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Da Ciaccheri a Blasi: il doppio gioco di AvS tra antagonismo e vittimismo

by La Redazione
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Roma, 26 feb – A Roma, nel giro di una settimana, si è passati da una commemorazione trasformata in terreno di esclusione politica a un adesivo elevato a minaccia violenta. Al centro di entrambe le vicende c’è lo stesso perimetro politico: il III Municipio guidato dal Pd e l’area di Alleanza Verdi e Sinistra, con l’assessore Luca Blasi in prima linea. Un caso che, per la sua rapida ascesa nelle cronache nazionali, merita di essere analizzato nella sua interezza.

AvS e il doppio gioco antifascista

Partiamo dall’inizio, quello che ad oggi resta sottotraccia in molte ricostruzioni. Alla commemorazione annuale per Valerio Verbano, il 22 febbraio in via Monte Bianco, la delegata della Regione Lazio Marika Rotondi ha denunciato di essere stata contestata e di aver ricevuto l’imposizione di allontanarsi perché “non gradita”. In una nota è intervenuto il governatore Francesco Rocca: “La Regione Lazio rivendica il diritto di ricordare e commemorare tutte le vittime degli Anni di Piombo ed esprime solidarietà alla consigliera Marika Rotondi, oggetto delle minacce di esponenti delle istituzioni e di sedicenti attivisti. È del tutto evidente che questa sinistra non può dare lezioni di pacificazione. Auspico che il sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri prenda le distanze da Marchionne e dall’assessore alla Casa Blasi e si scusino con la consigliera Rotondi”. La sostanza è chiara: due esponenti municipali, Paolo Marchionne e Luca Blasi, si presentano dalla Rotondi per allontanarla da una commemorazione che, almeno a parole, dovrebbe essere “condivisa”. Sullo sfondo, durante il minuto di silenzio, risuonano i consueti slogan: “Fuori i fascisti dal quartiere”. Una scena che racconta molto più di quanto si voglia ammettere. Anzi, ci pensa lo stesso Blasi a non discolparsi: “Nulla di cui scusarmi, antifascismo requisito democratico minimo per venire a Via Monte Bianco”.

Luca Blasi da antagonista a vittima

Dentro questo perimetro agisce Luca Blasi. Non un tecnico della politica, ma un militante storico dell’area antagonista romana, cresciuto nei centri sociali e approdato – come molti – nelle istituzioni con Alleanza Verdi e Sinistra. Una traiettoria coerente con la strategia del partito: portare dentro le istituzioni l’antifascismo militante. Non a caso, in testa al corteo che attraversa il Tufello compaiono figure emblematiche della sinistra del martello: Ilaria Salis, europarlamentare eletta con AvS, sottratta a un processo che a Budapest l’avrebbe condannata per i pestaggi dell’11 febbraio 2023, e i genitori di Maya T., l’altro antifascista che in Ungheria dovrà scontare otto anni. Il messaggio politico è esplicito: AvS sceglie di rappresentarsi attraverso un antifascismo “operativo”. In questo quadro si inserisce anche il caso di Amedeo Ciaccheri, presidente dell’VIII Municipio, che a Roma ha ospitato e premiato Raphaël Arnault, fondatore della Jeune Garde Antifasciste, consegnandogli una targa con dedica politica. Un gesto rivendicato sui social e poi rimosso quando la vicenda di Lione e la morte di Quentin Deranque hanno riportato sotto i riflettori reti e frequentazioni di quell’area.

Dalla legittimazione della violenza agli allarmi adesivo

Da chi legittima la violenza come strumento di azione politica ci si aspetterebbe almeno coerenza. E invece, nella stessa settimana, AvS e Luca Blasi cambiano registro. Dopo le polemiche su Ciaccheri e sulla gestione della commemorazione di Verbano arriva, puntuale, la denuncia per una presunta “intimidazione”. Sulla porta dell’assessore compare un adesivo di Forza Nuova, privo di rivendicazioni o messaggi diretti. Eppure da lì parte immediatamente l’escalation: “messaggio chiaro”, “minaccia esplicita”, “non siete al sicuro”. Il racconto colloca l’episodio nella categoria dell’intimidazione strutturata, alimentando una dietrologia da complotto. Il dato materiale resta minimale: nessun riferimento personale scritto, nessun nome, nessuna frase diretta contro Blasi o la sua famiglia. Dalla fotografia l’adesivo appare già staccato e riattaccato. La reazione, però, è massima: denuncia contro ignoti, intervento della DIGOS, interviste a raffica, solidarietà a catena. Coincidenza vuole che le telecamere di sorveglianza risultino fuori uso proprio nella finestra temporale decisiva, per poi tornare operative. Un dettaglio che contribuisce a consolidare l’idea di una misteriosa ombra organizzata.

AvS si prenda la responsabilità della sua rete

Il punto politico è semplice. AvS sceglie di portare nelle istituzioni un certo tipo di militanza e ne accetta implicitamente il carico. Difende figure controverse, costruisce relazioni dentro quell’universo, trasforma le commemorazioni in atti di forza. Poi, quando sul portone di casa di un assessore compare un adesivo, quella stessa cultura conflittuale denuncia il “clima d’odio”. È un doppio registro in cui la coerenza cede alla convenienza: si usa lo scontro per consolidare consenso e si usa il vittimismo per spostare l’attenzione dalle polemiche imbarazzanti. Nella stessa settimana si può allontanare una delegata istituzionale durante una commemorazione e chiedere protezione per un adesivo. Si può guidare cortei con la Salis e poi invocare l’allarme pubblico per una provocazione. Ma un adesivo non è un’aggressione, non è un linciaggio, non è una martellata. E soprattutto non cancella le questioni politiche che la morte di Quentin Deranque ha finalmente scoperchiato.

Vincenzo Monti

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