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Giovanni Berta e Mikis Mantakas, due generazioni nel cuore del conflitto europeo

by Sergio Filacchioni
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Roma, 28 feb – Ci sono ricorrenze che, col tempo, diventano alibi: servono a dire “mai più”, a darsi una patina morale, a liquidare tutto con una formula accomodante. Il 28 febbraio, per chi decide di ricordare Giovanni Berta e Mikis Mantakas, non funziona così. Non è una giornata per il vittimismo, né per le scorciatoie sugli “opposti estremismi”. È una data che obbliga a guardare in faccia un punto semplice: nel Novecento italiano ed europeo la politica, in più di una stagione, è stata scelta totale, appartenenza, corpo a corpo. E chi ha scelto di stare in prima linea – da militante – ha accettato anche il rischio di pagare un prezzo.

Il 28 febbraio di Giovanni Berta

Giovanni Berta viene ucciso a Firenze il 28 febbraio 1921, in un’Italia che è ancora “sospesa”, in bilico tra due possibilità storiche altrettanto vere e possibili: scontri, spedizioni, rappresaglie, un clima in cui la parola “civile” è già incrinata e la violenza precede e anticipa la codificazione politica. Berta viene intercettato, provocato, aggredito perché appartiene a un campo riconoscibile e alla domanda fatidica non si tira indietro. La dinamica della sua morte – l’accerchiamento, le percosse, la caduta nell’Arno, l’assenza di colpevoli identificati – dice molto della Firenze di quei mesi e del salto di qualità di uno scontro destinato a radicalizzarsi: non si punta più a intimidire, ma ad uccidere. Berta diventa immediatamente un simbolo, non perché fosse il “perfetto innocente” che oggi piace ai commentatori, ma perché la sua fine condensa una verità storica troppo spesso dimenticata: prima ancora che il Fascismo fosse Partito e Stato, esisteva una comunità politica pronta a donare il proprio sangue con coraggio in una lotta aperta. I dati disponibili indicano che tra il 1919 e il 1922 furono uccisi circa 463 militanti fascisti in scontri politici, agguati e violenze di piazza, con una concentrazione particolarmente elevata proprio nel 1921, anno in cui si registrano oltre duecento caduti. Numeri troppo spesso ignorati nella grande vulgata a proposito del Fascismo, ancora inquinata dalla versione marxista che ha letto il fenomeno come semplice esito strutturale del capitalismo.

Mikis Mantakas, 54 anni dopo

Mezzo secolo dopo, Roma, 28 febbraio 1975: altra epoca, altra città, stessa linea di sangue. Gli anni Settanta sono spesso raccontati come una parentesi “calda” dentro una democrazia ormai irreversibile e pacificata. Eppure il campo è attraversato da organizzazioni, militanze, identità che vivono la politica come destino e che credono che la storia non sia finita nel 1945. Una stagione in cui si pensa che gli ideali possano ancora vincere sulla morale borghese. In quei giorni si celebra il processo legato al rogo di Primavalle. Tra Piazzale Clodio e Piazza Risorgimento si consuma una giornata di scontri e tensioni che culminano con l’assalto alla sede del MSI in via Ottaviano, con l’agguato armato che porta all’uccisione di Mikis Mantakas, studente greco militante del FUAN. Mantakas non è un passante “capitato lì”. È un militante che ha scelto una parte, che vive l’università e la città come terreno di conflitto politico, che sta in quel luogo e in quel momento perché ci sta tutta una generazione. La sua morte è l’esito di un’azione ostile diretta, portata avanti con armi da fuoco e la volontà di uccidere. E la successiva vicenda giudiziaria, con una condanna arrivata a distanza di anni e una lunga storia di latitanza e ripari, completa il quadro di un’epoca in cui la violenza di sinistra fu coperta, minimizzata, giustificata.

La continuità storica del fascismo

Collegare Berta e Mantakas con lo stesso filo non serve a costruire una simmetria consolatoria. Serve, al contrario, a vedere una continuità storica che l’Italia ha voluto rimuovere, per trauma o convenienze. Il Fascismo non è stato un “incidente di percorso” nella traiettoria del Paese verso la democrazia che alla fine è stato metabolizzato e neutralizzato, ma il tentativo coerente di più generazioni lontane nello spazio e nel tempo di dare senso e forma ad una rivoluzione sociale, nazionale ed europea. C’è poi un ulteriore livello, più difficile da dire ma necessario. La memoria pubblica italiana ama i ricordi che non disturbano. Ama i morti che possono diventare cartoline, ama i lutti che non costringono nessuno a rivedere i propri automatismi morali. Berta e Mantakas aprono una voragine nella coscienza dei vincitori, perché interrogano un presente ancora gravido di conflitto e polarizzazione. E la verità è che la demonizzazione sistematica di un campo politico – la riduzione dell’altro a “impuro”, “criminale per definizione”, “da cacciare” – è il carburante che rende plausibile l’aggressione, e poi la giustifica, e infine la ribalta.

La scelta esistenziale

La pietas che si deve a questi nomi è quella che cerca neutralizzazioni ma il riconoscimento pieno della loro scelta militante. Giovanni Berta e Mikis Mantakas non sono stati travolti da una fatalità cieca: hanno abitato consapevolmente una stagione in cui la politica non era opinione ma scelta esistenziale. Scegliere significava e significherà sempre esporsi, essere riconoscibili, incarnare di persona. Oggi sembra più semplice rifugiarsi nell’equidistanza morale. Ripetere che “gli opposti estremismi generano violenza” consente di sentirsi superiori senza entrare nel merito delle ragioni storiche, delle visioni del mondo, delle comunità reali che si sono scontrate. È una formula comoda, ma la storia non è mai stata neutra, e non ha mai premiato i neutri. È sempre stata attraversata da uomini e donne che hanno considerato le proprie idee degne di essere difese, anche quando questo significava assumersi rischi concreti. Perché esiste e dovrà sempre esistere una differenza tra chi vive la politica come hobby e chi la vive come destino; tra chi si limita a commentare e chi si assume la responsabilità di incarnare una visione. Berta nel 1921 e Mantakas nel 1975 hanno interpretato la loro epoca e il proprio ruolo in essa in questo secondo modo.

Contro la neutralità pessimista

In un tempo come il nostro, in cui il conflitto viene spesso ridotto a schermaglia mediatica e la partecipazione si consuma in pochi frame digitali, le loro storie pongono una domanda esigente: quanto siamo disposti a mettere in gioco per ciò che diciamo di credere? La neutralità pessimista, quella che osserva e sospira senza scegliere, produce solo commentatori del declino. La scelta, invece, comporta esposizione, responsabilità, disciplina. E implica anche il rischio di fallire o di pagare un prezzo. La morte di Quentin Deranque, a Lione, riporta all’attenzione in Europa questa dura verità: la politica non è mai innocua e le idee, quando sono vissute come realtà e non come slogan, plasmano esistenze. E che una comunità non può smettere di onorare chi ha creduto fino in fondo nella propria visione – nonostante i tentativi di criminalizzare il ricordo – perché finirebbe per perdere anche la propria capacità di futuro. Giovanni Berta e Mikis Mantakas restano così non soltanto come due nomi, ma come testimonianza di una generazione – anzi di più generazioni – che ha accettato il conflitto epocale. Perché la storia appartiene a chi sceglie di abitarla in profondità.

Sergio Filacchioni

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