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Scuola, la falsa alternativa tra pedagogia della fuffa e nostalgia sterile

by Sergio Filacchioni
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Roma, 9 feb – La polemica esplosa attorno al documentario D’istruzione pubblica non riguarda davvero la scuola. Riguarda, piuttosto, una resa dei conti interna alla sinistra italiana, incapace da anni di formulare un’idea coerente di istruzione pubblica. Da una parte Christian Raimo, che dalle colonne di Domani accusa gli autori del film di “fare il gioco della destra” andando a criticare la cosiddetta pedagogia democratica; dall’altra Greco e Melchiorre, che individuano proprio in quella pedagogia una delle cause dello svuotamento della scuola. Due fronti contrapposti, un unico errore di fondo: entrambi mancano il bersaglio.

La scuola tra conservazione e nostalgia

Chiariamoci. Raimo difende ciò che negli ultimi trent’anni è stato presentato come progresso educativo: inclusione elevata a mantra, didattica “attiva” trasformata in fine e non in mezzo, apprendimento per competenze come surrogato della conoscenza, rifiuto di ogni gerarchia dei saperi in nome di una neutralità apparente. È questa pedagogia, però, ad aver reso la scuola un luogo impolitico, privo di una missione culturale chiara. E dove l’istituzione abdica alla propria funzione, subentra inevitabilmente la logica economica: valutazioni quantitative, competizione tra istituti, adattamento al mercato, retorica dell’efficienza.

La scuola non è stata colonizzata dal neoliberismo nonostante la pedagogia progressista, ma soprattutto grazie ad essa. Quando l’istruzione rinuncia a trasmettere contenuti solidi, criteri di valore, disciplina intellettuale, diventa permeabile a qualunque logica esterna. Difendere quella pedagogia oggi significa difendere il vuoto che ha consentito allo spirito aziendale di occupare lo spazio lasciato libero.

Per una visione pragmatica e realista

Ma nemmeno la risposta proposta dal documentario coglie il punto. Il ritorno tout court a un passato idealizzato – lezioni frontali come feticcio, nostalgia per un ordine scolastico che non esiste più, semplificazione brutale del problema – è una scorciatoia speculare. Non basta invertire il segno per ricostruire un’istituzioneLa restaurazione non è una politica educativa, così come non lo è l’innovazione fine a se stessa. Il paradosso è che entrambe le posizioni finiscono per accettare la stessa impostazione riduttiva: o la scuola è un dispositivo pedagogico-emotivo, o è un meccanismo disciplinare da riattivare per decreto. In entrambi i casi, scompare l’idea di scuola come istituzione pubblica alta, autonoma, dotata di un fine proprio che non coincide né con il mercato né con la terapia sociale.

Qui sta il punto che la polemica interna alla sinistra rimuove: una scuola pubblica non-liberista non nasce dalla difesa di parole d’ordine svuotate né dal rifugio nostalgico. Nasce da una visione realista e pragmatica dell’educazione. Una scuola che seleziona perché forma, che valuta perché responsabilizza, che include perché è solida e non perché abbassa l’asticella. Una scuola che non rinuncia all’eccellenza in nome dell’uguaglianza, ma che fa dell’eccellenza il presupposto dell’uguaglianza reale.

La scuola oltre la sinistra

Raimo teme che criticare la pedagogia democratica significhi legittimare la destra ministeriale. In realtà è l’opposto: è l’incapacità della sinistra di criticare se stessa ad aver lasciato campo libero a soluzioni parziali, tecnocratiche e post-ideologiche. Quando per anni si è trasformata la scuola in un contenitore indistinto di buone intenzioni, era inevitabile che altri proponessero di gestirla come un’azienda o di rattopparla con misure simboliche. La vera alternativa non è tra educazionismo progressista e nostalgia reazionaria. È tra una scuola ridotta a funzione accessoria del presente e una scuola che torni a essere struttura portante della comunità nazionale. Pubblica non perché statale in senso amministrativo, ma perché orientata all’interesse generale; non-liberista non perché ostile al merito, ma perché fondata su criteri spirituali e non economici; realista perché consapevole dei limiti, delle differenze, delle responsabilità.

Finché la discussione resterà intrappolata in questa guerra civile ideologica, la scuola continuerà a essere terreno di occupazione: prima pedagogica, poi economica. Uscirne significa fare ciò che né Raimo né i documentari (né chi siede a Viale Trastevere) riescono a fare fino in fondo: pensare la scuola come istituzione politica nel senso alto del termine, luogo di formazione di cittadini e non di consumatori o pazienti. Ed è da qui, non dalle scorciatoie polemiche, che va ricostruita una scuola pubblica degna di questo nome.

Sergio Filacchioni

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