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Remigrazione, democrazia e il silenzio del centrodestra

by Guido Taietti
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Roma, 8 feb – Il 30 gennaio 2026 è stata una giornata politicamente rilevante per la democrazia italiana, anche se molti media hanno fatto di tutto per non raccontarla fino in fondo. Mentre alcuni parlamentari impedivano fisicamente lo svolgimento di un evento regolarmente autorizzato, invocando in modo grottesco l’antifascismo, la proposta di legge sulla remigrazione raggiungeva le 50.000 firme necessarie per essere depositata come proposta di legge di iniziativa popolare. Un risultato mai raggiunto così rapidamente nella storia repubblicana. Al di là delle opinioni sul merito del tema, il dato politico è difficilmente contestabile: siamo di fronte alla proposta di legge popolare più sostenuta e più veloce mai registrata.

Un problema censurato che esplode appena se ne parla

Senza entrare qui nel merito teorico della remigrazione – concetto che in Europa esiste da decenni e che abbiamo già analizzato in passato (ne abbiamo parlato approfonditamente in questo video, del quale vi lascio il link) – è interessante osservare come il sistema di potere abbia reagito in modo compatto e verticale. La sinistra istituzionale, con modalità da sinistra radicale, è arrivata a:

• occupare spazi istituzionali;

• impedire conferenze stampa;

• far annullare eventi per presunti motivi di ordine pubblico.

Il tutto per evitare che si spiegasse pubblicamente cosa significhi “remigrazione” o “rimpatrio umano”. Il paradosso è evidente: i presunti difensori della democrazia si sono schierati contro la proposta più popolare e partecipata mai emersa dal basso.

Quando la democrazia piace solo se non disturba

Il confronto con altre iniziative popolari è impietoso. Basti pensare alla proposta di legge contro la cosiddetta “tassa etica”: un comitato con enormi appoggi mediatici, sostegno dei Radicali, testimonial noti, nessun boicottaggio, nessuna censura. Risultato: meno del 15% delle firme necessarie. Questo dato smonta una delle critiche principali alla remigrazione: non solo il problema esiste, ma interessa profondamente una parte rilevante della popolazione, semplicemente perché tocca un tema sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico.

Il vero nodo politico: il centrodestra

Ed è qui che la questione diventa davvero interessante. La remigrazione non mette in difficoltà solo la sinistra. Mette sotto pressione soprattutto il centrodestra italiano, che da anni evita accuratamente di prendere una posizione netta. Mentre la sinistra reagisce in modo isterico, il centrodestra sceglie la strada peggiore:

• silenzio;

• minimizzazione;

• presa di distanza;

• rinvio continuo.

Una galassia di influencer, commentatori e presunti “duri” dell’area si è guardata bene dall’affrontare seriamente il tema, spesso per un motivo molto semplice: non mettere in difficoltà chi governa. D’altra parte, un centrodestra che con il decreto flussi ha dichiarato apertamente di voler regolarizzare centinaia di migliaia di immigrati non può che percepire la remigrazione come un problema politico interno, prima ancora che come una proposta legislativa.

A cosa serve davvero questa proposta

È probabile – anzi, quasi certo – che la proposta di legge venga bloccata in Parlamento. Si parlerà di profili di incostituzionalità, di compatibilità giuridica, di vincoli europei. Ma questo è secondario. Il vero effetto politico è un altro:

• costringere la sinistra a dire esplicitamente da che parte sta;

• costringere il centrodestra a smettere di ambiguità e temporeggiamenti;

• stanare i gatekeeper che fingono radicalità salvo poi arretrare sul tema centrale.

In questi giorni abbiamo già visto esponenti della sinistra spiegare apertamente che la remigrazione sarebbe “pericolosa” perché danneggerebbe settori dell’economia basati su manodopera a bassissimo costo. È un’ammissione di grande valore politico: la sicurezza, l’ordine e la coesione sociale vengono sacrificati in nome di un modello economico regressivo.

Critiche giuridiche e obiezioni strumentali

Molte critiche sul merito sono, francamente, poco interessanti. C’è chi invoca l’articolo 3 della Costituzione sul divieto di discriminazioni razziali, ignorando che la proposta riguarda status giuridici e comportamenti, non razza o provenienza. Altri sostengono che l’immigrazione sia necessaria per sostenere la piccola industria. Curioso, se si pensa che per decenni la stessa area politica ha dipinto il piccolo imprenditore come un parassita o un “fascista”. Ma anche qui, la risposta è semplice: se il progresso tecnologico può compensare la scarsità di manodopera, ben venga il progresso tecnologico.

Una partita appena iniziata

Nessuno pensa seriamente che il problema immigratorio si risolva con un colpo di bacchetta magica. È un problema decennale, strutturale, che richiederà tempo. Ma questo passaggio segna un punto di non ritorno: la questione è entrata nel dibattito politico con una forza numerica e simbolica senza precedenti. Il problema non sarà solo la sinistra. Sarà soprattutto un centrodestra che, messo alle strette, dovrà decidere se continuare a galleggiare o scegliere finalmente da che parte stare. Ne abbiamo parlato in modo più ampio e teorico in un video pubblicato lo scorso anno, in cui ricostruivamo la storia del concetto di remigrazione e spiegavamo perché, con sufficiente pressione politica, qualche risultato concreto è possibile ottenerlo. Perché una cosa è certa: questa partita è appena iniziata.

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