto) e ora che alcune navi stanno lentamente passando (con Hormuz sotto stretto controllo delle Guardie della Rivoluzione) il tycoon dice di volerle bloccare, dichiarando che intercetterà “ogni nave che abbia pagato un pedaggio all’Iran”. A questo punto ci si può legittimamente chiedere perché dunque fa la guerra? Per carità, quando si perde (per di più in questo modo) è nell’ordine delle cose cercare di limitare i danni pompando una narrazione favorevole, ma ad un certo punto anche la più ottimista delle narrazioni si scontra con la realtà.
L’intervento di Tel Aviv in Libano
Abbiamo detto che uno dei principali ostacoli alle trattative è il mancato cessate il fuoco in Libano. Teheran aveva infatti indicato la cessazione dell’aggressione israeliana contro Beirut come requisito fondamentale per procedere ai negoziati. E Israele questo lo sa bene, motivo per cui ha incrementato gli attacchi contro il Libano, arrivando ad utilizzare nella notte di sabato 11 aprile bombe al fosforo bianco su aree densamente popolate del Libano meridionale. Se per gli Stati Uniti questa guerra è essenzialmente priva di logica e di utilità concreta (come aveva ribadito l’ex capo dell’antiterrorismo, l’Iran non era una minaccia per gli USA), per Tel Aviv la cosa è molto diversa. Israele sa benissimo che non può reggere in una guerra contro l’Iran e quindi cerca in tutti i modi di tirare Trump per la manica della giacca. In quest’ottica si può comprendere come Netanyahu cerchi di far leva sulla “clausola Libano” imposta da Teheran per far crollare i negoziati. E fino ad ora ha funzionato.
Da Islamabad emerge uno stallo favorevole all’Iran
Un dato che rimane invariato è la situazione di stallo generale a cui Washington è sottoposta: gli Stati Uniti avevano accettato di negoziare sulla base delle proposte iraniane proprio perché si erano resi conto di essersi infilati in un vespaio da cui non sapevano (e non sanno tutt’ora) come venirne a capo. Da un lato lo Stretto di Hormuz sotto completo controllo iraniano e la capacità offensiva di Teheran ancora attiva, dall’altro la totale impossibilità di un’invasione terrestre dell’Iran (che sarebbe davvero un suicidio per gli Stati Uniti): quindi, anche in un’eventualità di ripresa del conflitto allo scadere del cessate il fuoco, Washington si ritroverebbe nella stessa identica situazione di una settimana fa. Quello che è certo allo stato attuale delle cose (ovviamente il futuro è imprevedibile e nessuno ha la sfera di cristallo) è che l’asse israelo-americano può ottenere delle vittorie tattiche (distruggere una singola centrale elettrica o un deposito di armi), ma sul lungo periodo le carte per una vittoria strategica di questa guerra al momento le ha in mano Teheran.
Enrico Colonna