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Peter Thiel a Roma: il lato oscuro della Silicon Valley

by Sergio Filacchioni
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Roma, 16 mar – Il punto non è che Peter Thiel tenga nella capitale una serie di lezioni riservate sull’Anticristo, né che la notizia abbia immediatamente acceso diffidenze, prese di distanza e la solita isteria politico-mediatica italiana. Il punto è che l’arrivo a Roma del cofondatore di PayPal e fondatore di Palantir Technologies, figura centrale del blocco tecnologico-conservatore americano, costringe a fare i conti con qualcosa che in Europa si preferisce spesso eludere: il ritorno della teologia politica nel cuore stesso del potere tecnologico.

Thiel e il lato oscuro della Silicon Valley

Il ciclo di conferenze romane – organizzato in ambienti cattolici conservatori e legato all’associazione culturale Vincenzo Gioberti – si svolge a porte chiuse e ruota attorno a un tema che suona quasi provocatorio per un imprenditore della Silicon Valley: l’Anticristo. Nel programma compaiono riferimenti a pensatori come René Girard, Francis Bacon, Carl Schmitt e John Henry Newman. Non la classica conferenza tecnologico-imprenditoriale, ma piuttosto una riflessione che attraversa filosofia, teologia, politica e storia delle idee. Liquidare tutto come folklore da miliardario eccentrico sarebbe comodo, ma significherebbe perdere il punto. Perché Thiel non è interessante solo come investitore, né soltanto come finanziatore del trumpismo o come imprenditore che ha costruito una delle aziende più potenti nel campo dell’analisi dei dati. È interessante perché rappresenta una delle figure che più chiaramente incarnano una mutazione culturale dell’Occidente: il tentativo di pensare la tecnologia non più soltanto come motore economico, ma come elemento di una visione più ampia della storia.

Il momento straussiano di Thiel

Per capire questa operazione bisogna tornare a uno dei testi chiave del suo pensiero, The Straussian Moment, recentemente tradotto anche in Italia in un’edizione curata da Andrea Venanzoni. È lì che Thiel formula la sua tesi più nota: il XXI secolo non è iniziato nel 2000, ma l’11 settembre 2001. Non si tratta di una provocazione agli storici, ma di una premessa teorica. L’attacco alle Torri Gemelle, nel suo schema, ha segnato la crisi di un paradigma politico molto più profondo della sola geopolitica post-Guerra fredda. Per tre secoli l’Occidente aveva costruito la propria stabilità su una convinzione precisa: che il commercio, l’interdipendenza economica e il progresso tecnologico avrebbero progressivamente neutralizzato il conflitto politico. La politica sarebbe stata sostituita dall’amministrazione, la rivalità dalla cooperazione, la storia dalla gestione tecnica della prosperità. L’11 settembre ha mostrato che questa visione era sbagliata. Un piccolo gruppo di uomini, mossi da una visione religiosa radicale, è riuscito a colpire il cuore simbolico della potenza occidentale senza comportarsi come attori economici razionali. Non cercavano prosperità o integrazione nel sistema globale. Cercavano sacrificio, redenzione, martirio.

Genealogia di un compromesso

Da qui nasce la domanda centrale di Thiel: cosa succede quando una civiltà costruita sull’idea che gli uomini siano fondamentalmente attori economici incontra avversari che agiscono invece in nome di verità assolute? Per rispondere a questa domanda Thiel torna molto indietro nella storia europea. La modernità, nella sua lettura, nasce da un compromesso anteriore all’Illuminismo. Dopo le devastanti guerre di religione del XVI e XVII secolo, l’Europa – con la pace di Vestfalia del 1648 – decide di neutralizzare le questioni metafisiche più esplosive. Lo Stato non deve più stabilire quale sia la verità ultima sull’uomo o sulla salvezza. Deve limitarsi a garantire libertà individuale, proprietà privata e possibilità di commercio. È il mondo inaugurato dal liberalismo classico e dalla filosofia politica di John Locke: uno spazio neutrale in cui visioni del mondo incompatibili possono convivere senza distruggersi. Non si può negare che questo compromesso abbia generato ricchezza, libertà e potenza. Ma un mondo di questo tipo può funzionare soltanto finché tutti accettano di restarvi dentro. Il problema emerge quando qualcuno rifiuta quelle regole e tenta di uscirne, o di opporvisi.

Il ritorno del conflitto

È qui che entra in gioco il riferimento a Carl Schmitt. Schmitt sosteneva che la politica non nasce dalla neutralità ma dalla distinzione tra amico e nemico. Le comunità politiche non si definiscono solo attraverso il consenso, ma attraverso la capacità di identificare una minaccia. Una civiltà che smette di riconoscere il conflitto non lo elimina: perde semplicemente la capacità di gestirlo. Thiel non è però uno schmittiano puro. Sa benissimo che quella strada – mobilitazione totale, guerra ideologica, scontro di civiltà – nel mondo nucleare e algoritmico non può che portare alla catastrofe. Del resto il titolo del suo saggio non si chiama “Il momento schmittiano”. Richiama invece Leo Strauss, uno dei più influenti filosofi politici del Novecento americano. Strauss mostrava come molte società si reggano su un equilibrio fragile: alcune verità sulla natura umana possono essere destabilizzanti se proclamate senza mediazioni. Per questo i filosofi classici spesso scrivevano in modo esoterico, lasciando emergere livelli di lettura diversi per pubblici diversi. Il “momento straussiano” è dunque il momento in cui una civiltà è costretta a interrogarsi di nuovo sulle proprie fondamenta.

