
In ogni caso, l’Istat ha ufficialmente certificato la recessione: “nel secondo trimestre del 2014, il prodotto interno lordo (PIL), … corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% nei confronti del secondo trimestre del 2013”.
Come già illustrato su queste colonne (qui e qui), solo riprendendo in mano il nostro destino sia all’interno sia in Europa, l’emorragia che ha compromesso il futuro di più di una generazione di italiani potrà essere fermata. Non di questo, però, parleremo qui.

Sulla scorta dei dati del Gestore dei Mercati Energetici per l’elettricità e dell’Istat per il PIL (sezione “Conti nazionali”), il primo grafico mostra insieme le tendenze della domanda elettrica e del PIL aggregati su base trimestrale e ambedue destagionalizzate (corrette, cioè, per le variazioni stagionali dovute al clima, ai giorni di lavoro, ecc), mostrando con estrema chiarezza, almeno a partire dal 2009, che il trend del PIL segue di qualche mese il trend della domanda elettrica, quindi che non è possibile intravedere alcun indizio di ripresa dell’economia nazionale nei prossimi mesi.

Di tutto l’Italia ha bisogno, quindi, e soprattutto di sviluppare ulteriormente e rapidamente le fonti rinnovabili in nome della sovranità e dell’autosufficienza energetica, ma non certo di distruggere il sistema consolidato degli approvvigionamenti già duramente colpiti dalla catastrofe libica, e oggi dal rischio concreto della interruzione del flusso di gas attraverso l’Ucraina. Tutto questo, tenendo bene in mente che nonostante ogni giorno esca una nuova e ridicola fantasia che ci annuncia che gli Stati Uniti esporteranno petrolio e gas, o che il fracking salverà il mondo, queste fantasie non resistono alla benché minima analisi critica (qui e qui).
In altre parole, gli Usa non ci salveranno. Al contrario, affidarsi a Washington non solo non paga, o almeno (dimenticando pudore e onore) non paga più. Se, infatti, l’italica recessione si è dispiegata tanto pesantemente finché almeno i commerci internazionali erano relativamente liberi, cosa accadrà al nostro Paese a vocazione manifatturiera ed esportatrice ora che gli Stati Uniti hanno imposto alle meduse Europee le sanzioni contro la Russia e questa ha risposto come da quelle parti si impara fin da bambini (“non promettere, non minacciare, agisci!”), imponendo dalla sera alla mattina un bando annuale per le importazioni di prodotti agro-alimentari, cioè proprio sul settore su cui tanto l’Italia puntava anche con l’Expo 2015?
Mentre i primi container tornano indietro, si stima che siano a rischio esportazioni italiane per oltre 1,3 miliardi di Euro all’anno (quasi due miliardi per la Germania); è così che il mantra del libero scambio che tutto può e tutto sistema si infrange sull’orso russo, mentre Cina, Brasile e America Latina in generale sbavano al pensiero di quadruplicare le proprie esportazioni verso il nostro ex-partner euro-asiatico e di poter così modernizzare il proprio sistema agro-industriale, e la stessa Russia si avvia finalmente a svegliarsi dal secolare torpore e mettere mano e aratro agli infiniti terreni fertili dalle sponde del Mar Nero alla Siberia meridionale. Sperare nella Mogherini? Non scherziamo.
Francesco Meneguzzo