La violenza e il sacro

Il salto decisivo per comprendere il saggio – e lo schema mentale di Thiel – arriva però attraverso il pensiero di René Girard. Girard ha sviluppato una teoria radicale dell’origine della violenza sociale. Gli uomini imitano i desideri degli altri. Questa imitazione genera rivalità, e la rivalità può sfociare in violenza generalizzata. Le società riescono a ristabilire l’ordine concentrando la violenza su una vittima – il capro espiatorio – la cui eliminazione riporta la pace. Religioni e miti nascono proprio per nascondere questa origine violenta delle istituzioni. Se la modernità ha progressivamente smascherato questo meccanismo, proprio questa consapevolezza ha reso le società contemporanee più fragili. Se comprendiamo completamente l’origine violenta delle nostre istituzioni, i rituali che contenevano la violenza smettono di funzionare. E in un mondo tecnologicamente avanzato questa dinamica può diventare ancora più pericolosa. È dentro questo quadro che Thiel introduce la figura dell’Anticristo. Non come personaggio teologico nel senso tradizionale, ma come categoria politica.

Thiel e il concetto di anticristo

Per Thiel l’Anticristo è ciò che parla il linguaggio della pace per disattivare la libertà. È ciò che promette sicurezza universale, armonia, stabilità, neutralizzazione del conflitto, ma al prezzo di un’amministrazione totale dell’umano. In questo quadro diventa comprensibile perché, nella sua polemica, Thiel associ a questa figura non i classici dittatori della propaganda novecentesca, ma forme contemporanee di regolazione globale: il feticismo normativo, il moralismo dei diritti sciolti da ogni radicamento, il governo tecnocratico dell’emergenza, l’ambientalismo come dispositivo di congelamento, la governance transnazionale che parla incessantemente di protezione mentre sterilizza la decisione politica. Quando cita Greta Thunberg, per intenderci, non sta dicendo che la giovane attivista sia demoniaca in senso infantile. La assume piuttosto come simbolo di un ordine che vuole regolare tutto, normare tutto, moralizzare tutto, riducendo la storia a gestione. Questa critica diventa ancora più comprensibile se la si collega all’altra faccia del pensiero di Thiel, quella che emerge nel suo libro più noto, Zero to One.

Da zero a uno

In questo testo l’imprenditore formula una tesi che completa la sua diagnosi filosofica: il futuro non è garantito e il progresso non è automatico. Esistono due modi di avanzare nella storia. Il primo consiste nel copiare e diffondere tecnologie già esistenti: è il progresso orizzontale, quello che porta “da uno a molti”. Il secondo consiste invece nell’inventare qualcosa che prima non esisteva: è il progresso verticale, quello che porta “da zero a uno”. Il problema del nostro tempo, nella sua lettura, è che l’Occidente ha puntato quasi esclusivamente sulla prima strada. Globalizzazione, delocalizzazione e diffusione di tecnologie esistenti hanno sostituito la grande stagione dell’innovazione radicale del Novecento. Il risultato è una civiltà che appare dinamica ma che in realtà sta rallentando. Gli smartphone e le piattaforme digitali distraggono dal fatto che gran parte delle infrastrutture della vita quotidiana – trasporti, energia, urbanistica – sono rimaste sorprendentemente simili a quelle della metà del XX secolo.

Il progresso scientifico non è irreversibile

Il tema della stagnazione tecnologica è centrale nel suo pensiero. Per Thiel il progresso scientifico non è una legge naturale della storia. Per millenni le società umane hanno vissuto in condizioni di quasi immobilità economica. Solo negli ultimi due secoli l’innovazione ha creato un aumento radicale della ricchezza e delle capacità tecniche dell’umanità. Il fatto che quel processo rallenti non è impossibile. Ed è proprio questa possibilità che rende la questione tecnologica, nella sua visione, profondamente politica. Dentro questo quadro si inserisce anche la sua teoria del capitalismo tecnologico. Secondo Thiel le imprese veramente innovative non nascono dalla competizione permanente ma dalla creazione di nuove posizioni di monopolio. Le aziende che cambiano davvero il mondo sono quelle che creano mercati completamente nuovi, risolvendo problemi che nessun altro era stato capace di affrontare. È una tesi provocatoria perché capovolge uno dei dogmi più radicati dell’economia contemporanea: l’idea che la concorrenza sia sempre il motore dell’innovazione. Per Thiel accade spesso il contrario. La competizione estrema riduce i margini e impedisce investimenti di lungo periodo. I grandi salti tecnologici nascono quando un’impresa riesce a costruire una posizione dominante che le permette di finanziare ricerca, infrastrutture e progetti ambiziosi.

Chi è davvero l’anticristo?

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più evidente del personaggio. L’uomo che denuncia il rischio di una governance globale amministrata è anche il fondatore di una delle aziende più potenti nel campo dell’analisi dei dati e della sicurezza. Palantir sviluppa software utilizzati da eserciti, servizi di intelligence e agenzie governative in numerosi Paesi occidentali. In altre parole, Thiel sembra critica la tecnocrazia ma contribuisce a costruire gli strumenti tecnologici che rendono possibile una nuova forma di potere algoritmico. Ma è proprio questa tensione a rendere il suo pensiero interessante. Thiel non appartiene alla vecchia modernità liberale, ma neppure a un semplice ritorno del religioso tradizionale. Appartiene piuttosto a una fase storica in cui tecnologia, geopolitica e teologia politica tornano a intrecciarsi. La Silicon Valley, spesso raccontata come il tempio del razionalismo tecnologico o al massimo come un ambiente eccentrico e new age, è stata in realtà fin dalle origini attraversata da correnti culturali che mescolano innovazione scientifica e ricerca spirituale. Dallo zen alle forme di misticismo tecnologico diffuse tra gli imprenditori della regione, il rapporto tra tecnologia e visione del mondo è sempre stato più stretto di quanto la retorica progressista abbia voluto ammettere.

La stregoneria della Silicon Valley

Parliamo della ricorrente alleanza tra accelerazione scientifica e ritorno del mistero che accompagna spesso i periodi di forte trasformazione storica. La nostra epoca si illude di essere nata in un mondo completamente razionalista, ma la civiltà umana è stata immersa nel simbolico, nel rito e nell’ignoto per millenni. Ogni volta che la tecnica accelera oltre la capacità ordinaria di comprensione, il pensiero simbolico riemerge. Non come residuo folklorico, ma come risposta cognitiva alla complessità. Arthur C. Clarke lo aveva formulato in modo fulminante: ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Per questo la discussione italiana, ferma allo scandalo da talk show o all’interrogazione parlamentare di giornata, appare miserabile. Il punto non è se Thiel sia “ricevibile” o meno. Il punto è che le sue tecnologie sono già integrate in pezzi rilevanti dell’infrastruttura occidentale; che il suo linguaggio intercetta una crisi reale dell’ordine liberale; che il suo immaginario è la spia di un tempo in cui il potere, quando sente venir meno i fondamenti della vecchia promessa progressista sulla fine della storia, torna a cercare risposte nella teologia politica.

L’occidente tra inerzia e stagnazione

Insomma, Thiel non va trattato né come guru né come mostro. Va preso come figura-soglia. In lui si incontrano la crisi del liberalismo, il ritorno del religioso, la volontà di potenza della tecnica, la nostalgia di fondamenti perduti, la tentazione di una nuova decisione sovrana oltre l’inerzia normativa. Tutto questo, poi, si iscrive dentro un blocco storico ben concreto: il mondo tecnologico conservatore americano, il trumpismo inteso non solo come fenomeno elettorale ma come reazione ideologica contro la stagnazione liberal-progressista, la convinzione che l’Occidente debba tornare a produrre frontiera, rischio, gerarchia, decisione. Da questo punto di vista il caso Thiel è prezioso perché costringe a guardare in faccia il nostro tempo. Un tempo in cui la tecnica non è neutra, il potere non è soltanto economico, il linguaggio religioso ritorna dentro la politica in forme nuove e la distinzione tra ordine e salvezza si fa sempre più confusa. Non serve condividere le sue tesi per capire che colpiscono un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo. Da un lato una civiltà normativista, esausta, convinta di poter sostituire la storia con la procedura. Dall’altro un capitalismo tecnologico che si presenta come forza di liberazione dal ristagno, ma che porta con sé una propria volontà di comando, una propria metafisica della decisione, una propria idea di eccezione. In mezzo, il vuoto delle società europee, che oscillano tra moralismo e impotenza.

Capire Thiel oltre i cliché

Roma in questi giorni fa semplicemente da sfondo a un dramma più grande delle polemiche. È il dramma di un’epoca che ha espulso il tragico dalla propria autocomprensione e ora se lo ritrova addosso nella forma della guerra, della tecnologia opaca, del ritorno del sacro, della crisi della sovranità e del sospetto crescente che dietro la promessa di sicurezza si nasconda sempre una nuova servitù. Thiel, con tutte le sue contraddizioni, è uno degli interpreti più lucidi e ambigui di questo passaggio. Proprio per questo merita di essere capito oltre i cliché. Non per celebrarlo, ma per capire meglio il mondo che lo ha prodotto.

Sergio Filacchioni

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